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21 novembre 2011

Grammatica dei contenuti editoriali - Un libro

La prefazione di Luca De Biase al libro "Io editore tu rete. Grammatica essenziale per chi produce contenuti" di Sergio Maistrello.
L'argomento riguarda ovviamente i cambiamenti dell'editoria elettronica, e della forma generale della Cultura per come essa ora vive nei supporti e nei processi digitali.
Gli editori sono in fermento. Internet sta cambiando radicalmente gli scenari del loro business. La tecnologia digitale sta trasformando i linguaggi espressivi e le filiere produttive. Le condizioni a contorno, nell'epoca della conoscenza, stanno mutando e facendo di ogni azienda, organizzazione, gruppo sociale e singola persona, un soggetto potenzialmente in grado di produrre e distribuire contenuti di valore pubblico. In questo contesto, gli editori vedono contemporaneamente uno scenario di crisi e una situazione densa di nuove opportunità. E la variabile essenziale che li conduce a privilegiare il giudizio ottimistico o pessimistico è la loro capacità di costruirsi una competente visione della situazione. E' probabilmente il primo motivo di interesse per questo libro. Il secondo motivo discende dal fatto che il destino degli editori è importante per tutta l'evoluzione della capacità di generazione culturale delle società.
La storia dell'editoria moderna parte probabilmente all'inizio del Settecento nel momento in cui la corporazione degli stampatori riesce a ottenere il privilegio per ciascun affiliato di poter essere l'unico a pubblicare il libro di un autore con il quale si è messo d'accordo per la gestione del suo copyright. Tecnologia e diritto sono fin dal principio alla radice del business editoriale. In particolare il controllo della tecnologia di accesso ai contenuti, consentiva agli editori di far valere senza particolari problemi anche il loro diritto allo sfruttamento delle opere. Ma le trasformazioni attuali sembrano aver sottratto agli editori il controllo delle tecnologie strategiche e, di conseguenza, la tenuta del sistema del copyright. La leadership dello sviluppo delle tecnologie per pubblicare e distribuire contenuti sta progressivamente ma inesorabilmente passando alle piattaforme online, ai motori di ricerca, ai servizi di vendita di libri e giornali in rete, alle aziende che producono computer, tablet, cellulari, lettori dedicati alla lettura e così via. In qualunque business, l'impresa che non ha alcun controllo sulla tecnologia fondamentale per lo svolgimento del business rischia di essere marginalizzata.
L'impresa che non governa la sua tecnologia può superare con successo il rischio di perdere quote di mercato se conserva in qualche modo una relazione privilegiata con il suo pubblico o con i suoi fornitori. E indubbiamente i marchi e le testate aiutano gli editori a resistere nel cuore del pubblico, mentre possono conservare un'attrattiva nei confronti degli autori se riescono a convincerli di essere ancora il miglior interlocutore per generare reddito con il loro lavoro. Ma entrambe le difese sono superabili.
La struttura del mercato editoriale sta cambiando radicalmente. Un tempo la scarsità fondamentale era sotto il controllo dell'offerta: ciò che era scarso era lo spazio per la pubblicazione. Oggi, su internet, quello spazio è illimitato, mentre la scarsità fondamentale è sotto il controllo della domanda: ciò che è scarso è, prima di tutto, il tempo e l'attenzione del pubblico. Sicché, nel mercato editoriale, la domanda controlla le fonti del valore mentre l'offerta deve conquistare il suo spazio centimetro per centimetro. Contemporaneamente, nella relazione con il pubblico, gli editori si trovano di fronte nuovi agguerriti competitori, spesso dotati di marchi importanti e meglio posizionati sul piano tecnologico: quelli dei motori di ricerca, quelli dei negozi online, quelli dei produttori di device. Inoltre, molti ex inserzionisti pubblicitari sono partiti alla conquista del tempo e dell'attenzione del pubblico direttamente su internet senza la mediazione degli editori. E del resto, anche per gli autori stanno emergendo molte e interessanti opportuità per valorizzare le loro opere che a loro volta non passano per la mediazione degli editori. 
Il primo capitolo di chiunque operi nel business editoriale diventa la dimostrazione dell'unicità del suo servizio a vantaggio del pubblico. Segue, subito dopo nella scala di priorità, la riconquista di una forma di controllo della tecnologia. E in terza posizione c'è la rigenerazione della sua relazione con gli autori. In tutti i casi si tratta di fare un salto di qualità culturale: le vecchie soluzioni e le inveterate abitudini semplicemente non funzionano più: il salto culturale deve condurre a comprendere non come controllare ma come servire il pubblico, a trasformarsi da passivi fruitori ad attivi innovatori della tecnologia, a passare da rentier del copyright a promotori e valorizzatori dell'accesso alle opere degli autori. Si tratta di salti culturali che, spesso, appaiono troppo alti per gli editori troppo tradizionali. E che quindi favoriscono in certi casi i nuovi entranti nel business. 
Sta di fatto, che il pubblico cerca ancora le funzioni fondamentali che in passato erano svolte solo dagli editori, per scegliere a che cosa dedicare il tempo, per riconoscere autorevolezza e credibilità agli autori, per accedere in modo comodo e a un prezzo giusto alle opere. Le protezioni che favorivano gli editori nello sfruttamento di queste funzioni non ci sono più, ma le funzioni hanno ancora valore. E il riconoscimento di questa opportunità potrebbe rivelarsi la spinta decisiva per gli editori a rinnovarsi profondamente, per sincronizzarsi con la storia attuale e allo scopo di scrivere la storia futura.

14 marzo 2011

Prestami un libro

Le stesse cose dette da Riccardo Cavallero di Mondadori a Rimini al convegno EbookLab Italia di qualche giorno fa, tramortendo la platea degli editori presenti, ora riappaiono in questa intervista a El Paìs, riportata da repubblica e dal Post.
Si potrebbe discutere dei modelli economici, delle "forme del contenuto" editoriale, ma la visione d'insieme del cambiamento culturale in atto è assolutamente condivisibile.
E interessante è l'accenno alle biblioteche, che presto potrebbero vedere rivitalizzato il loro ruolo e la loro importanza nel mercato dell'editoria elettronica, come a esempio prova da anni a spiegare Giulio Blasi di MLOL.

via Post

Da vendere i libri ad affittarliIl capo della Mondadori ha spiegato al Pais cosa pensa del futuro dei libri

Il direttore generale di Mondadori Libri, Ricky Cavallero, ha dato un’intervista al quotidiano spagnolo El Pais (Cavallero ha lavorato a lungo in Spagna prima di essere nominato a Segrate l’anno scorso) sulle prospettive del mercato dei libri, ripresa oggi da Repubblica nelle pagine di cultura.
L’era Gutenberg non è finita, anzi è destinata a continuare, ma sarà la rivoluzione digitale di Internet a segnare il futuro dei libri. «Il potere passa dall’editore al lettore, è lui a decidere cosa vuole, quando lo vuole e a quale prezzo»: a dirlo, in un’intervista uscita ieri sul País, è Riccardo Cavallero, direttore generale dei Libri del gruppo Mondadori in Italia, Spagna e America latina (compresi dunque i marchi Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, oltre alla newyorchese Random House). Manager di segno cosmopolita, è nato 48 anni fa vicino a Torino, ha vissuto in America, poi in Spagna, e ora è a Milano. Tra le sue preferenze letterarie, indica anche Gomorra di Saviano.
A suo dire, intanto non è il libro on line a determinare quel cambiamento radicale nell’universo dell´editoria che paragona a una rivoluzione copernicana. Cavallero: «L’e-book in sé non vale niente. Nasce già vecchio. Quel che conta è la rivoluzione digitale. Come avvenne per i dinosauri, per sopravvivere bisognerà cambiare habitat, e invece molti editori non sono ancora pronti, non hanno la forza mentale per cambiare il proprio modo di lavorare, tenendo conto dei gusti di chi sta dall´altra parte. Finora siamo vissuti in una bolla di lusso dov’era possibile prescindere dal lettore: ora invece, per la prima volta, dovremo capirlo».
Più difficile da dire è come cambieranno gli editori, in che tempi, e soprattutto: che fine faranno i diritti d’autore? Azzarda Cavallero, un po’ ridendo: «L’editore diventerà un bibliotecario: non venderà qualcosa, ma lo presterà. Nel mondo digitale, avrà qualcosa di simile alla televisione a pagamento, con alcuni canali che vengono venduti a sottoscrizione… Inevitabilmente, si dovrà trovare anche una formula nuova per liquidare i diritti e non sarà più possibile farlo nel modo semplice di oggi: per ogni esemplare venduto. Il cambiamento avverrà tra una ventina d’anni, probabilmente, ma già ora il digitale fa nascere un mucchio di problemi agli avvocati che devono quantificare la somma destinata al pagamento dei diritti d’autore»

17 febbraio 2011

Appunti sul mondo editoriale

Cultura digitale, flussi di narrazione, socialità in Rete.

Una parola sul dizionario può possedere molti significati, ma è il qui-e-ora della situazione enunciativa, è il reale contesto conversazionale in cui essa viene pronunciata che determinerà il senso di quella parola, fosse anche dentro un libro che dialoga col lettore. E’ il contesto che, selezionando e negoziando i significati pertinenti rispetto all’orizzonte di attese degli interlocutori, stabilisce una certa omogeneità nell’interpretazione e quindi una narrazione nel tempo, grazie alla cooperazione di tutti gli attori coinvolti nella circostanza. 

L’editoria, intesa qui come secolare attività umana tecnologica industriale e economica, si accorge in quanto attore sociale dell’inadeguatezza del proprio discorso, del proprio fare attuale. Sono cambiate le circostanze, le pratiche umane della produzione e della fruizione di oggetti culturali, i modi della comunicazione, la forma tutta della società e della socialità. 

Oggi c’è la Rete Internet, ovunque, tra di noi. La indossiamo con i telefoni cellulari, siamo permanentemente connessi, i flussi informativi e documentali con cui interagiamo abitano su molti dispositivi e in molti Luoghi digitali. Trattandosi di tecnologie abilitanti, le innovazioni abitano già anche dentro la nostra testa, nel modo in cui pensiamo la progettazione editoriale e la relativa opera di pubblicazione. Anzi, i significati di parole come “libro”, “autore” o “lettore”, “massmedia”, “biblioteca” o “libreria”, “filiera editoriale” hanno già concretamente oggidì assunto un altro senso, alla luce della rivoluzione sociale che il Web e la Cultura Digitale hanno reso possibile.

Vi sono delle nuove caratteristiche tecnologiche da comprendere per i supporti della Conoscenza, c’è un nuovo pubblico e un nuovo mercato, ci sono nuovi ambienti sociali digitali dove tutto riecheggia, nell’incessante Grande Conversazione.

Sono necessarie abilità e competenze aggiornate per il mondo editoriale, a partire da un saper scorgere il cambiamento culturale in atto, al saper ascoltare le conversazioni delle cerchie sociali digitali e delle community, passando per l’acquisizione di nuove tecniche produttive, di rinnovati modelli di organizzazione aziendale e di strategia di mercato, arrivando a padroneggiare il management della reputazione e del proprio abitare in Rete.

8 novembre 2010

Ebook scolastici e pateracchi

Questo è il governo del fare business, nessuna meraviglia.
Ma qualunque imprenditore serio sa che la sua scommessa riguarda il futuro, e le aziende virtuose sono quelle che innovano, quelle che fanno ricerca.
Ma gli imprenditori che abbiamo al governo pensano all'oggi.
I fondi per ricerca, formazione e istruzione vengono inesorabilmente tagliati, viene seriamente compromessa la qualità dell'insegnamento e degli ambienti formativi.
Non solo: le cose pubbliche come la scuola vengono gestite come pretesti per fare affari, intrallazzi poco chiari.

La vicenda che racconta Agostino Quadrino di Garamond in questa nota su Facebook riguarda a esempio il mercato della didattica digitale, degli ebook e dei learning-object, dove curiose amicizie tra Telecom e Mondadori si spiegano alla luce dei 750 milioni di euro che ogni anno le famiglie italiane spendono in editoria scolastica.


La deriva (pilotata) dell'innovazione digitale nella scuola italiana.


Eccomi qui di nuovo per condividere alcune considerazioni sullo stato dei progetti di innovazione nella scuola italiana, che considero molto preoccupante, e non solo per Garamond. Purtroppo non riuscirò ad essere breve, e me ne scuso, ma la materia è tale e tanta che non è possibile sintetizzare con la consueta stringatezza.

Lo faccio con indignazione, perché è davvero inaccettabile la situazione di difficoltà in cui si trovano attualmente aziende serie e oneste come Garamond, impegnate da molti anni nell'innovazione a scuola, strette fra una pubblica amministrazione che riduce sempre di più le risorse per l'innovazione e in generale per la formazione e l'istruzione, e le lobbies delle grandi aziende editoriali, che vivono delle rendite di mercati chiusi e protetti, come quelli del libro di testo, che le inducono a restare allineate e coperte, cercando di protrarre più possibile la vita di un sistema molto redditizio (750 milioni di euro all’anno), magari fino alla pensione dei suoi anziani manager da 2-300 mila euro di compenso annuale, e alle spalle dei tanti giovani collaboratori precari, che lavorano 10-12 ore nelle loro redazioni per 8-900 euro al mese?

Partiamo dalla pubblica amministrazione e dalle responsabilità di chi ci governa.
Accennavo sopra all'indignazione e la ragione sta nel fatto che la pubblica amministrazione italiana non paga più. La società che dirigo vanta crediti con diversi soggetti della P.A. per svariate centinaia di migliaia di Euro, in sospeso da mesi o da anni, derivanti da forniture di beni (immateriali e anche materiali) e servizi (formazione e contenuti online) regolarmente acquistati e mai pagati, fino ad oggi.

Ciò inevitabilmente comporta una incapacità per Garamond di onorare a sua volta gli impegni economici con i suoi fornitori, con i tanti autori, consulenti, formatori, tutor ecc. che hanno lavorato per noi - magnificamente - in questi mesi/anni e che sono (più o meno pazientemente) in attesa di ricevere i loro legittimi compensi. Ce ne saranno certamente non pochi fra coloro che leggono questa newsletter, ai quali sono grato per la paziente attesa e - nella maggior parte dei casi - la fiducia e la comprensione che ci riservano, ben sapendo che hanno a che fare con una società seria e con gente onesta che ha sempre onorato i suoi impegni.

Però tutto ha un limite.
Non è più accettabile, ad esempio, che la Regione Lazio non eroghi i versamenti degli "acconti" (!?!) di quanto dovuto per un progetto da noi sostenuto - anche forniture hardware di centinaia di computer, lavagne interattive e videoproiettori - iniziato addirittura nell'ottobre 2008 e concluso nella scorsa primavera.
Non è accettabile che la Presidenza del Consiglio, per il tramite del Dipartimento Innovazione e Tecnologie per il progetto "Innovascuola", non versi alle scuole i fondi stanziati da due anni per l'acquisto di contenuti digitali da noi forniti da quasi un anno, e di conseguenza le scuole non siano in grado di pagare noi.

La realtà e la ragione di questi “ritardi” è oramai evidente: il governo centrale, per ragioni politiche a tutti evidenti, ha deciso di non erogare più alcun finanziamento e fondo alle amministrazioni locali come le Regioni e ai singoli ministeri, come recentemente denunciato anche da un ministro in carica (“Le ricostruzioni del Tesoro sono assurde e fantasiose. C'è la fila di ministri davanti alla porta di Tremonti e tutti chiedono di poter spendere i fondi stanziati, ma bloccati con mille tecnicismi." (S. Prestigiacomo). Il Ministro dell’Economia intende così mantenere artificiosamente l’equilibro finanziario dello Stato facendo una cosa veramente geniale: bloccando le uscite. Peccato che, così facendo, il peso del dissesto finanziario dello Stato sia scaricato sulle aziende come la nostra, sui suoi collaboratori e i suoi dipendenti, che non vedono riconosciuti i propri diritti ad essere regolarmente pagate e sono condannate a ricorrere a tutte le risorse possibili ed impossibili per restare in vita e non buttare a mare decenni di lavoro e di impegno.
Naturalmente, con l’attuale governo, i tagli più forti e inderogabili sono proprio ai settori della formazione, dell’istruzione, della ricerca, della cultura, e questo chiude il cerchio che soffoca tutti coloro che vi sono impegnati - insegnanti, formatori, ricercatori, operatori della cultura in tutte le sue forme - incluse le aziende che vivono di questo, come la nostra. Si tolgono fondi per i progetti di innovazione, non si paga più il pregresso, e si riducono sempre più gli investimenti in conoscenza e tecnologia: da qui al naufragio complessivo della nostra economia il passo è breve, anzi forse è già stato compiuto.

In questo contesto non è accettabile che capi-dipartimento, dirigenti e funzionari del Ministero della Pubblica Istruzione responsabili del progetto “Cl@ssi 2.0” (30 mila euro a scuola per le 156 medie selezionate lo scorso anno, 15 mila per le altre 250 elementari e superiori che saranno selezionate ora) dichiarino per due anni che tali fondi non possono essere spesi per i contenuti digitali perché beni immateriali "non inventariabili" (sic! ma non stiamo parlando di 2.0, di digitale e di rete? e ci venite a raccontare che può essere acquistato solo ciò che è materiale? surreale…) e poi fanno accordi con grande risonanza e firme in diretta a reti unificate fra MIUR e Telecom Italia sui progetti “Scuola digitale” - incluso “Cl@ssi 2.0” - in cui sono compresi anche “materiali didattici e contenuti digitali a integrazione e supporto della didattica e della formazione in servizio degli insegnanti impegnati nei processi di innovazione”.

Ah sì? Se i contenuti sono proposti da Garamond non vanno bene, mentre se è Telecom (ma che competenze e titolarità editoriale ha un’azienda di telecomunicazioni? non le si dovrebbe chiedere molto più semplicemente e correttamente di far arrivare la banda larga dove ancora manca, e in tutte le scuole?) allora la cosa è lecita, opportuna e benedetta dal Ministro in persona, con tutti i dirigenti in prima fila sorridenti e soddisfatti per l'ottimo lavoro svolto?

E che dire del fatto che la stessa Telecom Italia, con cui il MIUR firma accordi e protocolli d’intesa, ha appena lanciato “Biblet”, una piattaforma di E-Book http://ebook.telecomitalia.it/ quando sta per entrare in vigore la normativa sull’adozione obbligatoria di libri digitali come testi scolastici? Interessante coincidenza, no?

E vogliamo aggiungere anche che - guarda il caso - il partner editoriale di Telecom Italia per la medesima piattaforma di libri digitali è il principale produttore di libri di testo per la scuola in Italia (insieme a Rcs), ovvero la casa editrice Mondadori, la cui titolarità è notoriamente del Capo del Governo?

Che fare? Rimanere in silenzio o andare con il cappello in mano presso qualche dirigente ministeriale troppo preso da ben altre occupazioni per dare udienza ad una piccola realtà non sempre docile e accomodante? No, non lo faremo. Ora basta.

Ovviamente, sulle questioni qui sollevate abbiamo posto domande e quesiti per iscritto ai responsabili del MIUR, ovvero al capo dipartimento Giovanni Biondi, al direttore Fidora e alla dirigente Schietroma: siamo ancora in attesa di una pur minima replica, essendo il silenzio - da sempre - l’unico modo di reagire di un certo tipo di funzionari pubblici.

Da ultimo, su questo fronte: ho partecipato come membro della FIDARE, Associazione degli Editori Indipendenti, ad un incontro al Ministero in cui ci è stato prospettato un nuovo progetto, dotato di un finanziamento di 3 milioni di Euro, destinato proprio ai contenuti digitali. Tralascio in questa sede le nostre osservazioni sulle Linee Guida fornite in quella sede, concentrandomi su un punto capitale. Si hanno a disposizione 3 milioni di Euro per i contenuti didattici digitali e su che cosa punta il Ministero? Ebook, learning object per lavagne interattive (fornite in gran quantità, ma attualmente prive di contenuti disciplinari, quindi sostanzialmente vuote e dunque inutili). Nossignori: viene promosso un progetto che finanzia 30 “prototipi” (sic!) da 100 mila euro ciascuno, per contenuti realizzati sotto forma di “ambienti immersivi integrati anche tridimensionali”, sotto forma di videogiochi educativi di seconda generazione (?). Ma perdinci, come si fa ad assegnare fondi così cospicui (con cui ci si potrebbero acquistare migliaia di interi nostri cataloghi di E-book e Learning Object, nuovi, dignitosi e pronti per l’uso in classe) destinati ovviamente solo a grosse società di produzione di videogames, magari estere, parlando di “seconda o terza generazione”, quando nelle nostre scuole non si è vista nemmeno l’immacolata concezione dei contenuti digitali?

Ma questi dirigenti del Ministero sono mai andati in una scuola a vedere l’effetto che fa su insegnanti e studenti un semplice ma efficace learning object di matematica, di scienze o di inglese, eseguito su una lavagna interattiva? Hanno mai visto come si avvicini alla tecnologia e all’innovazione anche il docente più riottoso, quando gli si fa vedere un pezzo della sua lezione di domani o di ieri in seconda C, interattivo, multimediale e ricco di test e verifiche online e offline? Questi docenti sentono davvero l’esigenza di “ambienti immersivi tridimensionali” per dare un senso alle LIM che hanno sulla parete delle loro classi? Non sarebbe bene, prima di arrivare alle seconde e terze generazioni, far prendere contatto e familiarità con quello che già c’è, per tutte le materie e i gradi di scuola, realizzato da docenti per docenti, a basso costo e di grande spendibilità didattica, assegnando ad ogni singola scuola qualche centinaio di euro da impiegare su un mercato libero? Chiediamo troppo?
Forse il fatto che solo Garamond abbia investito in questo settore in questi anni, producendo più di seicento learning object e 45 Ebook di testo, ultimando i suoi cataloghi proprio ora con prodotti nuovissimi (del tutto innovativi quelli ad esempio per la scuola primaria), non fa piacere a qualcuno che invece è rimasto fermo? Diversamente non si spiega, visto che dovrebbe essere interesse della pubblica amministrazione dotare le scuole del grado iniziale dei contenuti didattici digitali, visto che ci sono e qualcuno ci ha speso anni di impegno per realizzarli.

Credo che questo stato di cose complessivo imponga moralmente una reazione, che spero sia compresa dai tanti colleghi che ci seguono da venti anni e più, e che voglio sperare non ci lasceranno da soli in questa dura battaglia. Ci batteremo con ogni mezzo lecito per difendere il lavoro di chi collabora con noi attualmente, di chi ha lavorato in passato con professionalità e passione per Garamond e ancora attende di essere compensato per quello che ha fatto, di chi si rivolge a noi augurandosi di trovare un futuro per le sue competenze e conoscenze.

Come sempre, tutti i nostri canali di interazione sono aperti, sul nostro Blog, sui nostri forum, su facebook e ogni altro ambiente di rete e non,per raccogliere le impressioni, le critiche e le proposte di chi come noi ha la ferma volontà a reagire a questo degrado di cultura, professionalità, dignità e iniziativa imprenditoriale libera e indipendente.