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24 giugno 2013

Come restare sempre indietro un giro

Aggiungo solo una cosa: la frase finale "la priorità è una sola: fibra più WiFi" è sacrosanta. Poi le lavagne possono essere realizzate con sistemi artigianali vd. Wiiboard o simili, al costo di 100€ anziché 2000, e vanno promosse iniziative ministeriali per l'acquisto da parte di insegnanti e studenti di ebook reader (diciamo 50€) e di tablet (diciamo 150€). Poi vanno promossi i testi scolastici in formato ebook, fatti bene, non vendendo pdf.
E prima di tutto questo servirebbe una formazione agli insegnanti in grado di renderli banalmente Cittadini digitali, e conseguentemente insegnanti moderni.

Anni fa al Cefriel montammo una delle prime lavagne interattive arrivate in Italia. Dopo qualche anno la sostituimmo con uno schermo LED. Non so più nemmeno dove l’abbiamo messa. Sono anni che non la usiamo più.
Una mia amica fa l’insegnante elementare. Mi dice che nei prossimi giorni le daranno una di queste lavagne. In aula non ha WiFi né una connessione fissa. Hanno alcuni PC connessi in rete solo in una stanza della scuola. Però danno loro la lavagna.
Ricordo quando oltre dieci anni fa assistetti ad una riunione con l’allora ministro dell’istruzione Berlinguer che voleva a tutti i costi dare la connessione ad Internet "ai miei insegnanti". Lo disse con il cuore. E ricordo la penosa risposta di uno dei capitani della nostra industria ICT che ne sapeva meno del ministro e che proponeva come soluzione delle ciofeche inusabili.
Passano gli anni, nulla cambia. Siamo sempre un giro indietro. E lo siamo perché ciò che determina le nostre azioni come paese è un misto di incompetenza, malafede, stupidità e insipienza.
L’ho scritto varie volte e ripetuto anche a Francesco Caio nei giorni scorsi. Per la scuola la priorità è una sola: fibra più WiFi. Dopo parliamo del resto.

3 febbraio 2013

La scuola vista da Londra, Marte.

Fonte: Year 0 P.S.

Mi capita, non abbastanza spesso, di prendere un aereo per andare a vedere come altri cercano di rispondere alle domande che mi faccio, più o meno quotidianamente. In questo caso la domanda è: “di che tipo di scuola hanno bisogno le mie bimbe?”.

Ho scelto il BETT a Londra, formerly known as the British Educational Training and Technology Show, ovvero una fiera sulla tecnologia nell’education inaugurata nel 1985 (millenovecentoottantacinque): un posto strano, dove ci sono migliaia di scuole che acquistano (ACQUISTANO) tecnologia, dove i responsabili scolastici dei VLE (Virtual learning Environment) cercano nuove soluzioni, dove le Università si confrontano attivamente sui MOOCS.

Si, lo so, il paragrafo precedente non è semplice per un lettore italiano: sarà che noi siamo abituati alle note scritte a mano sul diario, alle bacheche, al flauto, al laboratorio di informatica (per i più fortunati) dove si impara a schiacciare una tastiera. Sarà che da noi gli strumenti sono salvifici, e basta installare una LIM (la lavagna digitale) per sentirsi proiettati nel futuro; sarà che troppi dirigenti pubblici ancora pensano che comprare un po’ di tablet conferisca un titolo di modernità.

Un rappresentante del Governo inglese, certo non giovane ma straordinariamente competente, ha detto con chiarezza che l’education è la priorità: e ha detto che occorre formare gli insegnanti per avvicinarli anche ad un mondo del lavoro dove già si usano nuove tecnologie e nuovi modelli. Poi è arrivato un giovane, straordinariamente competente, che si occupa di valutare l’adozione di nuove tecnologie in tutti i settori pubblici del Regno Unito, ed ha intrattenuto la platea sui modelli che rendono più efficienti le attività di apprendimento.
Sia chiaro, non è la tecnocrazia ad affascinarmi: una buona scuola è fatta di bravi maestri, appassionati, dedicati ai loro studenti. Però, spesso, la passione è direttamente proporzionale all’attenzione che uno riceve, agli strumenti che vengono messi a disposizione, al riconoscimento sociale. Ecco, al BETT tutto è dedicato all’insegnante, metà dell’audience era fatta da insegnanti venuti per confrontarsi, imparare, chiedere; e non in una triste aula magna con un burocrate ministeriale, ma in un confronto con grandi innovatori, studiosi, professori.
Io non avevo mai visto una responsabile ICT di una scuola, peraltro donna e poco più che trentenne: una che ci ha spiegato come tutte le attività suBlackboard inaugurate una decina di anni fa siano oggetto di una profonda revisione, che segue una metodologia oramai consolidata di confronto con il corpo docente, gli studenti e le novità sul mercato. Per inciso ha detto, sorridendo, che la sua maternità ha determinato un aumento del lavoro per tutti i colleghi, determinati a partire quanto prima con strumenti più efficienti.
Poi ho incontrato anche qualche rockstar, come Daphne Koller di Coursera, una professoressa di Stanford che ha portato a frequentare corsi universitari online 2,5 milioni di studenti da 123 paesi del mondo. Ecco, Daphne ha affrontato, molto bene perché è tostissima, un vivace contraddittorio con insegnanti, professori, digital manager di università, maestri-blogger: gente preparata, consapevole, contemporanea.

Ecco, quello che mi colpisce è la normalità, la consuetudine con queste materie: il BETT è parte di un sistema, non è un folkloristico raduno di visionari ma un passaggio obbligato per l’attività di migliaia di formatori. L’industria inglese dell’education è florida, le scuole investono, il dibattito pubblico è continuo: con tutte le posizioni, contraddizioni e difficoltà che il tema comporta, la tecnologia non risolve ma, se ben usata, aiuta.
La normalità: è normale per dirigenti pubblici venire qui, per le scuole adottare sistemi gestionali moderni, per i bambini usare le tecnologie che li circondano. E ne ho visti molti di bambini, ovviamente quelli delle scuole più capaci e più attente: venivano a ritirare dei premi, tutti felici per aver creato la migliore applicazione, un software utile alla comunità. Un po’ di demagogia, un po’ di competizione tra scuole, ma tutto mi sembrava comunque stupendo, ubriacante; lo so, poi riflettiamo anche sul modello sociale, sulle scuole elitarie, sulle sperequazioni etc. etc. Ma davvero possiamo continuare a non fare nulla, procrastinare, prendere tempo? Non dovremmo, forse, prendere il (tanto) buono che c’è altrove e trovare un senso nostro, riflettendo sui rischi di confondere “educazione” e “conoscenza”, sui rischi di omologazione dell’insegnamento, sulle troppe spinte alla creazione di fabbriche in batteria di iperspecialisti per le aziende?

Non ho risposto alla mia domanda, ma ho qualche idea in più: io vorrei per le mie figlie insegnanti appassionati, consapevoli del mondo che sarà e capaci di prepararle alle novità. Vorrei che insegnassero loro il meglio del passato con modalità e strumenti contemporanei, e vorrei che una delle mie figlie mi dicesse, sognante, “io da grande voglio fare la maestra, come mia nonna”.
Perché mia madre è stata una straordinaria maestra, che a tre anni dalla pensione, una decina di anni fa, mi chiese di comprarle un computer e di spiegarle qualcosa: “posso non capire quello che fanno a casa i miei studenti?” Sarebbe venuta volentieri con me tra gli stand del BETT, a farsi fermare ogni dieci metri da venditori di software che, speranzosi, chiedono “Tu fai il maestro, vero?”.

12 settembre 2012

Tablet a scuola, a Pordenone


PORDENONE. Rivoluzione tablet in terza liceo scientifico: la scuola digitale è nel Don Bosco, a Pordenone. Per 20 liceali didattica digitale 2012-2013 avanti tutta già da oggi con la prima campanella. Costo previsto del progetto Sdi, cioè Sistema didattico integrato in collaborazione con l’azienda Kne di San Donà di Piave: 20 mila euro. Pagano il Don Bosco e un benefattore privato che è sponsor dell’impresa.
E-book, tablet, lavagna digitale e la classe di viale Grigoletti diventa i-cloud, con la “nuvola” a portata di clic. Prima scuola nel pordenonese con e-book, testi condivisi, presentazioni interattive, blog, piattaforma di istituto: per cinque discipline che sono italiano, matematica, fisica, inglese, scienze naturali. Il progetto ridurrà il salasso del caro-libri per le famiglie: 50 per cento nel 2012-2013. Poi, la scuola digitale si spalmerà a onda nelle altre classi e indirizzi classico ed economico.
«Il cuore del progetto è la piattaforma open source a cui accedono i ragazzi e professori – ha spaziato don Silvio Zanchetta direttore della casa salesiana di Pordenone con il professore di matematica Francesco Saitta tutor dell’operazione -. Niente più libri cartacei, speriamo: entro il 2015 ogni studente avrà un tablet con tutti i libri di testo. E’ una sfida educativa: primo bilancio alla fine del primo quadrimestre, in gennaio».
Disco verde alle tecnologie in aula, con video-proiettore multimediale, computer e tablet. I pacchetti didattici costruiranno un data-base con testi digitali, contenuti multimediali, arricchiti dai contributi degli studenti e il social reading, con le note condivise.
«E’ una rivoluzione nel metodo di apprendimento e di insegnamento – sono entusiasti i liceali -. Lo start-up sarà per una ventina di compagni, ma ci saranno novità per tutti gli studenti: wi-fi in tutto l’istituto e potremo attingere agli iper-testi, video e altro». Per esempio: la videata del tablet ha icone varie, compreso “mio diario” che si clicca e si entra in “lezioni”, per scaricare dispense, segmenti di e-book di scienze, matematica e altre discipline. «La rivoluzione tecno si innesta su una grande tradizione scolastica – dicono al Don Bosco -. Il tablet si carica alla sera, a casa, per infilarlo nello zaino al posto dei libri. Una “tavoletta” che diventa libro, quaderno e banca-dati con un clic sulla piattaforma di istituto». Contenti i “nativi digitali”, con la pagella elettronica in dote.
Chiara Benotti

2 giugno 2011

Visualizzare l'apprendimento

Indicazioni per insegnanti, e per quelli che amano visualizzare dati e flussi di progettazione.

Un applicativo di questo tipo sui tablet (TUTTI gli studenti devono avere in tasca uno schermo da 7') costituisce uno strumento necessario nell'apprendimento, sia per potenziare l'approccio grafico alla rappresentazione della Conoscenza, sia per la redazione di diagrammi di flusso, mappe concettuali, alberi di contenuto.

In questo caso l'articolo linkato si riferisce a iDesk per iPAd, un'app che costa 4 euro, ce ne sarano molte altre. Ma il concetto in quanto tipo di strumento c'è.

Su blog.panorama.it, la recensione di iDeck per iPad