30 agosto 2010

eBookFest a Fosdinovo


e-bookFest
A Fosdinovo va in scena il libro digitale

Organizzata da Associazione Tecknos, Bibienne e da Guaraldi editore, nella suggestiva cornice del Castello Malaspina di Fosdinovo (Massa Carrara), dal 10 al 12 di settembre 2010 si terrà la prima edizione del Festival dedicato al mondo degli e-books. Visita subito il sito della manifestazione:www.ebookfest.it 

Gli editori che a settembre si potranno incontrare a Fosdinovo non sono più interessati alla stampa in quanto tale: sono, come già 500 anni fa, ai tempi della rivoluzione gutenberghiana, quelli che guardano al futuro: si parlerà di ebook e di come cambierà il modo di "fare editoria". Si parlerà di "nuove scritture" e di distribuzione, di digitalizzazione e di distribuzione di contenuti digitali da parte delle biblioteche, delle nuove forme di diritto d'autore. E si parlerà molto di scuola, perché la normativa prevede dal 2011 l'adozione di libri scolastici digitali e i problemi sono tanti, a partire dalla situazione informatica delle scuole. 

Gli incontri, che inizieranno venerdì 10 settembre alle 14, sono aperti a tutti e l'accesso sia ai camp che  ai seminari e  alla zona espositiva, è gratuito. A fare da corollario ai dibattiti ci sarà anche l’eBookShow, dove scuole e università presenti presenteranno i loro progetti sperimentali, e le aziende esporranno i loro prodotti digitali. Sarà anche possibile vedere e provare i nuovi eReader per eBook.
Ecco un anticipo della nutrita serie di seminari e tavole rotonde:
* La nuova filiera dell’editoria digitale, dalla produzione alla distribuzione. 
* La guerra dei formati e diritto d’autore.
* Le biblioteche e le piattaforme di pubblico accesso 
* Le nuove scritture: non lineari, plurali, ipermediali e multimodali, autoprodotte. 
* Il testo digitale nella formazione e nella didattica: potenzialità e nuovi scenari 
* Accessibilità: disabilità sensoriali e cognitive: il problema della forma e quello dei contenuti. 

L’evento, che si propone di diventare un appuntamento annuale, discende direttamente da due barcamp sul "mondo ebook" di ottimo successo: il BookCamp (Rimini 2008) e lo SchoolBookCamp(Fosdinovo 2009). Attraverso il confronto tra professionisti, operatori del settore, studiosi, docenti universitari, insegnanti, blogger, rappresentanti delle istituzioni, e appassionati delle nuove tecnologie, l'eBookFest intende far luce sullo stato dell’arte dell’editoria digitale.

500 anni dopo: la Lunigiana culla dell'ebook 

La Lunigiana torna ad essere, dopo 500 anni, la culla dell'innovazione editoriale. Per tre giorni, dal 10 al 12 settembre, Fosdinovo ospiterà il più grande e significativo evento fino ad oggi organizzato sull'editoria digitale: la seconda edizione di due barcamp, 22 seminari, 20 presentazioni di progetti e sperimentazioni, alcune tavole rotonde e una zona espositiva animeranno il paese a partire dal castello Malaspina. La Lunigiana è storicamente terra di stampatori: nel 1458 nasce a Pontremoli una delle prime attività librarie e a Fivizzano intorno al 1470 furono utilizzati i primi caratteri tipografici italiani. Montereggio è detto ancora oggi il "paese dei librai" e da qui ha origine il premio Bancarella. Il primo fu, nel cinquecento, Sebastiano da Pontremoli. L'attività proseguì per molte generazioni e raggiunse il massimo sviluppo nell'ottocento. In quegli anni a Mulazzo nasce Emanuele Maucci, un grande editore che diede origine alla più ampia "catena" di librai del mondo con sede in Barcellona e consorti in Genova, Milano, Buenos Aires, Habana, Caracas. Ancora oggi i discendenti dei Librai Pontremolesi posseggono importanti librerie, e le strade di Montereggio sono dedicate ai più celebri editori italiani, da viale Luigi Einaudi a Borgo Feltrinelli.

26 agosto 2010

Il Senso, tempo e superficie

Qualche anno fa scrisse una cosa che si chiamava "I barbari", e provava a descrivere i cambiamenti culturali epocali che stiamo vivendo, i nuovi modelli della conoscenza, i nuovi linguaggi dentro cui abitiamo mentre usiamo ancora parole vecchie, che non riescono più a raffigurare il senso esatto di ciò che intendiamo comunicare, non riescono più a cogliere il fluire degli accadimenti.

Oggi Alessandro Baricco, su Wired, ha aggiunto qualcosa a quelle riflessioni, un ragionamento sulla superficie e la profondità, sul senso nascosto delle cose. O meglio, sulla morte apparente attuale di quella tradizione culturale che ci spinge a cercare ciò che vale, le cose preziose, la Verità, nelle profondità dei discorsi o nell'oscurità di libri rari o in altri Luoghi esoterici, celati alla vista, astrusi, complicatissimi. 
C'è da dire che l'umanità ha sempre vissuto con questa idea del sapere iniziatico, grammatiche magiche e sacre per leggere il senso segreto delle cose. Stregonerie rituali e iniziazioni, Parmenide e Pitagora, Misteri greci, Gnosi, alchimia, spiritismo, New Age e similia. 
Sulla superficie, alla luce, abbiamo la chiacchiera e le carabattole. Sotto, nell'oscurità, brillano le vere gemme, ma bisogna saper cercare, ed è faticoso. E forse non è nemmeno per tutti, né cercare né godersi il tesoro.

E questa nostra epoca, dove tutto è in superficie? E' avvenuto un funerale, da qualche parte? Stiamo elaborando il lutto per la perdita di una dimensione? Cosa traghettiamo nel domani?
Da questi barbari stiamo ricevendo un'impaginazione del mondo adatta agli occhi che abbiamo, un design mentale appropriato ai nostri cervelli, e un plot della speranza all'altezza dei nostri cuori, per così dire. Si muovono a stormi, guidati da un rivoluzionario istinto a creazioni collettive e sovrapersonali, e per questo mi ricordano la moltitudine senza nomi dei copisti medievali: in quel loro modo strano, stanno copiando la grande biblioteca nella lingua che è nostra. È un lavoro delicato, e destinato a collezionare errori. Ma è l'unico modo che conosciamo per consegnare in eredità, a chi verrà, non solo il passato, ma anche un futuro.

9 agosto 2010

Due segnalazioni

Questo è il link per un bell'articolo di Zambardino, su Repubblica. Si parla di come un colpetto qui un colpetto là venga limitata quella famosa libertà della Rete di cui tutti parlavamo, persino i Presidenti americani o i politici nostrani. Poi però ci sono interessi commerciali, come sapete, ci sono Stati che vogliono controllare ogni mail che spedite (diritti calpestati) e allora la Rete capitola.
Ottima la chiusa dell'articolo: arriveranno quelli che ci dicono come rendersi anonimi, quali espedienti tecnici utilizzare per non essere rintracciati... ma questo contribuirà a creare un sentimento carbonaro, nel nostro contrapporci al Potere in modo non trasparente. Io vorrei invece abitare in una Rete trasparente, col mio nome e cognome, diritti e doveri, alla luce del sole. E nessuno devo poter leggere la mia corrispondenza privata. E in ogni caso, proprio a voler fare i sospettosi e a voler vedere dietro le apparenze, cerchiamo di non dimenticare la "... lezione della storia per cui la clandestinità stessa è una creazione del potere, che il potere controlla e dal quale trae benificio".

A questo indirizzo trovate invece un articolo di Leonardo Tondelli su l'Unità: riguarda la tematica della valutazione degli insegnanti, e le conseguenze quasi ovvie di quello che avverrà dopo l'introduzione di sistemi di misurazione del merito professionale dei docenti fondati sulle prove Invalsi, come la ministra Gelmini propone. Avverranno furbate, come al solito e come dappertutto, e le conseguenze sociali di questo fare contribuiranno al peggioramento della qualità complessiva del sistema sociale in cui viviamo.

Buona lettura.

22 luglio 2010

Socialità in Rete

Come funziona la socialità in Rete?
Internet ha reso insignificante il concetto di distanza geografica, e gruppi di persone da tutto il pianeta, accomunati dall'interesse per tematiche specifiche, convergono sugli stessi Luoghi digitali e scambiano informazioni e opinioni e costruiscono oggetti culturali da re-immettere nel circuito della comunicazione.
O di converso, teniamo in considerazione anche una comunità locale che prende coscienza di sé, specchiandosi nei paesaggi mediatici che emergono dal proprio ininterrotto produrre comunicazione e contenuti, e che si scopre molto più ricca e variegata grazie alla coralità di voci che ora possono partecipare alla pubblica discussione.

Già da qualche decennio discipline quali la sociologia della comunicazione, la psicologia sociale, l'antropologia provano a illustrare i meccanismi tramite i quali si viene strutturando una forma sociale in una data collettività, i rituali e i cerimoniali, le tribù e i clan, la propaganda e la creazione del consenso, la nascita di tematiche condivise capaci di alimentare l'agenda collettiva, e la loro distribuzione presso i gruppi sociali, di cui spesso abbiam detto conviene darsi una rappresentazione di tipo ecosistemico, partendo a esempio dal modello delle nicchie ecologiche.

La nostra appartenenza a deteminati gruppi sociali e la relativa esposizione a determinati argomenti e punti di vista, la nostra frequentazione di determinate cerchie amicali o professionali costituisce un "filtro" attraverso cui percepiamo il mondo, dando senso agli accadimenti; in Rete avvengono gli stessi identici fenomeni di socialità, partecipiamo a conversazioni nei vari ambienti digitali, maturiamo la nostra opinione sui fatti in un confronto continuo con persone selezionate serendipicamente, di cui apprezziamo la competenza e lo stile.

Galatea ha scritto una riflessione su queste dinamiche sociali in Rete: ora io la incollo qui, ma cliccando qui la leggete direttamente sul suo blog.



Internet, il branco, il villaggio e l’utilità della fantesca globale
Stamattina, sulla Stampa, è apparso un bell’articolo di Ethan Zuckerman, traduttore e attivista della rete di Voci Globali. È un pezzo denso, di cui mi ha colpito però la riflessione riguardante l’apertura e la “chiusura” della rete. Posto che internet è ormai aperta a tutti, dice Zuckerman, e quindi tramite i social network persone di ogni parte del mondo possono entrare velocemente e spontaneamente in contatto le une con le altre, resta però un fatto che si tenda ad aggregarsi in “gruppi” che poi risultano abbastanza chiusi ed impermeabili fra loro: dei “branchi”, li chiama lui, in cui si ritrovano persone con interessi, cultura e provenienza razziale o culturale simile. Il risultato è che fra loro questi gruppi tendano a parlare solo di determinate cose (quelle che interessano loro) e rimanere sordi, anzi non entrare proprio in contatto con tutto il resto. Tanto che se una notizia o un tormentone vengono lanciati in internet all’interno di un determinato gruppo, persino molto numeroso, può addirittura accadere che il resto dell’universo dei navigatori nemmeno se ne accorga, o, se se ne accorge, non sia minimamente in grado di capire di che cosa stiano parlando gli altri.

Trovo l’osservazione di Zuckerman profondamente azzeccata. Internet, come tutti i prodotti dell’uomo, riflette la logica secondo cui è strutturata la società che l’ha prodotta. E la società umana si organizza, dalla tribù al globo, secondo logiche di appartenenza e di cooptazione. Ognuno di noi costruisce attorno a sé, sia nelle rete che nella vita, una cerchia che è il suo punto di riferimento fisso e che contribuisce a definire la sua identità: in sostanza ha un circolo ben definito di “conoscenti” di cui si fida o che frequenta per motivi di lavoro e di contatti sociali. Tutte le informazioni con cui l’individuo entra in contatto sono in un certo senso “filtrate” dalla sua cerchia: o perché gli arrivano indirettamente dai racconti di membri di essa o perché, anche se sono cose che vede succedere di persona, senza apparenti mediazioni, i fatti vengono interpretati attraverso i modelli culturali della cerchia di appartenenza, che determina cosa debba essere considerato “positivo” o “negativo”, “bello” o “brutto”, importate o trascurabile.

La novità di internet, semmai, è rappresentata dalla possibilità di allargare e rendere trasversali o multiple le nostre “cerchie”. Per secoli lo sviluppo del pensiero umano e del talento singolo erano molto vincolati non solo al tempo in cui l’individuo si trovava a vivere, ma dalla sua posizione geografica. In un mondo in cui gli spostamenti erano lunghi e difficili, la cerchia di amici con cui si poteva rimanere in contatto e scambiare idee era forzatamente ridotta a coloro che vivevano vicini. Lo scambio di idee e di informazioni, che è il presupposto per ogni crescita intellettuale, è legato alla creazione di una rete efficiente e veloce. Gli intellettuali hanno sempre costruito “reti” di questo tipo (dal reticolo di monasteri in continuo scambio epistolare del medioevo alle accademie di letterati nei secoli seriori): è impossibile diventare intelligenti se si passa il tempo a conversare solo con citrulli o si possono leggere quattro libri, magari neppure eccelsi. Ma finché non si è avuta la possibilità di una diffusione capillare ed immediata della parola “scritta” lo scambio intellettuale era patrimonio esclusivo di una élite: quella che si poteva spostare per viaggi e convegni, spedirsi lettere e scambiarsi tomi.

Oggi internet (con i social network, i forum, etc.) permette invece anche a persone “normali” di crearsi una propria rete di frequentazioni e conoscenze transnazionali, anche se non ci si può muovere da casa o lo si fa di rado. Resta però il problema, ma questo è un portato naturale, che queste cerchie si “costruiranno” in maniera spontanea cercando coloro che hanno interessi simili ai nostri. Gli appassionati di pesca cercheranno appassionati di pesca dall’altra parte del globo, ma sempre di pesca parleranno.

La logica con cui sono costruiti i social network, in realtà, favorisce l’incontro di chi ti è simile: si legge coloro cui si è concessa l’amicizia e l’accesso alle nostre pagine o thread, quindi a persone che già conosciamo o ci vengono segnalate da altri amici (o da algoritimi pensati per questo) perché hanno interessi comuni a noi. Per questo alcuni gruppi possono essere del tutto impermeabili a notizie che sono propagate al di fuori del gruppo stesso: esistono, sulla rete come nel mondo, delle nicchie, ed alcune sono particolarmente chiuse. Ciò che la rete però permette è quello di gestire più cerchie in contemporanea e in tempo reale. Chi ha esperienza di social sa che, dopo un certo numero di contatti, tutti dividono gli “amici” in liste, determinate sulla base degli interessi specifici e differenti dei vari membri che vengono là inseriti: la lista dei “maniaci” di internet distinta dagli “amici d’infanzia”, i compagni di calcetto divisi da quelli di partito o dai colleghi, e così via. Siccome l’individuo non è mai un monolite, internet permette di gestire contemporaneamente ed in tempo reale comunicazioni con più cerchie costituite da membri con interessi in parte diversi, e legati magari solo dall’avere tutte un contatto con x in comune. Il passaggio di informazioni (modi di dire, trend) sulla rete è garantita da questi individui-ponte, che possono mettere in contatto, casualmente, persone di provenienza ed interessi diversissimi fra loro.

Un tempo l’informazione “generalista” era affidata alla stampa generalista, appunto: uno comprava il giornale al mattino e leggeva un po’ di tutto nella prima pagina, poi approfondiva solo le notizie che gli interessavano, sulla base del proprio carattere, lavoro, formazione o bisogno. L’avvento di servizi specifici come Google News e Allert ha in parte ridotto l’apporto di informazioni generaliste, nel senso che uno può anche scegliere che gli vengano inviate a priori solo alcuni tipi di notizie, e beatamente ignorare il resto. Sui social network, in un certo senso, si è creato naturalmente lo stesso tipo di filto: ricevo twit ed aggiornamenti solo dalle persone che ho preselezionato e che quindi, nel 90% dei casi, parlano di cose che abbiamo in comune. Divengono perciò importanti, sulla rete, ai fini della diffusione dell’informazione, quegli individui che hanno molteplici interessi, molti contatti e in qualche modo partecipano a molte cerchie trasversali. Questi possono permettere che informazioni presenti solo nella cerchia A passino anche alla cerchia B, che, altrimenti, potrebbe bellamente ignorarle. Non necessariamente costoro sono i cosiddetti “guru” del web, o blogstar: anzi, di solito l’autore di un sito o di un blog tende a crearsi una personalità ben riconoscibile, e affrontare quindi solo determinati argomenti. Questi “ponti” fra le cerchie possono essere anche personaggi molto anonimi: basta che la loro rete trasversale di contatti permetta di innescare, per effetto domino, una specie di tam tam in ambienti che solitamente non sono in contatto. Un po’ come la vecchia fantesca del villaggio, che nessuno considerava un personaggio importante, ma, andando di casa in casa, finiva col diffondere in tutti gli strati sociali le novità del giorno. Internet è un villaggio globale. In tutti i sensi.

21 luglio 2010

Bambini e social network

Da una discussione interessante su Friendfeed: "Papà, ma non c'è un coso tipo facebook dove parlare ma per bambini?", ecco un problema che se ci impegniamo potremmo risolvere per tempo.
Purché nei commenti, qui come là, non arrivi qualcuno a dire che i bambini devono correre in bicicletta e giocare con gli amici, non essendo gli ambienti sociali digitali qualcosa che possa loro interessare, o essere addirittura deleterii per la loro formazione individuale.

Tanto per cominciare, i bambini sanno cosa fare su internet. Guardano Youtube, hanno i loro siti preferiti per giocare, vanno a cercare informazioni sui cartoni animati preferiti o su Harry Potter o Lady Gaga, conoscono Wikipedia. 
A partire dalle scuole medie, o anche per quelli di quarta e quinta elementare, il riferimento nei loro discorsi a cose viste in Rete è costante, il web è un Luogo abitato, e tanto quanto a quell'età espandono il loro orizzonte verso il vicinato e i gruppi di amici, così esplorano territori indifferentemente fisici o digitali.

Poi, non vorrei mai che per colpa di quelli che dicono che Internet non è per i bambini, e quindi proibiscono anziché educare, si ricadesse nella stessa situazione che abbiam già vissuto con la televisione prima e con i videogame poi, realtà vivissime nel mondo esperienziale dei minori eppure colpevolemente tralasciate dai sistemi formativi, senza che a scuola oppure in modo informale in famiglia e nelle agenzie educative territoriali si prendesse seriamente una certa Media Education capace di far riflettere insegnanti e allievi sulle grammatiche e sugli effetti sociali dei mezzi di comunicazione di massa.

Inoltre: i bambini a scuola usano il web per attività didattiche, e chissà quante maestre han già provato (o avrebbero voluto) a creare degli ambienti formativi digitali, usando Moodle o piccole community di classe web-based, dove poter alloggiare presentazioni powerpoint, caricare video fatti a scuola con la macchina fotografica, allestire gallerie di immagini della gita scolastica o dell'uscita presso il Museo, pubblicare documenti di scrittura collaborativa nati e cresciuti magari nel corso di attività con altre classi o altre scuole, nazionali o internazionali. 
Sappiamo da anni che l'introduzione del computer in classe genera una forte spinta motivazionale, e sappiamo anche che il modo migliore per apprendere in modo significativo (radicando le conoscenze in noi) è raccontare a qualcun altro ciò che si è imparato: ecco perché potrebbe essere interessante allestire le classi scolastiche anche dentro ambienti digitali - la classe non è un'aula, i muri scompaiono, abitiamo dappertutto, osmosi scuola-territorio - dove poter innescare conversazioni proprio sulle tematiche didattiche, tramite gli strumenti di chat e forum e bacheche e commenti.

Se in quinta elementare i bambini oggidì ricevono in regalo il cellulare, io ne approfitterei per dar loro ufficialmente e istituzionalmente anche una bella casella di posta elettronica, e intendo nome.cognome@, e anzi trasformerei questo rito di passaggio, fondato sull'acquisizione di strumenti che inaugurano la dimensione della socialità personale, in un vero cerimoniale da celebrarsi alla fine dell'anno scolastico. Sancendo il loro ingresso nell'età della socialità allargata, coglierei l'occasione per raccontare ai piccoli i lati positivi e quelli negativi relativi all'utilizzo di quegli strumenti.

Ci sono sedici (16) milioni di italiani su Facebook, considerando la fascia tra i 25 e i 50 anni ci sono in Italia milioni di genitori che in questi giorni si sentono chiedere "Papà, ma non c'è un coso tipo facebook dove parlare ma per bambini?" da una personcina di nove anni che è naturalmente incuriosito da cosa fanno papà e mamma quando arrivano a casa e si collegano (tralasciando il fatto che la gente usa facebook sul lavoro, dall'ufficio), e vedono schermi con foto di parenti e amici di famiglia, e auguri di compleanno, e chiacchiere di botta e risposta nei commenti.
Certo, esistono anche molti ambienti social per i minori, e sono anche frequentati. A esempio, credo che un nuovo rito di passaggio adolescenziale, praticato e vissuto in modo mediatico, sia il "cambio di social network", quando cioè un ragazzino/a di diciassette anni sente ormai limitante il proprio abitare su Luoghi sociali (Badoo e altri) progettati per un target d'età inferiore, e compie il grande passo di andare magari su Facebook, "dove ci sono i grandi".
Tra parentesi questo significa che i diciottenni che ora trovate su Facebook fanno social da tre/quattro anni su piattaforme dedicate, dove chissà che cosa han visto, come lo han vissuto, quali criteri di giudizio si sono formati in perfetta autonomia, visto che i genitori non capivano/capiscono cosa significhi chattare e scambiarsi foto in posizioni ambigue o semplicemente ludiche nella ricerca per prove e errori di una propria identità digitale, o comunque rappresentazione e proiezione mediatica di come vogliamo apparire e essere riconosciuti online.
Ma fino a quando la scuola primaria, dove si seminano i buoni comportamenti, non provvederà delle competenze digitali agli allievi per renderli Abitanti anche del nuovo mondo immateriale, il web in cui vivono a pieno diritto (a esempio: saper gestire il proprio profilo su un socialnetwork, aver cura della password, adottare comportamenti di buon senso nella protezione della privacy, conoscere i propri diritti di accesso all'informazione e di libera espressione di sé, possedere grammatiche e conoscenze aggiornate per decodificare la complessità tecnologica e comunicativa dei nuovi strumenti, aver maturato approcci etici rispetti agli altri fondati sui valori dell'accrescimento della conoscenza collettiva e sullo scambio interpersonale, aver compreso l'importanza di una riflessione sugli aspetti digitali di reputazione e fiducia incentrati sulla nostra persona e sul nostro fare pubblico in Rete, aver appreso le regole socialmente negoziate per condurre conversazioni civili e quindi consapevolezza di un fare diffamatorio, calunnioso, oltraggioso), indubbiamente il problema rimane il controllo di questi ambienti da parte di un supervisore adulto, genitore o tutore responsabile.
I bambini devono essere lasciati liberi di giocare tra loro, tanto quanto si lasciano giocare con altri bambini nei parchi senza impicciarsi troppo, o quando nella prima adolescenza allargano i loro giri in bicicletta frequentando gruppi di amici sul muretto, senza più essere sotto l'occhio attento e apprensivo della mamma.

Mettiamo un bambino di dieci anni. In classe a scuola ci si potrebbe scambiare l'indirizzo di posta elettronica, la maestra si fa scrivere una mail da ciascun bambino dal suo account personale nome.cognome@, poi ri-spedisce a tutti i bambini una mail con tutti gli indirizzi in chiaro, cosicché tutti abbiano quello degli altri.
Oltre a tornar utile per motivi scolastici, i genitori sarebbero sicuri che le comunicazioni avvengono sempre con persone certe. 
Ed è anche legittimo che i genitori controllino il cellulare e la mail dei figli, anche se farlo con un quattordicenne diventa questione spinosa, per la sua sacrosanta esigenza di privacy. Ma in ogni caso sapere che il genitore *potrebbe* controllare è già deterrente sufficiente affinché il minore rifletta su quello che sta facendo online (poi ovviamente il ragazzo o la ragazza un minimo scafati, imparando da amici o da fratelli grandi, si creano altri account e altri indirizzi di posta e altri nickname e vivono felicemente le loro mille identità digitali, come palestra di adultità).

Sui social network c'è il problema del "chiedere amicizia", che può essere fatto indistintamente e rapidamente verso tutti quelli che incontriamo. Inoltre vi è la possibilità di cercare le persone in molti modi diversi, e i risultati appaiono pubblici.
Forse su questi aspetti si potrebbe far qualcosa, sicuramente dal lato educativo, ma anche ponendo attenzione agli aspetti tecnici con cui le comunità digitali vengono progettate e realizzate.
Come già Facebook (ufficialmente riservato ai maggiori di 13 anni, ma abitato da molti bambini di età inferiore) sta cercando di fare su richiesta corale di fruitori preoccupati, la ricerca su persone minorenni a esempio dovrebbe essere inibita, come pure dovrebbe essere presente in maniera ben evidente un bottone PANICO che i minori potrebbero sempre rapidamente cliccare per segnalare comportamenti sessualmente sospetti.

I bambini, nuovi abitanti nativi, hanno tutto il diritto di avere una cerchia sociale digitale, e di praticare forme di socialità ormai comuni nel mondo (chat, commenti botta-e-risposta, videoconferenze, scambio mail) con i propri amici, comportandosi con proprietà nei Luoghi sociali, conversando civilmente, ascoltando gli altri e esprimendo liberamente sé stessi e per questo stesso fatto crescere come persone.
Ormai una generazione intera, quelli nati dopo il 1990, è giunta all'età della maturità (e del voto, e della responsabilità civile, e della patente, e dell'impiego professionale) vivendo tutta la vita circondata da computer e Internet e oggetti digitali e comunicazione istantanea, senza che nessuno abbia loro raccontato niente di cosa stava succedendo
Cerchiamo per quanto ci è possibile di ragionare su queste tematiche, auspicabilmente con cognizione diretta  dei nuovi comportamenti sociali mediati: a noi, come genitori o insegnanti, rimane come sempre da comprendere come poter garantire qualità educativa agli ambienti di crescita dei minori, fossero anche ambienti digitali.

19 giugno 2010

De Biase su Soru, Caio e Gentiloni

Francesco Caio e Renato Soru. Insieme per discutere dell'internet all'italiana, tra banda larga che non si allarga e politica che si restringe. L'occasione è stata ieri, sul finire di unagiornata dedicata al tema, a Roma, organizzata da Paolo Gentiloni

Non era la serata per ritornare a parlare dei dettagli del piano per la banda larga, per vedere le possibili configurazioni tecnologiche, per ritornare sulle polemiche tra gli operatori... Era la serata per ascoltare due protagonisti veri che, con il cuore e il cervello, hanno fatto molto per l'infrastruttura dell'internet italiana. Ed era la serata per cercare di comprendere come si può sparigliare, come si può sbloccare il processo che serve a migliorare la connettività in questo paese, chi se ne deve occupare.

Entrambi hanno scelto di partire dalla visione. Per Caio è dimostrato che l'allargamento della banda è pienamente connesso allo sviluppo economico. Per Soru è chiaro che, come dice l'Europa, la rete è competitività e inclusione. Per entrambi è speranza di crescita culturale, sociale, economica. 

[...]


10 giugno 2010

Lavagne interattive on-line

via Vocescuola

Durante gli scorsi mesi ho più volte segnalato soluzioni on-line per realizzare lavagne interattive virtuali, inoltre ho visto che i post più popolari sono proprio quelli che si riferiscono a questa tipologia di applicativi. Con questa segnalazione voglio incominciare a fare un po’ d’ordine ed elencare gli applicativi più interessanti.
Qui di seguito una lista di sei lavagne interattive web-based:

7 giugno 2010

Insegnare il buonsenso

Sergio Maistrello prova a riflettere sulla consapevolezza dei comportamenti online, sull'etica della condivisione, sui cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi due anni, da quando 15 milioni di italiani si sono iscritti a Facebook, "persone, là fuori, che pensano di guidare un triciclo al parco giochi e non si rendono conto di essere invece al volante di un bolide in autostrada".

Queste riflessioni prendono poi la forma di un decalogo, lo incollo qui, ma voi cliccate e andate a leggere il post da Sergio, che vi conduce benissimo ad approfondire il ragionamento.

En passant, faccio notare come tre ore di un anno scolastico, in terza media, dovrebbero essere dedicate a riflettere sopra un simile decalogo, per condurre seriamente a scuola delle iniziative di educazione civica, Educazione alla Cittadinanza. 
Insegnanti che leggete, siate NuoviAbitanti.



  1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così.

  2. Sii consapevole che potresti essere chiamato a rispondere di qualunque cosa tu abbia scritto o condiviso, anche molto tempo dopo che l’hai pubblicata. I reati esistono anche dentro internet e sono gli stessi che regolano qualunque convivenza sociale: passato lo spaesamento per la novità dell’ambiente, le querele aumenteranno.

  3. E nel caso ti rimanesse il dubbio: no, anche se non ti firmi con nome e cognome dentro internet non sei mai del tutto anonimo. Ogni tua azione lascia tracce a qualche livello. Se necessario, può essere più facile di quanto tu creda risalire alla tua identità.

  4. La differenza tra l’espressione legittima delle tue idee e l’ingiuria o la diffamazione è spesso soltanto una questione di formulazione del pensiero e di stile nel confezionarlo. Puoi pensare che Tizio sia un cretino, ma non puoi dargli semplicemente del cretino. La libertà di opinione e di espressione non implica la libertà di insulto. Questa non è educazione a internet, questa è educazione civica.

  5. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.

  6. Non pubblicare o condividere mai nulla che riguardi anche altri senza avere l’esplicito consenso di tutte persone coinvolte. Ci sono persone che non gradiscono affatto che in rete circolino le loro foto o si parli di loro ed è giusto rispettare la loro sensibilità: non sono loro a dover manifestare la loro preferenza a pubblicazione avvenuta, sei tu che devi verificarla preventivamente. L’attenzione deve essere ancora maggiore quando i contenuti riguardano minorenni, a maggior ragione se non si tratta dei propri figli.

  7. Assicurati di essere legittimato a pubblicare contenuti che non siano prodotti da te: se pubblichi foto di altre persone devi avere il loro consenso, altrimenti ti stai appropriando di una creazione intellettuale altrui. Se vuoi rilanciare un contenuto che ti è piaciuto molto, un estratto con un link alla fonte originaria è altrettanto efficace e molto più rispettoso del funzionamento di internet.

  8. Se decidi di rilanciare appelli, campagne di opinione e altri contenuti “virali” assicurati di non contribuire alla propagazione di bufale o di palesi falsità. Più un contenuto è soprendente e basato su presupposti emotivi più è probabile che sia artefatto, superficiale o disonesto: condividendolo ne sottoscrivi implicitamente i limiti e i fini. Se contribuisci a diffondere falsità e bufale manifesti platealmente la tua ignoranza (e gli altri sono autorizzati a fartelo notare). La rete offre molti strumenti per fare verifiche preventive, usali.

  9. Sei nodo in una rete, anello in una catena. Ogni tua azione ha una conseguenza, seppur minima, a livello di sistema. Sei libero di pensare, esprimere e condividere quello che ti pare: quello che ci si aspetta da te è che sia quanto meno un’azione consapevole e ponderata.

  10. È troppo facile esprimersi per lo più contro qualcosa o contro qualcuno, a maggior ragione oggi che tutti possono diffondere con facilità le proprie idee. Costringiti a discutere sempre e soltanto le idee, mai le persone. Costringiti a essere positivo, propositivo. Da grandi abilità derivano grandi responsabilità. Oggi non hai più scuse per non contribuire a migliorare il mondo. Comincia migliorando le tue idee, il modo in cui le presenti e l’impatto che possono avere nella tua rete sociale.


31 maggio 2010

Critica dell’automobile


Daniel Cohn-Bendit, europarlamentare verde e leader di Europe écologie, propone nel suo ultimo lavoro “Osare di più” riflessioni sul futuro della politica e sull’economia ecologica. Avanzando proposte radicali.
"Osare di più. Morte e rinascita della politica” è l’ultima fatica  di Daniel Cohn-Bendit, in uscita per i tipi “I libri necessari” della neonata “edizioni dell’Asino”, un progetto editoriale frutto della collaborazione tra Lunaria e Lo Straniero con la partnerschip di Redattore Sociale. Ne pubblichiamo una anticipazione con la cortese autorizzazione dell’editore. E’ possibile acquistare il libro anche dal sito www.asinoedizioni.it La sintesi del testo che segue - a cura di Gianpaolo Silvestri - è parte del capitolo “Per una nuova ecologia politica” raccolto da Giulio Marcon e rivisto dall’autore. 
Innanzitutto dobbiamo ricordare un dato fondamentale, da cui partire: oggi abbiamo raggiunto un livello impressionante di sovrapproduzione dell’automobile. Per l’Unione Europea la produzione di automobili è certamente un fatto importante: in Europa si concentra quasi il 35% della produzione automobilistica mondiale. Ogni anno si producono più di 19 milioni di automobili e l’industria automobilistica coinvolge oltre 12 milioni di famiglie. È un fatto importante. C’è un però. C’è una crisi di sovrapproduzione. ..Produciamo molte più automobili di quelle di cui abbiamo bisogno: questo il dato di fatto. Perciò, non è vero che oggi sia possibile salvare contemporaneamente le industrie della Fiat, dell’Opel, della Peugeot, della Mercedes e altre ancora…Oggi abbiamo una sovrapproduzione del 30% di automobili in Europa: non è possibile mantenere questi livelli di produzione e non è possibile salvare contemporaneamente tutte le fabbriche di automobili europee. È impensabile, a meno che di non mettere in campo una politica assistenzialista di stato per la produzione di merci di cui non abbiamo bisogno e che fanno male al nostro ambiente. Il tutto a carico dei cittadini.
Ma, purtroppo, il discorso economico prevalente sull’automobile nella sinistra tradizionale e nella destra è sempre lo stesso: bisogna salvare l’industria automobilistica, è necessario rilanciarla e svilupparla, bisogna dare nuovi e sempre più consistenti incentivi, eccetera. È un discorso vecchio e sbagliato; ed è lo stesso discorso che si faceva vent’anni fa sulla siderurgia, di fronte alla crisi evidente di una produzione che – oltre a essere dannosa per l’ambiente – era condannata a essere ridotta e limitata…Si trattava di un settore produttivo indifendibile: si è tentato l’impossibile, sono stati spesi un sacco di soldi e l’obiettivo non è stato raggiunto. Lo stesso discorso si può fare per l’industria automobilistica. Dobbiamo avere il coraggio di dire a tutti noi, alla politica, alle imprese, ai sindacati, ai lavoratori, alla società: l’era dell’automobile è finita e dobbiamo pensare a come gestire la sua riduzione e limitazione, non a come salvarla e rilanciarla. Dobbiamo porre fine a questa illusione e all’idea che si possa rilanciare l’economia attraverso la produzione automobilistica, un settore produttivo che non ha futuro. Dobbiamo chiedere alla politica europea di assumersi la responsabilità di un nuovo modello di sviluppo e di una nuova mobilità che non sia più fondata sull’uso privato dell’automobile. In questo senso sarebbe necessario creare una sorta di Agenzia europea per la trasformazione dell’economia e utilizzare il Fondo europeo per lo sviluppo regionale per favorire iniziative di riconversione e cambiamento delle produzioni. Perché più in generale dobbiamo essere consapevoli che una parte della attività industriale (oltre alla siderurgia e a quella automobilistica) del’900 è condannata inesorabilmente a scomparire. Per questo dobbiamo essere in grado di anticipare il più possibile i tempi, evitando un assistenzialismo che non serve a nulla, e avere il coraggio di investire in altre produzioni, compatibili con la crisi ecologica che stiamo vivendo.
Giustamente si dice che tra qualche anno, quando tutte le famiglie cinesi e indiane avranno una automobile, o più di una come succede da noi, (e anche magari un condizionatore d’aria, un frigorifero, una lavatrice, una lavastoviglie, eccetera) il nostro mondo andrà in rovina: l’inquinamento sarà insostenibile e il consumo di energia oltre ogni livello accettabile. Ma c’è una considerazione in più da fare, ed è questa. Se pensiamo che questa richiesta di beni dei cinesi e degli indiani possa essere soddisfatta dalle nostre industrie, ci illudiamo. I cinesi e gli indiani non compreranno certo le nostre automobili, se non in minima misura, perché se le produrranno – e già se le producono – nel loro paese con le loro industrie (e naturalmente a prezzi inferiori dei nostri). È un’illusione che i nostri mercati e le nostre industrie (e questo vale anche per gli altri settori produttivi) possano produrre per la Cina, per la l’India e magari anche per la luna. Questa è – appunto – una pura illusione, generata da una visione economica, quella del produttivismo illimitato, che non ha alcun futuro nel mondo globalizzato.
Analizziamo ad esempio le misure – come la rottamazione – che molti paesi europei hanno preso in questi mesi per far fronte alla crisi dell’automobile: una misura che alcuni di questi paesi prendono in realtà normalmente, anche in periodi in cui non c’è crisi economica. Si tratta di una misura assistenzialistica, ormai, ordinaria e continuativa. La rottamazione è una misura inutile e dannosa. È una misura che non serve a nulla. È una boccata d’ossigeno per un sistema economico e produttivo insostenibile e che non ha futuro. Lo stato dà questi soldi per niente, sono soldi buttati al vento…. 
Per dare un futuro all’industria automobilistica – per farla sopravvivere ancora per un po’ – l’unico modo sarebbe quello di costringere le persone a cambiare sempre più velocemente la vecchia macchina con una nuova: oggi, magari, cambiandola ogni tre-quattro anni, e poi domani ogni due, e dopodomani una volta l’anno. Ma questa è una vera follia e ci porterà al disastro ecologico e sociale. È vero che nel’900 l’automobile è stata un simbolo di modernizzazione, di stile di vita, anche di libertà e di democrazia, di avanzamento ed emancipazione sociale, ma oggi non è più così. Dobbiamo avere il coraggio di dire alle persone: è ora di cambiare totalmente e radicalmente il sistema della mobilità esistente. Quello dello sviluppo illimitato della produzione delle automobili ci porta al disastro ambientale e sociale. Il futuro non è dell’automobile... 
Dobbiamo porre fine a un sistema della mobilità fondato sull’automobile privata e a un modello di sviluppo economico fondato sulla produzione di automobili. Le automobili vanno certamente rottamate, ma definitivamente, non per farne delle altre.

Fonte: Terra

25 maggio 2010

La privacy a scuola

E' stato pubblicato sul sito del Garante per la Protezione dei dati personali www.garanteprivacy.it il vademecum "La Privacy tra i banchi di scuola", un opuscolo in .pdf abbellito graficamente e dal linguaggio abbastanza chiaro e sintetico (non si tratta della solita circolare ministeriale, per capirci). Provate questo link, oppure cercatela sul sito governativo.

Traccio giusto uno spunto, ma l'argomento della privacy a scuola meriterebbe ben più profonde e articolate riflessioni: a me sembra di imbattermi in un contraddizione, o per meglio dire un "doppio legame" di batesoniana memoria, nel modo in cui si allestisce complessivamente la comunicazione su queste tematiche.
Mi ricorda quando il genitore urla "non bisogna picchiare gli altri" rifilando una sberla al figlio, oppure quando si attuano campagne sociali per la "purezza della razza padana" e le classi scolastiche sono invece tutte bianche e nere come le scacchiere e i pianoforti, come quando il bambino vede che si applicano due pesi e due misure, come quando i messaggi che giungono da varie fonti non fotografano bene la realtà e si comprende la distanza abissale che intercorre tra il mondo com'è, come lo vediamo,  e come vorremmo che fosse, come lo raccontiamo.

Perché l'opuscolo del Garante della Privacy per la scuola mi sembra piuttosto normativo, certo intriso di buon senso; le limitazioni alla pubblicazione di documenti scolastici, di momenti di vita sociale, di opere didattiche sono abbastanza stringenti.
Mentre il mondo sta vivendo una metamorfosi dei propri valori etici, riguardo l'accettazione sociale dei comportamenti "esibizionistici" delle persone nei Luoghi digitali.
Tra l'altro, la stessa morale puritana che mi porta a definire "esibizionistica" o impudica la narrazione di sé a cui siamo quotidianamente chiamati a giocare grazie all'esplosione di ambienti digitali personali o sociali (blog o socialnetwork), suona oggi anacronistica, decisamente non adeguata a giudicare.
Fino a vent'anni fa giudicavo le persone incontrandole per strada, dai loro vestiti e dalla loro automobile, dallo stile dei gesti nell'atteggiarsi in pubblico, dalla profondità del loro ragionare in quei rari casi (solo migliaia) in cui alcune di queste persone riuscivano ad accedere a giornali, editoria, cinema, televisione, diventando scrittori o giornalisti o registi e quindi riuscivano a moltiplicare la risonanza del loro pensiero grazie ai supporti tradizionali che storicamente sostengono la cultura umana.
Oggi in milioni diventiamo editori di noi stessi, ognuno di noi può allestire la propria vita pubblica negli ambienti digitali, pubblicando articoli e saggi e opere d'arte e barzellette sciocche. Con la stessa potenza mediatica una volta riservata a realtà imprenditoriali strutturate, oggi riusciamo a arredare gli spazi della conversazione pubblica, dando immagine di noi e costruendo nel tempo, come linea di facce o memoria degli atteggiamenti, la nostra identità digitale.
Il mondo tutto di oggi ci chiama a mettere in scena noi stessi, a raccontarci, a scambiare opinioni e giudizi gli uni con altri, a partecipare alla conversazione, perché sotto c'è un'altra morale rispetto a quella puritana del nascondere tutto, e oggi la trasparenza, la condivisione delle conoscenze e l'agire collettivo sono molto più facili tecnicamente e apprezzati eticamente.

Oggi sono abituato a, mi aspetto, voglio che l'Azienda o il Comune o la Scuola comunichino molto. Gli individui possono giocare con la loro identità, mettere in scena sé stessi sbagliando o innovando (e tutto concorre a ridefinire e modernizzare quei concetti e valori socialmenti accettati di "esibizione" di sé suddetti, oggi in rapido mutamento), la Scuola deve in quanto pubblica rendere trasparente sé stessa, deve permettermi di conoscerla, deve abitare la conversazione sociale contribuendo con il suo discorso di attore sociale istituzionale alla costruzione collettiva e collaborativa del senso e delle pratiche di una buona Cittadinanza.

Perché la Scuola insegna la Cittadinanza, a fare e a essere cittadini, e lei stessa non può, pena una contraddizione nel suo stesso dire, rifiutarsi di partecipare alla vita sociale, consegnare e educare le giovani generazioni al "silenzio mediatico" quando quegli stessi ragazzi su Facebook o nelle loro pratiche comunitative quotidiane vivono una situazione ben diversa, e capiscono subito che come al solito la Scuola è inattendibile perché ancorata ai valori obsoleti di forme di socialità che non abitano più nei nostri tempi, una scuola scollata dalla realtà concreta (non puoi dilungarti sul Risorgimento e tralasciare la Guerra del Golfo e il Muro di Berlino, non puoi non raccontare cosa sono la televisione e il web e quello che abbiamo intorno, crisi e conomica e ambientale e culturale).

Un ragazzino nell'adolescenza alza lo sguardo, si confronta con la socialità ampia dei gruppi e della collettività, e il messaggio contradditorio che gli arriva è quello di un mondo adulto che a voce parla di regole e proibizioni e censure e norme, mentre negli atteggiamenti e nei comportamenti, ovvero nel vivace calderone della socialità mediatica oggi moltiplicata e universalizzata dalle tecnologie connettive, ci sguazza contento, com'è giusto che sia secondo i nuovi valori sociali orientati alla visibilità pubblica del proprio abitare.

Quindi, ben vengano i manuali governativi di privacy, quando la loro funzione storica è pur sempre indicare a negativo la devianza, quei comportamenti individuali e sociali che danneggiano la persona o gli altri: imparo cosa posso fare studiando cosa non posso fare.
Ma il discorso complessivo della Scuola riguardo la privacy dovrebbe essere al contrario orientato a praticare l'espressione di sé, a progettare la propria postura comunicativa e quindi identitaria negli spazi pubblici della conversazione collettiva, e dal fare concreto con gli altri ricavare quella consapevolezza del proprio dire (consapevolezza della distinzione tra personale e pubblico, quindi privacy) da trasformare in posizione etica, per innervare la propria missione educativa.