17 maggio 2009

Facebook, PA, il Garante della privacy e gli ambienti sociali.



Recentemente in Friuli Venezia Giulia la Pubblica Amministrazione regionale (politicamente schierata a destra) ha proibito la navigazione su Facebook dei propri dipendenti, impedendone tecnicamente l'accesso dai computer degli uffici.
La Provincia di Udine (politicamente schierata a destra) dal canto suo non ha mai avuto simili problemi, avendo sempre inibito pesantemente la navigazione libera sulla Rete durante l'orario di lavoro.
Il Comune di Udine (politicamente schierato a sinistra) invece lascia completamente libero l'accesso a Internet, avendo fiducia nei propri impiegati e considerando la frequentazione della Rete come un'opportunità di auto-formazione alla socialità digitale, nonché come concreta risorsa professionale. Inoltre, i sistemi di valutazione non segnalano alcuna flessione negativa del rendimento lavorativo dei dipendenti comunali (intervista sul Gazzettino Udine del 16 maggio all'assessore Paolo Coppola).

Proibire non è una soluzione duratura.
Domani nasceranno altri socialnetwork o situazioni simili, e altri problemi si presenteranno, visto che non viene presa in considerazione né la grammatica specifica della socialità online dentro i nuovi ambienti digitali, né la stessa Internet viene compresa nella sua natura tecnica e quindi nelle nuove potenzialità offerte alla Società della Conoscenza, in cui tutti noi viviamo.

Pochi giorni fa, sempre su Facebook, sono state pubblicate da un'incauta infermiera dell'Ospedale di Udine delle fotografie che ritraggono normali momenti lavorativi in corsia, con i medici in posa vicino a dei pazienti, ledendo sicuramente il diritto alla privacy di questi ultimi, impossibilitati a firmare liberatorie.
L'infermiera era in buona fede, non credeva che le fotografie potessero essere viste da qualcuno esterno alla propria rete digitale di amicizie (in realtà quelle foto non potrebbero essere nemmeno essere affisse su una bacheca di sughero nell'atrio dell'Ospedale, né mostrate a nessuno nel proprio salotto senza ledere il diritto alla privacy dei soggetti ritratti), non aveva adeguatamente impostato le opzioni di pubblicazione e di condivisione dei propri materiali, ripresi poi da altri e quindi resi disponibili a tutti.

Il problema qui è la mancanza di educazione ai comportamenti da tenere nei Luoghi di socialità digitale, e purtroppo le stesse sensate indicazioni del Garante della privacy che trovate in apertura di questo post non sono affatto rese note alla popolazione, non sono illustrate a scuola o sugli ambienti di lavoro, né mostrate a chi si iscrive ai socialnetwork.

Educare è una soluzione duratura.
L'educazione alle nuove grammatiche dell'abitare digitale permette l'instaurarsi in noi di punti di vista in grado di prendere in considerazione anche eventi futuri non ancora immaginabili, permette di sviluppare competenze, in questo caso di cittadinanza digitale, che poggiano sulla consapevolezza delle persone rispetto all'adeguatezza dei comportamenti nei Luoghi pubblici.

Qui sotto trovate questa mia posizione espressa sul Gazzettino Udine 16 maggio, in seguito a intervista telefonica fattami da Lorenzo Marchiori.

8 maggio 2009

Web20: politiche e prassi della comunicazione politica

[Post lungo, ma spero sufficientemente discorsivo. Oggi i ditini correvano sulla tastiera, e come sapete quello che si scrive in venti minuti abbisogna di due ore di tempo per essere presentabile. Oggi avevo mezz'oretta.
“Se avessi avuto più tempo, avrei scritto una lettera più breve.” Marco Tullio Cicerone, filosofo e politico.
In ogni caso, paragoni irriverenti a parte, in fondo al post trovate dei link per interessanti documenti sul tema de "La Pubblica Amministrazione e il web 2.0]


Norberto Bobbio e Giovanni Sartori ci hanno insegnato che la democrazia è soprattutto un insieme di regole, un insieme di procedure che consentano la libera scelta dei governanti da parte dei governati. Questo è il nucleo minimo fondante senza il quale, giusta la lezione dei fondatori della politologia italiana contemporanea, discorrere di democrazia è esercizio retorico, quando non fuorviante. L’esistenza di questo nucleo minimo di procedure democratiche rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente affinché si consolidi e si sviluppi una democrazia e, a maggior ragione, una democrazia di qualità. Alle procedure della democrazia, infatti, vanno aggiunte quelle dimensioni di contesto che ne rendano effettiva l’applicazione. Se è vero che i governi democratici possono scaturire solo dalla corretta applicazione di procedure democratiche, purtroppo non è vero l’inverso: l’esistenza di regole democratiche non ci garantisce mai completamente dall’utilizzo perverso delle medesime.
(Marco Almagisti, su ComunicatoriPubblici)


Certo, la democrazia è una tecnologia.
Tecnologia abilitante, si suole dire oggidì. Tutte le tecnologie sono in realtà abilitanti, perché un telaio tessile del neolitico non solo permette di costruire tessuti, ma anche di pensare meglio alla progettazione dei vestiti, tanto quanto un computer connesso non è solo uno strumento per redigere documenti come la macchina per scrivere, ma consente una raffigurazione mentale e proiezioni operative migliori delle nuove forme di abitanza delle collettività umane, come nel caso delle suggestioni offerte dai ragionamenti sulla cittadinanza digitale.
Le collettività umane sono da sempre interconnesse tramite strade, semplicemente le moderne reti telematiche fanno emergere e rendono visibile la socialità su scala planetaria, e la loro maggior efficienza nello scambio di informazioni (sincronia, multimedialità) permette al pensiero di immaginare prima e di sperimentare poi miglioramenti qualitativi nelle forme dell'abitare umano, anche rispetto alle forme di governo, sempre storicamente deterninate, di cui le collettività intendono dotarsi e ai meccanismi del loro funzionamento pratico.
Se le strade fossero ancora in terra battuta e non ci fosse il telegrafo, la dimensione delle province italiane sarebbe diversa, tanto per dire, perché vi sono dei limiti nell'estensione geografica che è possibile amministrare efficacemente senza una dovuta organizzazione, tant'è che l'impero romano possedeva un sistema di posta a cavallo ineguagliato fin quasi l'Ottocento.

Torniamo alla democrazia. Vi è una domanda in noi in quanto collettività che riguarda le modificazioni dell'ambiente interumano in direzione di forme di governo rappresentativo e di giustizia sociale, e la democrazia è uno dei modi possibili per rispondere al come organizzare le strutture sociali di potere, controllo e promozione culturali e economiche (quest'ultimo termine da oikòs nomòs, ovvero "le regole della casa/ambiente", acconcia amministrazione, cerchiamo di non dimenticarcelo).
Poi la tecnologia, in quanto attività tutta umana, veicola necessariamente valori ed è valore in sé, e la Storia ci porta oggi a considerare appunto la democrazia stessa come un valore in cui credere e da difendere, almeno dalla Rivoluzione americana e francese in qua, in quanto forma di governo preferibile.
Il perché sia preferibile risulta abbastanza semplice, una volta indagate le assiologie valoriali soggiacenti al pensiero che pensa in che modo certi uomini debbano governare altri uomini, e giungendo così a comprendere come la democrazia, grazie ai suoi meccanismi di funzionamento, offra maggiori garanzie nel rispetto del valore dell'uguaglianza sociale - una testa un voto, e nessun feudatario accede a verità più profonde in virtù della sua ricchezza, né possiede per status o ceto maggior ragione per governare gli altri - e al valore della partecipazione soggettiva alle riflessioni e alle scelte politiche nella gestione della cosa pubblica, in direzione di una maggiore qualità della politica.

La democrazia come tecnologia ci abilita a pensare un mondo migliore.
Se fossi incapace di pensare un concetto come la democrazia, non potrei raffigurarmi mentalmente né dar luogo concreto (tramite pensiero tecnologico, quindi progettazione per il futuro e modificazioni dell'ambiente) a innovazioni sociali riguardanti il benessere delle collettività, misurato sull'uguaglianza degli esseri umani e la loro libera partecipazione alle decisioni sull'amministrazione dei territori.

I valori e le conquiste sociali democratiche vanno poi diffusi capillarmente nella società, mantenuti vivi, alimentati. Questo ci porta a ragionare di comunicazione politica, o meglio delle possibili politiche della comunicazione politica.

Certo, l'informazione è potere, e una storia delle forme di governo potrebbe essere tranquillamente scritta a partire da una classificazione delle forme di comunicazione istituzionale permesse o promosse all'interno di una data collettività. Dove evidentemente un principe ben poco concedeva al popolo riguardo la pubblicazione dei suoi affari di stato (perché avrebbe dovuto?), e di converso gli individui ben poco potevano decidere riguardo le scelte politiche inerenti la collettività di appartenenza.

Giungiamo ora rapidamente ai giorni nostri, e notiamo l'esistenza di molti Luoghi di dialogo "dal basso" tra cittadini e istituzioni (i partiti politici, i movimenti, i comitati) che da molti anni possono contare su tecnologie in grado di amplificare la voce come i giornali e la radio, la televisione e Internet.
Dall'Indice dei libri sottoposti a censura ecclesiastica con il famoso "visto-si-stampi" e l'imprimatur, alle scenografie e alla propaganda naziste e fasciste, alle moderne sottili forme di manipolazione del consenso e dell'opinione pubblica tramite il controllo (o la diretta proprietà) dei mezzi di comunicazione di massa, molto sappiamo e molta letteratura ci mette in guardia rispetto alla comunicazione "dall'alto", alla capacità del Potere di allestire visioni del mondo funzionali al riconoscimento sociale della bontà del proprio operato, misconoscendo o inibendo la diffusione di informazioni od opinioni a sé controproducente.

Oggi però esiste il web, sociale e partecipativo, paritetico e neutrale, libero luogo di espressione.
La partecipazione dei cittadini è stata disintermediata, non è più necessario possedere un giornale o un sistema di produzione radiotelevisivo per esprimere la propria opinione ed essere ascoltati da migliaia di persone. In Rete avvengono aggregazioni sociali spontanee, basate sulla condivisione di interessi, e riflettere e proporre iniziative sulla gestione della cosa pubblica è fortunatamente prassi diffusa, dentro i forum di discussione a dimensione planetaria oppure nei blog urbani.

Le recenti evoluzioni tecniche del web (web 2.0) hanno reso la partecipazione ancora più facile, abilitando in tutti noi una concezione finalmente sociale della Rete quale Luogo antropico abitabile, di cui aver cura proprio in quanto nativamente connotato di democrazia (non esistono bit di informazione "privilegiata" rispetto ad altri, nel correre lungo i cavi delle connessioni planetarie; la mail di un ministro viaggia veloce come la mia, e questo blog è "visibile" tanto quanto quello di una multinazionale) e campo stesso di esercizio dell'agire democratico, da parte di individui o gruppi sociali più o meno organizzati.

Le persone ora usano il web.
Se camminate per strada, guardate quelli tra i venti e i cinquantanni: la metà di loro ha un account su Facebook, in italia (il che non è in sé buona cosa, però a FB verrà riconosciuto il fatto di aver introdotto allo scambio e al confronto interpersonale milioni di persone, sbozzandone le prime competenze di cultura digitale: comprendere che Facebook non è un luogo democratico è già un primo passo in questa direzione).
Il passaparola delle relazioni interumane concrete come pure le milioni di parole scritte qui in Internet nel corso degli anni sono costantemente disponibili per l'auto-formazione sul corretto utilizzo dello strumento, dalla netiquette alle considerazioni sull'identità e sulla reputazione personale. I nuovi arrivati potranno all'inizio essere un po' disorientati dall'esplosivo fiorire di mille luoghi espressivi, ma rapidamente comprendono come Internet sia oggi il posto migliore per pensare con la propria testa, trovare informazioni ed esprimere opinioni, dove l'autorevolezza del dire non dipende automaticamente dalla fonte (i giornali, i governi, le multinazionali) ma dalla capacità di articolazione del proprio pensiero nel rispetto della conversazione pubblica e del dialogo, nell'apertura e nel confronto.

Quindi noi semplici cittadini per prove ed errori, nel coinvolgimento personale fatto di passione e di stupide salatissime bollette telefoniche (soprattutto in italia) per un servizio di connettività alla popolazione che per una banale questione di civiltà dovrebbe funzionare secondo il modello delle strade statali, siamo riusciti ad affacciarci sul web e ad abitarci in modo stanziale e costruttivo, mentre a tutt'oggi in Parlamento ancor più stupidi legislatori o sedicenti esperti locali di etica e comunicazione cercano di proibire, oscurare, censurare la libertà della Rete, di cui palesemente non comprendono né il funzionamento tecnico né le implicazioni sociali, culturali e civiche, in relazione al futuro e alla qualità della vita delle prossime generazioni. E per fortuna la stessa maggioranza parlamentare cui appartengono rigetta le loro proposte di legge: sto pensando ovviamente alla figura meschina fatta di recente da D'Alia e Carlucci.

Tra l'altro i politici in tempo di elezioni da sempre promettono di asfaltare le strade, ma ne ho visti pochissimi parlare seriamente di riduzione dello spartiacque digitale - ché divario digitale non è digital divide, la corretta traduzione è ben più radicale - tra chi può e chi non può accedere al web in maniera dignitosa, e ancor meno comprendere l'assoluta impellente necessità di provvedere competenze civiche ai cittadini sulle nuove forme di abitanza e di democrazia elettronica, e non sto ovviamente parlando di alfabetizzazione agli strumenti.

Nonostante esistano buone leggi e indicazioni per l'ammodernamento del paese, le istituzioni indubitabilmente sono rimaste indietro, nel loro fare comunicativo. Un po' perché le pubbliche amministrazioni sono frequentate da personaggi, da un ministro a un preside scolastico giù giù fino a un'impiegata dietro uno sportello, che pensano di vivere ancora in un'epoca in cui "non sono tenuti a dare informazioni" (notare la peculiare costruzione grammaticale), un po' perché nell'istituzione stessa manca una cultura della comunicazione intesa come dialogo con i cittadini (i famigerati "siti-vetrina" altro non sono che una attualizzazione dell'Albo Pretorio, evidentemente monodirezionale), un po' perché le indicazioni legislative sulla trasparenza delle procedure amministrative, back-office e front-office, almeno dalla Bassanini 1997 in qua, sono state ampiamente disattese.
En passant, vi ricordo che in quanto cittadini, secondo il Codice dell'Amministrazione digitale del 2006, avete diritto all'uso delle tecnologie (art. 3), diritto all'accesso e all'invio di documenti digitali (art. 4), diritto ad effettuare qualsiasi pagamento in forma digitale (art. 5), diritto a ricevere qualsiasi comunicazione pubblica per e-mail (art. 6), diritto alla qualità del servizio e alla misura della soddisfazione (art. 7), diritto alla partecipazione (art. 8), diritto a trovare on-line tutti i moduli e i formulari validi e aggiornati (art. 58).

E-government ed e-democracy sarebbero in buona misura praticabili oggi stesso, se gli amministratori pubblici non si comportassero come feudatari medievali, timorosi di una sana e proficua comunicazione bidirezionale tra Istituzioni e cittadini.

Dicevo che esistono numerose Indicazioni e Linee guida per la qualità della comunicazione pubblica della Pubblica Amministrazione: sul sito del Formez potrete trovare documenti e relazioni relativi all'adozione delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione nei settori pubblici.
In particolare, di recentissima pubblicazione sono gli Strumenti per le Amministrazioni 2.0, a cura del CNIPA Centro Nazionale per L'Informatica nella Pubblica Amministrazione, relativi all'utilizzo di approcci moderni 2.0 nella progettazione e nella conduzione di siti web e nelle attività di comunicazione pubblica delle Istituzioni.
Interessante anche questo articolo di Flavia Marzano "Pubblica Amministrazione 2.0" pubblicato su Astrid (altri articoli rilevanti sulla stessa pagina).

E se vi imbattete su Facebook sulla pagina del vostro Comune o della Regione, oppure se vi accorgete che il vostro Sindaco utilizza Twitter per raccontare ciò che viene dibattuto durante il Consiglio Comunale, non inorridite subito: anche le Istituzioni stanno imparando per prove ed errori l'effettiva portata comunicativa e l'efficacia dei singoli strumenti, ma nel frattempo le informazioni circolano un po' di più, le competenze digitali si diffondono, il mondo migliora.

4 maggio 2009

Parlanti digitali



Incollo qui questo video dove degli allievi di una scuola americana descrivono il loro mondo, il loro avere a che fare quotidianamente con oggetti tecnologici che permettono di accedere ai mondi digitali. L'argomento centrale non è costituito dagli strumenti tecnologici (pc, iPod, cellulare) ma dalle proprietà abilitanti di questi, nel consentire a questi ragazzi e a tutti noi di esprimerci liberamente, di scrivere o di fare musica o fotografie, magari in modo socializzato, entro la stessa classe scolastica oppure su web.

Qui non si parla più soltanto di leggere il mondo, del fatto che queste persone nate dopo l'invenzione del www possiedano grammatiche concrete - date loro dal fatto di essere "parlanti madrelingua", per immersione - per interpretare i flussi informativi e le posizioni relazionali interpersonali veicolati dai media. Qui si parla di scrivere il mondo, della volontà e abilità di creare contenuti digitali, e della effettiva impossibilità di realizzare questo loro desiderio dentro le pratiche scolastiche odierne, non attrezzate né materialmente né concettualmente per sostenere simili attività espressive, fornendo al contempo formazione critica MediaEducation sugli strumenti nonché educazione all'abitanza digitale, negli aspetti di cittadinanza.

Volevo intitolare questo post "Discenti digitali", ma non ci riesco: quel discenti/docenti puzza troppo di una visione pedagogica superata da decenni, dove da una parte della cattedra si trasmettono contenuti che al di qua vengono recepiti da allievi considerati come contenitori vuoti e passivi, da riempire di nozioni preformate. Ascoltiamoli, invece: una testa ben fatta è meglio di una testa ben piena, e avremo modi migliori per valutare il nostro stesso fare educativo.

Questi ragazzi ci stanno chiedendo di poter parlare.


Approfondimenti: Agati sui nativi digitali, Marconato sul problema degli e-books a scuola.

27 aprile 2009

Beni culturali friulani su web, 3D e cellulari


Fonte: Agi

Il patrimonio storico-artistico del Friuli Venezia Giulia, gia' catalogato dal centro di Villa Manin di Pasariano (Udine) integrato con altri data-base, entro un paio d'anni sara' a disposizione di tutti sul web con un semplice 'clic' oppure in altre modalita' come cellulari e modelli 3D.
Ne potranno usufruire sia turisti, sia cittadini, visitatori di musei, siti archeologici e beni storici e artistici presenti sul territorio.

Lo prevede il progetto Informatica e web per i beni culturali, servizi innovativi mobili e 3D per il turismo, finanziato dalla regione Fvg e al quale lavorano da un anno i Dipartimenti di storia e beni culturali, di matematica, informatica e georisorse dell'Universita' di Udine assieme a Friuli Innovazione e alla sovrintendenza del Friuli Venezia Giulia.

"Con questo progetto il Friuli Venezia Giulia emerge a livello nazionale per qualita' della ricerca, concretezza e innovazione con ricadute immediate sul territorio e in questo caso sulla valorizzazione dei beni culturali", ha detto, congratulandosi con Friuli Innovazione e Universita' di Udine, l'assessore regionale al lavoro, universita' e ricerca Alessia Rosolen.
Complimenti accolti con gratitudine dal rettore dell'Universita' di Udine, Cristiana Compagno che ha sottolineato come "qui al Parco si vedono sempre piu' spesso nascere le cose, si tocca con mano come delle idee diventino progetti e poi realta' per il territorio" e dal presidente di Friuli Innovazione e sindaco di Udine Furio Honsell che ha ricordato come in questo progetto si siano "coniugate mirabilmente le conoscenze informatiche con quelle della conservazione dei beni culturali", due settori nei quali l'Universita' di Udine vanta primati nazionali per aver dato vita alla prima facolta' di Conservazione dei beni culturali e fra le prime in informatica d'Italia.
"In momenti come questi si apprezza ancor di piu' - ha aggiunto Honsell - come sia indispensabile investire in cultura, perche' solo cosi' si costruisce il futuro".

E' stata la prof. Donata Levi dell'Universita' di Udine a presentare il progetto, giunto alla fine del primo anno e che proseguira' nei prossimi due e che prevede di mettere a disposizione di tutti sul web il patrimonio storico artistico del Fvg gia' catalogato dal Centro di Villa Manin, integrato con altri database sulle vicende conservative e sui cantieri di restauro. Una quantita' enorme di dati, e immagini, che saranno disponibili anche in altre modalita' (cellulari e modelli 3D). Ne potranno usufruire sia turisti sia cittadini, visitatori di musei, di siti archeologici e di beni storico-artistici presenti sul territorio. Sul progetto, finanziato dalla Regione, stanno lavorando da un anno i Dipartimenti di Storia e tutela dei beni culturali, di Matematica e informatica e di Georisorse dell'Universita' di Udine, Friuli Innovazione e la Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia.


13 aprile 2009

Scuola, lavagne, web20

Sul sito dell'Agenzia NAzionale per lo Sviluppo dell'Autonomia Scolastica (ANSAS, ex-Indire) è disponibile il report Formazione Scuola 2008, relativo agli stili di apprendimento legati alla Lavagna Interattiva Multimediale (LIM).
L'argomento delle lavagne digitali connesse in queste ultime settimane è molto dibattuto, al pari delle interpretazioni e degli impliciti legati all'espressione "nativi digitali"... partendo dal blog di Gianni Marconato potrete risalire alle varie discussioni e riflessioni che son fiorite al riguardo nei Luoghi web dove si prova a mettere chiarezza sul ruolo di queste tecnologie in classe, e dell'impatto che esse hanno sullo stile di apprendimento del gruppo-classe.

Più volte qui su NuoviAbitanti si è provato a esprimere un punto di vista sulla questione delle Tecnologie didattiche e dell'Educazione (queste ultime in quanto non strettamente legate ai curricoli, ma a esempio relative alla Cittadinanza), ma sempre si è cercato di tenere appunto fermo il focus del discorso sulla questione dell'apprendimento, il vero "risultato atteso" del fare scuola, dove gli obiettivi sono costituiti dall'acquisizione di competenze (e sempre più va tenuto in considerazione il saper-fare digitale da promuovere nei giovanissimi, anch'esso non necessariamente correlato alle discipline scolastiche, anzi), mentre le azioni sono date dal allestimento strumentale e concettuale di un ambiente formativo, ormai necessariamente biodigitale fisico-mentale-digitale, non più costretto dentro muri e anzi capace di ospitare il mondo in sé, dove per un insegnante sia possibile gestire registicamente molteplici flussi di informazioni e di narrazioni in entrata e in uscita con cui arricchire l'esperienza formativa della classe, in maniera indifferente rispetto agli strumenti e ai media utilizzati.

Ma sappiamo che nel caso delle ex-nuove tecnologie la percezione strettamente strumentale del computer, della lavagna interattiva o dei Luoghi formativi online diventa un ostacolo ulteriore da abbattere (una non aggirabile pars destruens da affrontare nella progettazione del percorso formativo) rispetto al raggiungimento di apprendimento significativo, perché la stessa vecchia visione culturale degli strumenti didattici impedisce di cogliere nel computer in classe e nel web in classe (e nella scuola che dialoga finalmente con il territorio e con il mondo) quelle caratteristiche che rendono questi ultimi diversi dalle lavagne in ardesia, o anche da un televisore con un videoregistratore collegato.

Non abbiamo a che fare con supporti muti o con depositi fermi di conoscenze come i libri, che l'insegnante volta per volta deve rendere eloquenti vivificandoli con la propria cultura ed esperienza. Superare, tra-guardare lo strumento pc o lavagna digitale ci porta dritti sul web, porta il web dentro la classe, e quindi ci situa in una dimensione non solo ricettiva, da consumatori di informazioni, ma sempre più produttiva di contenuti, da pubblicare ovvero rendere pubblici, aperti alla visione e alle considerazioni degli altri, in una scuola con molte finestre e molte porte, costantemente connessa con le comunità educanti di riferimento.

Queste considerazioni dovrebbero portarci infatti a privilegiare una concezione piuttosto sociale di questi dispositivi connessi, come veri e propri ambienti formativi in sé, in modo simile a come siamo disposti a conferire a un buon libro un valore educativo in sé, in quanto microuniverso narrativo: un libro deve essere da noi abitato e riempito di senso dialogico nel momento del leggerlo, come le mappe satellitari in quanto imprescindibile sostegno alla didattica e alla cittadinanza vanno abitate e arricchite di senso per il tramite della nostra produzione culturale originale, da apporre poi coerentemente nei marcatori geografici, per fare in modo che la mappa stessa oltre al significato "verticale" dello sguardo che osserva il territorio possa veicolare quella visione "orizzontale" fatta di percorsi antropici, di Luoghi di particolare significatività storica, di considerazioni di geografia umana.
Ma appunto leggere un libro, abitarlo, rimane un fatto privato, mentre abitare il web diventa un fenomeno pubblico, sociale, che non può essere compreso dall'interno di una prospettiva solamente strumentale.

Le osservazioni delle lezioni hanno cercato di mettere in luce le funzioni della LIM più frequentemente attivate. In continuità con le attività tradizionalmente condotte con la lavagna d’ardesia, le funzioni prevalenti sono state scrivere, disegnare, evidenziare; diffuse anche le presentazioni di animazioni e simulazioni e l’uso di learning object o software applicativi. Bassa invece la frequenza di funzioni legate al web, come la navigazione in rete; del tutto assenti infine le funzioni connesse alle potenzialità comunicative della LIM, come la videoconferenza che consente di attivare su di una medesima lezione aule remote (ospedale, PC casalingo, aula gemellata). I docenti sembrano ancorare la LIM al contesto classe senza spingersi oltre i confini dell’aula fisica.

Queste righe del report ministeriale confermano questa prospettiva interpretativa, secondo cui gli insegnanti alle prese con la tecnologia delle lavagne digitali rimangono ancorati ad atteggiamenti tradizionali rispetto allo strumento, senza appunto esplorare e saggiarne le nuove potenzialità. L'utilizzo è quello tipico del "supporto visivo", anche se va sottolineato il recepimento del cambiamento di "postura" dell'insegnante, che in simile situazione di apprendimento da intendere come "realtà aumentata" comprende il valore del ricoprire via via ruoli differenti nel corso dell'esperienza (esperto dei contenuti, facilitatore, conduttore di gruppi), nonché la necessità di ri-progettare la strutturazione dei percorsi formativi secondo le nuove potenzialità espressive delle LIM.

Vengono anche sottolineati i diversi stili di partecipazione da parte degli studenti, ovviamenti sollecitati alla collaborazione attiva da parte dello strumento LIM, dove
... predominanti sono stili intellettivi “logico” e “verbale”, in continuità con la didattica tradizionale, con un rafforzamento dell’intelligenza “visiva” consentita dal codice iconico del quale si avvale la LIM .
Laddove lo studente è chiamato ad agire direttamente sulla LIM, la dimensione manipolativa consente di attivare anche l’intelligenza “cinestetica”. La forte attivazione dell’intelligenza “intrapersonale” (51%), legata soprattutto alla registrazione degli esercizi degli studenti per la costruzione del portfolio personale e per la valutazione.
Il mancato uso di strumenti di comunicazione online si traduce in un basso livello di attivazione dell’intelligenza “esistenziale” connessa alla conoscenza di sé stessi in contesti di simulazione e alla sperimentazione di nuovi ruoli o stili relazionali (per esempio in contesti wiki o community online).

Segnalo anche due interessanti articoli su Insight, l'Osservatorio europeo per le nuove tecnologie e l'educazione, a cui sono giuto tramite European Schoolnet, il portale europeo per l'educazione.
In particolare, sul blog di Insight potete trovare un documento report promosso dalla European Commission's Joint Reasearch Center (JRC) in collaborazione con la Direzione Generale per l'Educazione e la Cultura (DG EAC), riguardante l'impatto degli strumenti web 2.0 sull'educazione in Europa.
L'utilizzo di wiki, blog, social network è diventata una pratica quotidiana a scuola? Lentamente, stanno cambiando gli stili di approccio, e si cominciano a scoprire nuovi territori per l'apprendimento, stanno prendendo forma vie innovative per utilizzare gli strumenti2.0 in classe: è possibile seguire le pratiche nei settori del sostegno classico alla didattica, del networking (quando gli strumenti comunicativi e sociali riescono a costituire una vera e propria comunità d'apprendimento), dell'integrazione dell'apprendimento in collettività ampie, del coinvolgimento della Società.

Il report "Horizon" edizione 2009 sull'educazione fino a dodici anni mostra invece i fattori emergenti delle tecnologie didattiche, dislocandoli in tre prospettive differenti sul piano temporale: gli ambienti collaborativi e la comunicazione online saranno di uso corrente entro il 2010, l'adozione di tecnologie mobili (tramite telefoni cellulari, a esempio) troverà ampio riscontro in un'orizzonte a medio termine, mentre gli ambienti di personal web (da tradurre poi in PLE, Personal Learning Environment) prenderanno piede tra quattro o cinque anni a partire da ora.
La ricerca identifica inoltre molte variabili in grado di influenzare l'insegnanmento, l'apprendimento e la creatività nelle scuole di base; tra quelle a maggior impatto, sono da segnalare la tecnologia in quanto presente nella vita quotidiana (studio, lavoro, socializzazione); la tecnologia per motivare gli studenti, e non più da concepire come veicolo di isolamento sociale; il fatto del web in quanto ambiente di esperienza personale; una nuova concezione degli ambienti di apprendimento sempre più interdisciplinari, basati e vivificati da community centrate sulla collaborazione e la comunicazione online; una nuova percezione della creatività e dell'innovazione in quanto stimate abilità professionali.
Nell'elenco di quelle che possono essere considerati i maggiori inibitori (dove può esserci una sfida, insomma) del cambiamento, vengono indicati il bisogno crescente di educazione formale sulle nuove abilità richieste dalla TIC, come alfabetizzazione digitale ma anche "visuale", in relazione ai nuovi meida; l'ostacolo costituito dalla vecchia letteratura scolastica e dalle vecchie prassi didattiche; un apprendimento troppo spesso sottovalutato e raramente praticato in quanto processo che riesca a incorporare esperienze di vita reale; la struttura stessa delle istituzioni educative, che non favorisce i cambiamenti oggi necessari nel fare scuola.

11 aprile 2009

Lavorare su Facebook (anche per insegnanti)


Rimango fermo sulle mie idee: in Rete esistono Luoghi migliori di Facebook per provare a fare didattica online, specificamente disegnati per le esigenze degli insegnanti e degli studenti, ovvero pensati nativamente come ambienti di apprendimento.

Sto parlando di ambienti 2.0, totalmente web-based - l'unico software necessario per la partecipazione è costituito dal browser - ed escludo per seguire il filo del ragionamento quegli ambienti ad esempio di e-learning come Moodle, che richiedono di essere installati su un proprio spazio web acquistato presso un provider, configurati e amministrati anche tecnicamente da parte nostra. In questi giorni si vocifera di una peraltro lungamente attesa integrazione tra Moodle e GoogleApps, che riuscirebbe a rompere l'esclusività e la percezione di Luogo conchiuso che caratterizza Moodle, aprendolo ai flussi da e verso il web, permettendo di arredare ad esempio l'ambiente di apprendimento scolastico (ogni scuola dovrebbe offrire "spazi attrezzati" su qualche proprio dominio) con le produzioni documentali che normalmente alloggiamo sui siti specializzati nell'ospitare video o presentazioni mutlimediali.

Perché credo che sia buona cosa che gli insegnanti abbiano comunque i loro molteplici luoghi personali di pubblicazione su web (vedi PLE Personale Learning Environment), da riproporre e linkare dentro gli ambienti di apprendimento reticolari, piuttosto che svolgere la loro attività esclusivamente dentro questi ultimi, senza che il loro fare risulti visibile e condivisibile all'esterno.

Tralascio anche le considerazioni di tipo "etico" sull'utilizzo di Facebook, se siete interessati ho provato a parlarne qui e qui.

Ogni insegnante, oppure ogni classe, potrebbe predisporre un proprio ambiente di social networking usando Ning (anche Eelg è piattaforma simpatica, di quelle però da scaricare e installare come Moodle), dove grazie alle tecnologie di tracciamento offerte dai feed RSS e alle finestre di visibilità widget da allestire sulle proprie pagine sul socialnetwork risulterebbe facile far confluire tutta la produzione documentale elaborata dal gruppo classe e altrove allocata, e insieme provvedere strumenti per la valutazione della comprensione da parte dei discenti, quali forum e bacheche specifiche per le discussioni corali sulle tematiche proposte dagli insegnanti.

Avendo le proprie presentazioni o documenti .doc .pdf su Slideshare o su Scribd, i propri video su YouTube o su Vimeo, incastrando video e presentazioni con Zentation, mostrando le vostre foto su Flickr, lavorando attivamente sulle mappe satellitari della propria zona arricchendole di contenuti originali sviluppati nel corso delle attività didattiche, collaborando sui wiki creati con PBWiki o Wikispaces o Wikia, sfruttando a fondo le potenzialità offerte dagli strumenti del vostro account Google quali GMail o il Calendario condiviso e collaborativo, l'imprescindibile GoogleDocumenti per scrivere e pubblicare pagine web, l'altrettanto fondamentale aggregatore Reader per nutrire e tenere aggiornata la cultura del gruppo di lavoro, e riportando tutte le attività che ogni singolo partecipante svolge autonomamente su web su tutti questi e su altri Luoghi all'interno del "social network di classe", già ottengo un ambiente flessibile e potente, capace di accentrare le funzionalità operative e quindi connotato identitariamente in modo stabile, riconoscibile nel tempo in quanto esplicito Luogo di apprendimento online ufficialmente firmato dalla scuola e dall'insegnante.

Se proprio proprio volete insistere su Facebook, tramutatelo almeno in un ambiente meno dispersivo, arredandolo con degli applicativi web di terze parti che potranno concorrere a rendere più efficace il vostro quotidiano lavoro di insegnanti su quella piattaforma.
A questo indirizzo su Selectcourses.com trovate cento 100 risorse per la produttività personale e per l'insegnamento da utilizzare dentro FB, organizzate secondo categorie: ci sono strumenti per mettere in luce le connessioni sociali, la gestione dei documenti e la loro condivisione, per le funzioni di ricerca delle informazioni, per la gestione dei gruppi di lavoro, per l'organizzazione lavorativa, nonché strumenti specifici per l'apprendimento e lo studio, da utilizzare anche con approccio ludico.

Enjoy and happy teaching.

5 aprile 2009

La Scuola di domani: aperta, connessa, sociale.

La Scuola di domani: aperta, connessa, sociale.
Giorgio Jannis

Cambiamento è la parola chiave di questi nostri anni. Una parola che può servirci per etichettare efficacemente il rapidissimo modificarsi delle strutture sociali degli ultimi decenni, e al contempo spinge il nostro agire attuale verso nuove forme di organizzazione del vivere, verso un necessario ripensamento e conseguente riprogettazione del fare umano rispetto ai territori d'insediamento e agli spazi di socialità oggi indifferentemente biodigitali.

I territori abitativi interpretati secondo visioni sistemiche emergono nella percezione come stratificazioni di epoche lontane, nelle tecnologie del mondo agrario e di quello industriale – le strade e le ciminiere, i tralicci e le bonifiche – ovvero come reti comunque tecnologiche di produzione e distribuzione dal forte sapore connotativo del Paesaggio, a cui oggi va aggiunta la tecnologia miniaturizzata e invisibile delle reti di connessione dei telefoni cellulari e di Internet, dove il web sta maturando in sé la capacità di offrire all'umanità un ambiente in cui intrattenere comodamente proficue relazioni sociali e notevolissimo scambio informativo ed espressivo con altre persone, fino al punto di farci ormai ritenere connaturata al nostro esercitare Cittadinanza Attiva la possibilità di poterci esprimere liberamente in Rete e da quest'ultima trarre informazioni dalle plurime fonti disponibili. Anzi, la presenza nelle legislazioni di un esplicito “diritto di banda” per ogni cittadino permetterebbe un ottimo confronto del grado di civiltà raggiunto dai singoli Stati, in quanto rappresentazione della libertà espressiva e dell'apertura alla Società della Conoscenza, come valore fondamentale per i tempi a venire.

Conseguentemente, si profila la necessità di provvedere una certa Educazione alla Cittadinanza attiva, proprio perché le tecnologie della comunicazione - il cinema, poi la radio, la tv, il web: sono i nuovi luoghi del Novecento in cui l'umanità racconta sé stessa – ovvero le principali responsabili della presa di coscienza collettiva della Transizione che stiamo vivendo, rendono sempre più diffusa la possibilità (il diritto!) per tutti noi di partecipare al dibattito collettivo, nei termini di consultazioni pubbliche o di veri propri atti di democrazia partecipativa, da concepire soprattutto con attenzione agli aspetti di governo locale del territorio. Come dire, qui bisogna dotare le persone di competenze digitali, per una questione di civiltà: l'accento va posto sulle dimensioni sociali delle nuove tecnologie, e non sugli aspetti tecnici dello strumento computer quale finestra per accedere alle forme di Abitanza digitale nel web.

La Scuola, quale luogo istituzionale deputato alla formazione del Cittadino, credo sia riuscita negli ultimi tempi a portare in luce, ragionando sul proprio fare, una distinzione importante riguardo l'utilizzo didattico delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione, dove finalmente a fianco di una funzione puramente strumentale di queste ultime (l'utilizzo di programmi di videoscrittura e di fogli di calcolo, oppure i software specifici per aspetti tecnici) emerge una considerazione sul loro essere piuttosto degli “ambienti di vita”, con cui tutti noi interagiamo quotidianamente, che si tratti di web o di cellulari o altri schermi. Disporre di spazi di espressione multimediali e pubblici, come i forum, i blog, i wiki, gli archivi audiovideo e le mappe satellitari, e utilizzarli tranquillamente nel flusso delle attività didattiche in classe (comprendendone le peculiarità social web, ovvero partecipative e collaborative) rende chiaramente percepibile il flusso di informazioni, ora aumentato e bidirezionale, che scorre tra la società e quella Scuola che ritiene importante essere un attore sociale trasparente e attento, aperto alla comunicazione con il territorio.

Purché gli insegnanti vedano nel computer una finestra verso un mondo ricco di socialità e di espressione di sé, e non come una macchina per scrivere; purché i PC in classe diventino “trasparenti” come lo sono i libri e le lavagne, supporti tecnologici dell'apprendimento ormai inglobati nel flusso delle progettazioni didattiche; purché le aule scolastiche siano percepite come “stanze senza pareti”, dove risulti facile consultare risorse del territorio e portare il mondo dentro la scuola, in uno scambio osmotico garanzia di aggiornamento costante e sintonia tra sistema formativo e società tutta.

Ecco, una scuola senza muri, liberamente attraversata da flussi fisici ed elettronici di persone e idee eppur riconoscibile nella sua identità istituzionale di Luogo formativo, dove strumenti di connettività personale rendano possibile far lezione ovunque e dove qualsiasi risorsa dello scibile umano sia disponibile all'istante, senza interrompere il flusso della narrazione gruppale con cui docenti e allievi, in presenza o a distanza, esplorano gli argomenti di studio e ri-giocano la realtà ricontestualizzando le conoscenze apprese dentro contenitori online condivisi e collaborativi, potrebbe essere una buona palestra alla Cittadinanza intesa in senso moderno, in un mondo fatto di ambienti di vita (di crescita) fisici e digitali in rapida trasformazione.

4 aprile 2009

2 aprile 2009

Maragliano, Infante: digital inclusion

Alcune suggestioni per una risposta maggiormente articolata agli interrogativi di cui al post precedente, per la comprensione delle relazioni tra internet e scuola, può giungere da questo video, dove Carlo Infante (qui trovate un suo profilo) intervista Roberto Maragliano per la trasmissione Salva con Nome di RaiNews24.

En passant, faccio notare come la difficoltosa definizione iniziale del moderno "stare in Rete" avrebbe potuto succintamente ed efficacemente essere resa con la locuzione "abitare in Rete", ormai ampiamente accettata da chi si occupa di cultura digitale (e relativi risvolti antropologici) in Italia. Ma certo è facile dire questo, qui sul blog dei NuoviAbitanti ;)

29 marzo 2009

Insegnanti, vi voglio vedere

L'Inghilterra ha appena varato una riforma scolastica decisamente innovativa.
Le materie di studio curricolari alla scuola primaria passano da tredici a sei (inglese, comunicazione e linguaggi, matematica, scienze e tecnologie, scienze umane sociali ed ambientali, scienze della salute e del benessere, arti e design), molti argomenti ad esempio di storia scienze o geografia non verranno più affrontati in quanto destinati comunque ad essere ripresi nelle scuole secondarie medie e superiori, ma soprattutto verrà dato un peso notevolissimo all'alfabetizzazione informatica e alle competenze digitali. Nel corso degli anni di scuola elementare, i bambini dovranno avere imparato a usare strumenti come le email, i podcast, Wikipedia e Twitter, e la scrittura al computer sarà parificata a quella manuale nella pratica quotidiana.

Perché muoversi foss'anche a tentoni in un mondo che cambia è sempre meglio di restare immobili, e venir travolti.

Ci sono insegnanti che leggono, qui? O persone comunque interessate alla tematica? Il dialogo è aperto, la ragion d'essere di un blog è la presenza di quel bottone "commenti", qua sotto.

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Massimo Mantellini per PuntoInformatico

Giovanni Arata nei giorni scorsi ha dedicato un articolo su questo giornale alle recenti ipotesi di innovazione nel mondo dell’istruzione inglese. Se ne è parlato molto nei giorni scorsi anche sugli altri media italiani, spesso con toni a metà fra lo stupito ed il canzonatorio. Colpa forse di Twitter, piattaforma sociale di recente fama che in Gran Bretagna, forse con qualche avventatezza, vorrebbero elevare a materia di insegnamento nelle scuole.

L’argomento è interessante per un numero ampio di ragioni. Intanto perchè non esiste al riguardo alcuna certezza. Vi interessano studi scientifici che riguardino l’influenza delle nuove tecnologie sulla didattica o sullo sviluppo psichico degli adolescenti? Nessun problema, ne troverete moltissimi, capaci di sostenere con ragione, numeri e dotte conclusioni qualsiasi sfumatura fra le molte posizioni possibili, da quella dell’irremovibile luddista a quella del tecnofanatico.

Molti studi neurofisiologici dicono cose piccole e intuitive, per esempio che il nostro cervello sta cambiando, in relazione agli stimoli che riceve. Esattamente come è sempre stato. Non ci sono giudizi di merito in molte di queste osservazioni: ci stiamo abituando a processare più informazioni di quanto non ci accadesse in passato, più velocemente, attraverso strumenti emotivamente avvolgenti che fino ad un decennio fa nemmeno immaginavamo. Paghiamo per questo un prezzo in termini di elaborazione culturale, sedimentazione dei contenuti, meditazione, calma? Probabilmente sì, lo dicono gli scienziati e ce ne accorgiamo in parte anche noi stessi, ogni giorno.

Se il governo inglese decide di includere con maggior vigore le nuove tecnologie e gli strumenti che le abitano nella didattica fa una cosa certamente ragionevole, ancorché inevitabile, per lo meno in un paese che tenga nel giusto conto la crescita culturale delle proprie giovani generazioni. Ci sono ottime possibilità che lo faccia male, che vada per tentativi, che scelga percorsi che domani si riveleranno sbagliati, ma non c’è dubbio che sarà sempre meglio di non fare nulla. Non dobbiamo illuderci che l’immobilismo sia la rassicurante calda coperta di lana che non è. E’ invece vero il contrario.

E pensare che in molti casi non si tratta di esprimere giudizi di merito ma semplicemente di osservare il già successo. Pensate per esempio alla scrittura: quanti adulti oggi nel mondo del lavoro scrivono ormai con la penna?In qualsiasi ambiente professionale, impiegatizio, amministrativo in senso lato, nella stragrande maggioranza di quelle professioni in cui si usava carta e penna oggi, semplicemente, non la si usa più. E’ una constatazione, non un giudizio di valore sulla penna in sé. Io - per dire - ho una età tale che quando frequentavo le scuole elementari ci si allenava con il pennino e l’inchiostro: il pennino, l’inchiostro e la carta assorbente, non so se vi rendete conto. La Bic a quei tempi era ancora (per poco) tecnologia prossima ventura.

E’ certamente traumatico pensare alla calligrafia come ad un residuo del passato e non sarebbe nemmeno giusto farlo : ci sono mille ragioni sacrosante per conservarne per quanto possibile le abitudini. E non sarei contento se mia figlia che frequenterà la prima elementare quest’anno, non tornasse a casa con i suoi quaderni pieni di lettere ordinate e tutte uguali a riempire le pagine. Per il resto non ci sono santi: quello che doveva succedere è già successo ed i nostri figli, domani (in quel frammento brevissimo di tempo che è il domani), scriveranno con la tastiera di un computer (o con un sistema di riconoscimento vocale o con quello che vi pare a voi). In ogni caso, già adesso, non c’è alcuna possibilità di riportarli indietro al calamaio e nemmeno alla penna a sfera.

Io già li immagino i sorrisini imbarazzati o anche la palese costernazione di molti insegnanti ai quali si racconta che oltremanica usano Twitter a scuola, o Wikipedia o qualsiasi altra diavoleria mediata da Internet. Lo so bene, perchè quella imbarazzante costernazione è un po’ anche la mia, di tutti quelli che vedono il mondo cambiare sotto le dita, così come so bene che esiste una dinamica di rifiuto nota nei confronti dei repentini cambi di scenario.

Non abbiamo ancora capito se, come diceva Bill Clinton qualche anno fa, i computer debbano incontrare le nuove generazioni già ai tempi dell’asilo, non sappiamo se Twitter sia una buona idea per uno studente liceale, ma sappiamo che gli strumenti tecnologici hanno invaso le nostre vite comunque.
Noi abbiamo due compiti principali mi pare: il primo è quello di trovare una utile ragionevole mediazione che incastri utilmente l’utilizzo della tecnologia dentro le nostre vite, il secondo, specie negli ambienti sensibili ed importanti nei quali si forma la cultura di una paese come la scuola, è quello di immaginare le nuove tecnologie come la grande opportunità che sono e muoversi di conseguenza. Muoversi.

22 febbraio 2009

Formazione post-industriale

Evoluzione della Formazione al modificarsi dei modelli economici e organizzativi dell’industria. La riflessione è ripresa da Domenico Lipari e paragona la Formazione in tre grandi momenti storici:
  1. nell’era Fordista la logica d’azione della Formazione era l’istruzione; trasferire nozioni operative che permettano all’operatore l’utilizzo di macchinari e tecniche produttive.
  2. nell’era del Taylorismo la logica diventa l’interazione tra individuo ed organizzazione. La Formazione è organizzata nell’analisi dei bisogni, nella progettazione, la gestione didattica (aula) e la valutazione finale.
  3. Oggi, nell’era Post Industriale, la logica della formazione diventa la capacità di lavorare sulle esperienze capitalizzando la conoscenza (tacita e non formalizzata) che viene creata. La conoscenza è qualcosa cha va generata e l’apprendimento è il processo cui questo viene garantito.

Oggi, per realizzare una formazione qualitativamente elevata è necessario uscire dall’aula ed entrare nei processi informali di apprendimento.

Oggi l’apprendimento è molto più frequente quando avviene in modalità non strutturate e senza una pianificazione o una intenzione della committenza.

E’ iniziata l’era delle Community.

via Luigi Mengato