13 dicembre 2010

Gestire le città

via Downloadblog



Grazie ad IBM, la città texana di Corpus Christi, che conta 280000 abitanti, potrebbe diventare un esempio di efficienza e di sostenibilità ambientale. Il progetto di IBM battezzato Smarter Planet promette di usare le tecnologie più avanzate per trasformare le città mediante software per la misurazione, il monitoraggio e l’ottimizzazione delle risorse idriche, delle strade, degli aeroporti, parcheggi e tutte le infrastrutture fondamentali per la vita di un centro urbano.

Il software sviluppato da IBM permette una visione in tempo reale dello stato delle risorse controllate ed, insieme ad una rappresentazione su una mappa dettagliata del territorio, mette in evidenza le zone che presentano delle criticità da affrontare. I cittadini di Corpus Christi hanno già risparmiato molti litri d’acqua grazie all’uso dei sistemi di controllo messi a loro disposizione dal colosso americano: piccole falle nel sistema di tubature, che causavano enormi perdite globali, sono state individuate e pian piano sono in via di riparazione.

Altre città sarebbero all’attenzione dei tecnici: presto grandi centri come Londra, Stoccolma, Sydney, Dublino ed Amsterdam potrebbero adottare un sistema simile per gestire le loro risorse in maniera più intelligente. La somiglianza di questo sistema con giochi come SimCity salta all’occhio immediatamente e già ci si immagina il sindaco o l’amministrazione comunale con un mouse in pugno a cercar di risolvere ingorghi stradali o ristrutturazioni di edifici fatiscenti. Per fortuna nessuno avrà l’opzione di inviare alieni, uragani o terremoti con un semplice click come nel gioco della Maxis.

Maggiori informazioni sul sito IBM (in inglese).

1 dicembre 2010

DireFare a Pordenone: visioni di comunità


Sul Messaggero Veneto di oggi, 30 novembre, a pagina 5 del fascicolo di Pordenone:


DirefarePn.it, giovedì cominciano gli eventi
La rassegna sul futuro della città: protagonisti i pordenonesi residenti all’estero
Da giovedì a sabato, il ristrutturato Palazzo Badini in piazzetta Cavour ospita “DireFare.pn.it”, tre giorni di incontri, forum e workshop per condividere idee, informazioni, esperienze tra la città e i giovani pordenonesi nel mondo che per studio o per lavoro risiedono in altri paesi. La scorsa settimana, alla presentazione dell’evento, promosso dal Comune di Pordenone con la consulenza dal sociologo Luca Romano che coordina il progetto, il Sindaco Sergio Bolzonello aveva detto che «Direfare.Pn.it non è un evento sulla “fuga dei cervelli”, ma un modo di creare valore mettendo in rete le competenze tra chi è rimasto e chi è altrove, un modo per coinvolgere insieme in progetti scientifici e sociali, made in Pordenone. Per questo – aveva concluso – abbiamo deciso di dialogare con i “pordenonesi altrove”, giovani che per scelta personale e professionale hanno deciso di trasferirsi all’estero e li abbiamo invitati qui a Pordenone».
Il programma comprende incontri, forum, workshop dedicati all’innovazione d’impresa, alle reti internazionali dei saperi, della cura, dei mercati e della società digitale, della sostenibilità, un confronto con i “Pordenonesi altrove” che provengono dalla Spagna, Inghilterra, Stati Uniti, Francia Ecuador, Germania, Giappone, Danimarca, Mozambico, Egitto, Francia, Israele. Si comincia giovedì 2 dicembre alle 15 con il forum “La cura e l’aiuto sociale nella società che cambia” tema affrontato in due sessioni : “La cura e l’aiuto tra locale e globale”, con il confronto tra operatori che lavorano nel campo dell’aiuto alle persone in ambito sociale e sanitario e “Impresa innovativa chiama welfare comunitario”con il contraddittorio sulle “Buone pratiche” tra Piergiorgio Angeli, Direttore Risorse umane Operations di Luxottica Group e il finlandese Martti Launonen, amministratore delegato di Vantaa Innovation Institute.
Alle 17.30 l’inaugurazione dell’esposizione “Pordenone, una strategia per l’urbanistica sostenibile” nello spazio espositivo al primo terra. Dalle 18 alle 20 Giuseppe Granieri, autore per Laterza del saggio La società digitale e Giorgio Jannis, semiologo e progettista di spazi sociali in rete, introdotti e moderati dal giornalista Sergio Maistrello dialogheranno su “La società si fa rete, nuovi processi di partecipazione e responsabilità”. In un’altra sala i “Pordenonesi altrove” che operano nel campo della sostenibilità ambientale si confrontano con istituzioni, imprese e operatori impegnati a Pordenone sviscerando tematiche legate a sviluppo delle nuove tecnologie di produzione delle energie rinnovabili, sulla gestione dei rifiuti, del ciclo idrico, su verde urbano, sui materiali per la bioedilizia, sui mezzi di trasporto pubblico ecocompatibili, sull’ampliamento piste ciclabili e sulla mobilità ecologica.

8 novembre 2010

Ebook scolastici e pateracchi

Questo è il governo del fare business, nessuna meraviglia.
Ma qualunque imprenditore serio sa che la sua scommessa riguarda il futuro, e le aziende virtuose sono quelle che innovano, quelle che fanno ricerca.
Ma gli imprenditori che abbiamo al governo pensano all'oggi.
I fondi per ricerca, formazione e istruzione vengono inesorabilmente tagliati, viene seriamente compromessa la qualità dell'insegnamento e degli ambienti formativi.
Non solo: le cose pubbliche come la scuola vengono gestite come pretesti per fare affari, intrallazzi poco chiari.

La vicenda che racconta Agostino Quadrino di Garamond in questa nota su Facebook riguarda a esempio il mercato della didattica digitale, degli ebook e dei learning-object, dove curiose amicizie tra Telecom e Mondadori si spiegano alla luce dei 750 milioni di euro che ogni anno le famiglie italiane spendono in editoria scolastica.


La deriva (pilotata) dell'innovazione digitale nella scuola italiana.


Eccomi qui di nuovo per condividere alcune considerazioni sullo stato dei progetti di innovazione nella scuola italiana, che considero molto preoccupante, e non solo per Garamond. Purtroppo non riuscirò ad essere breve, e me ne scuso, ma la materia è tale e tanta che non è possibile sintetizzare con la consueta stringatezza.

Lo faccio con indignazione, perché è davvero inaccettabile la situazione di difficoltà in cui si trovano attualmente aziende serie e oneste come Garamond, impegnate da molti anni nell'innovazione a scuola, strette fra una pubblica amministrazione che riduce sempre di più le risorse per l'innovazione e in generale per la formazione e l'istruzione, e le lobbies delle grandi aziende editoriali, che vivono delle rendite di mercati chiusi e protetti, come quelli del libro di testo, che le inducono a restare allineate e coperte, cercando di protrarre più possibile la vita di un sistema molto redditizio (750 milioni di euro all’anno), magari fino alla pensione dei suoi anziani manager da 2-300 mila euro di compenso annuale, e alle spalle dei tanti giovani collaboratori precari, che lavorano 10-12 ore nelle loro redazioni per 8-900 euro al mese?

Partiamo dalla pubblica amministrazione e dalle responsabilità di chi ci governa.
Accennavo sopra all'indignazione e la ragione sta nel fatto che la pubblica amministrazione italiana non paga più. La società che dirigo vanta crediti con diversi soggetti della P.A. per svariate centinaia di migliaia di Euro, in sospeso da mesi o da anni, derivanti da forniture di beni (immateriali e anche materiali) e servizi (formazione e contenuti online) regolarmente acquistati e mai pagati, fino ad oggi.

Ciò inevitabilmente comporta una incapacità per Garamond di onorare a sua volta gli impegni economici con i suoi fornitori, con i tanti autori, consulenti, formatori, tutor ecc. che hanno lavorato per noi - magnificamente - in questi mesi/anni e che sono (più o meno pazientemente) in attesa di ricevere i loro legittimi compensi. Ce ne saranno certamente non pochi fra coloro che leggono questa newsletter, ai quali sono grato per la paziente attesa e - nella maggior parte dei casi - la fiducia e la comprensione che ci riservano, ben sapendo che hanno a che fare con una società seria e con gente onesta che ha sempre onorato i suoi impegni.

Però tutto ha un limite.
Non è più accettabile, ad esempio, che la Regione Lazio non eroghi i versamenti degli "acconti" (!?!) di quanto dovuto per un progetto da noi sostenuto - anche forniture hardware di centinaia di computer, lavagne interattive e videoproiettori - iniziato addirittura nell'ottobre 2008 e concluso nella scorsa primavera.
Non è accettabile che la Presidenza del Consiglio, per il tramite del Dipartimento Innovazione e Tecnologie per il progetto "Innovascuola", non versi alle scuole i fondi stanziati da due anni per l'acquisto di contenuti digitali da noi forniti da quasi un anno, e di conseguenza le scuole non siano in grado di pagare noi.

La realtà e la ragione di questi “ritardi” è oramai evidente: il governo centrale, per ragioni politiche a tutti evidenti, ha deciso di non erogare più alcun finanziamento e fondo alle amministrazioni locali come le Regioni e ai singoli ministeri, come recentemente denunciato anche da un ministro in carica (“Le ricostruzioni del Tesoro sono assurde e fantasiose. C'è la fila di ministri davanti alla porta di Tremonti e tutti chiedono di poter spendere i fondi stanziati, ma bloccati con mille tecnicismi." (S. Prestigiacomo). Il Ministro dell’Economia intende così mantenere artificiosamente l’equilibro finanziario dello Stato facendo una cosa veramente geniale: bloccando le uscite. Peccato che, così facendo, il peso del dissesto finanziario dello Stato sia scaricato sulle aziende come la nostra, sui suoi collaboratori e i suoi dipendenti, che non vedono riconosciuti i propri diritti ad essere regolarmente pagate e sono condannate a ricorrere a tutte le risorse possibili ed impossibili per restare in vita e non buttare a mare decenni di lavoro e di impegno.
Naturalmente, con l’attuale governo, i tagli più forti e inderogabili sono proprio ai settori della formazione, dell’istruzione, della ricerca, della cultura, e questo chiude il cerchio che soffoca tutti coloro che vi sono impegnati - insegnanti, formatori, ricercatori, operatori della cultura in tutte le sue forme - incluse le aziende che vivono di questo, come la nostra. Si tolgono fondi per i progetti di innovazione, non si paga più il pregresso, e si riducono sempre più gli investimenti in conoscenza e tecnologia: da qui al naufragio complessivo della nostra economia il passo è breve, anzi forse è già stato compiuto.

In questo contesto non è accettabile che capi-dipartimento, dirigenti e funzionari del Ministero della Pubblica Istruzione responsabili del progetto “Cl@ssi 2.0” (30 mila euro a scuola per le 156 medie selezionate lo scorso anno, 15 mila per le altre 250 elementari e superiori che saranno selezionate ora) dichiarino per due anni che tali fondi non possono essere spesi per i contenuti digitali perché beni immateriali "non inventariabili" (sic! ma non stiamo parlando di 2.0, di digitale e di rete? e ci venite a raccontare che può essere acquistato solo ciò che è materiale? surreale…) e poi fanno accordi con grande risonanza e firme in diretta a reti unificate fra MIUR e Telecom Italia sui progetti “Scuola digitale” - incluso “Cl@ssi 2.0” - in cui sono compresi anche “materiali didattici e contenuti digitali a integrazione e supporto della didattica e della formazione in servizio degli insegnanti impegnati nei processi di innovazione”.

Ah sì? Se i contenuti sono proposti da Garamond non vanno bene, mentre se è Telecom (ma che competenze e titolarità editoriale ha un’azienda di telecomunicazioni? non le si dovrebbe chiedere molto più semplicemente e correttamente di far arrivare la banda larga dove ancora manca, e in tutte le scuole?) allora la cosa è lecita, opportuna e benedetta dal Ministro in persona, con tutti i dirigenti in prima fila sorridenti e soddisfatti per l'ottimo lavoro svolto?

E che dire del fatto che la stessa Telecom Italia, con cui il MIUR firma accordi e protocolli d’intesa, ha appena lanciato “Biblet”, una piattaforma di E-Book http://ebook.telecomitalia.it/ quando sta per entrare in vigore la normativa sull’adozione obbligatoria di libri digitali come testi scolastici? Interessante coincidenza, no?

E vogliamo aggiungere anche che - guarda il caso - il partner editoriale di Telecom Italia per la medesima piattaforma di libri digitali è il principale produttore di libri di testo per la scuola in Italia (insieme a Rcs), ovvero la casa editrice Mondadori, la cui titolarità è notoriamente del Capo del Governo?

Che fare? Rimanere in silenzio o andare con il cappello in mano presso qualche dirigente ministeriale troppo preso da ben altre occupazioni per dare udienza ad una piccola realtà non sempre docile e accomodante? No, non lo faremo. Ora basta.

Ovviamente, sulle questioni qui sollevate abbiamo posto domande e quesiti per iscritto ai responsabili del MIUR, ovvero al capo dipartimento Giovanni Biondi, al direttore Fidora e alla dirigente Schietroma: siamo ancora in attesa di una pur minima replica, essendo il silenzio - da sempre - l’unico modo di reagire di un certo tipo di funzionari pubblici.

Da ultimo, su questo fronte: ho partecipato come membro della FIDARE, Associazione degli Editori Indipendenti, ad un incontro al Ministero in cui ci è stato prospettato un nuovo progetto, dotato di un finanziamento di 3 milioni di Euro, destinato proprio ai contenuti digitali. Tralascio in questa sede le nostre osservazioni sulle Linee Guida fornite in quella sede, concentrandomi su un punto capitale. Si hanno a disposizione 3 milioni di Euro per i contenuti didattici digitali e su che cosa punta il Ministero? Ebook, learning object per lavagne interattive (fornite in gran quantità, ma attualmente prive di contenuti disciplinari, quindi sostanzialmente vuote e dunque inutili). Nossignori: viene promosso un progetto che finanzia 30 “prototipi” (sic!) da 100 mila euro ciascuno, per contenuti realizzati sotto forma di “ambienti immersivi integrati anche tridimensionali”, sotto forma di videogiochi educativi di seconda generazione (?). Ma perdinci, come si fa ad assegnare fondi così cospicui (con cui ci si potrebbero acquistare migliaia di interi nostri cataloghi di E-book e Learning Object, nuovi, dignitosi e pronti per l’uso in classe) destinati ovviamente solo a grosse società di produzione di videogames, magari estere, parlando di “seconda o terza generazione”, quando nelle nostre scuole non si è vista nemmeno l’immacolata concezione dei contenuti digitali?

Ma questi dirigenti del Ministero sono mai andati in una scuola a vedere l’effetto che fa su insegnanti e studenti un semplice ma efficace learning object di matematica, di scienze o di inglese, eseguito su una lavagna interattiva? Hanno mai visto come si avvicini alla tecnologia e all’innovazione anche il docente più riottoso, quando gli si fa vedere un pezzo della sua lezione di domani o di ieri in seconda C, interattivo, multimediale e ricco di test e verifiche online e offline? Questi docenti sentono davvero l’esigenza di “ambienti immersivi tridimensionali” per dare un senso alle LIM che hanno sulla parete delle loro classi? Non sarebbe bene, prima di arrivare alle seconde e terze generazioni, far prendere contatto e familiarità con quello che già c’è, per tutte le materie e i gradi di scuola, realizzato da docenti per docenti, a basso costo e di grande spendibilità didattica, assegnando ad ogni singola scuola qualche centinaio di euro da impiegare su un mercato libero? Chiediamo troppo?
Forse il fatto che solo Garamond abbia investito in questo settore in questi anni, producendo più di seicento learning object e 45 Ebook di testo, ultimando i suoi cataloghi proprio ora con prodotti nuovissimi (del tutto innovativi quelli ad esempio per la scuola primaria), non fa piacere a qualcuno che invece è rimasto fermo? Diversamente non si spiega, visto che dovrebbe essere interesse della pubblica amministrazione dotare le scuole del grado iniziale dei contenuti didattici digitali, visto che ci sono e qualcuno ci ha speso anni di impegno per realizzarli.

Credo che questo stato di cose complessivo imponga moralmente una reazione, che spero sia compresa dai tanti colleghi che ci seguono da venti anni e più, e che voglio sperare non ci lasceranno da soli in questa dura battaglia. Ci batteremo con ogni mezzo lecito per difendere il lavoro di chi collabora con noi attualmente, di chi ha lavorato in passato con professionalità e passione per Garamond e ancora attende di essere compensato per quello che ha fatto, di chi si rivolge a noi augurandosi di trovare un futuro per le sue competenze e conoscenze.

Come sempre, tutti i nostri canali di interazione sono aperti, sul nostro Blog, sui nostri forum, su facebook e ogni altro ambiente di rete e non,per raccogliere le impressioni, le critiche e le proposte di chi come noi ha la ferma volontà a reagire a questo degrado di cultura, professionalità, dignità e iniziativa imprenditoriale libera e indipendente.

30 ottobre 2010

Le tecnologie nella scuola

Un articolo di Mario Fierli, su Educationduepuntozero, dove si prova a fare il punto sulla situazione delle tecnologie didattiche. 
C'è anche un link a un documento in .pdf  Le tecnologie nella scuola: una piccola antologia di contributi di vari autori - Francesco Bailo, Elena Serventi, Stefano Merlo, Maria Altieri, Lucia Ferlino, Luigi Oliva, Giovanni Paolo Caruso, Andrea Mameli, Fabrizio Emer, Roberto Maragliano, Gino Roncaglia, Paolo Ferri, Daniele Pauletto, Immacolata Nappi, Fiorella Operto, Carlo Infante.

Le tecnologie nella scuola: che cosa si dice e che cosa succede davvero
di Mario Fierli

Dai contributi teorici, dalle analisi dei singoli media e dal racconto di esperienze emerge il problema di sempre: le nuove tecnologie cambiano o no il modo di fare scuola? Le risposte a questa domanda nello speciale di Education 2.0 scaricabile in PDF.

È successo per l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nella scuola quello che avviene per tutte le nuove tecnologie che entrano con forza nella società. Si passa da una fase d’avanguardia, accompagnata da teorizzazioni, esercizi di immaginazione, utopie (positive e negative), a una fase di più silenziosa pratica effettiva. In qualche modo le TIC sono oramai nelle mani degli studenti e dei docenti. Per la verità molto di più nel lavoro e nella vita di ciascuno di loro che nel loro comune lavoro a scuola. È quindi necessario continuare a produrre studi, suggerimenti e modelli, ma è oramai possibile fare analisi di quello che succede veramente. I contributi di esperti e gli interventi nella Community di Education 2.0, a oggi, non sono di per sé la base di una indagine sistematica, ma la loro lettura permette di riflettere.

I contributi sono rivolti essenzialmente a tecnologie o applicazioni più “calde” e recenti: e-book, social network, LIM, ma con una rivisitazione del rapporto fra immagini (cinema), musica e testi e con l’interessante crescita della ormai classica robotica. Di temi che ci hanno appassionato per anni (Come incide la videoscrittura nella concezione del testo? Come si crea una cultura della ricerca di informazioni in Internet? È vero che l’uso del calcolo automatico è dannoso? E così via) non c’è traccia. Probabilmente quando alcune cose oramai si praticano di fatto se ne parla meno e ci si preoccupa meno dei risvolti. Se ne può avere una verifica in molti interventi (per esempio in quelli del convegno di aprile di Education 2.0), classificati in vari temi, nei quali l’uso delle tecnologie c’è di fatto, ma non viene enfatizzato. In conclusione solo una parte di quello che succede davvero emerge nel dibattito specifico sulle TIC.

Dai contributi teorici, dalle analisi dei singoli media e dal racconto di esperienze emerge il problema di sempre: le nuove tecnologie cambiano o no il modo di fare scuola? Molti anni fa una corrente di pensiero aveva concepito l’idea che l’uso delle tecnologie, di per sé, dovesse per forza provocare l’innovazione didattica. Se le tecnologie hanno cambiato il modo di lavorare, viaggiare, produrre cultura e leggere, perché non dovrebbero cambiare il modo di fare scuola? Quindi l’idea delle tecnologie come “leva”: visto che l’innovazione non viene dalle riforme istituzionali e dal dibattito su metodi didattici, saranno i nuovi mezzi che la promuoveranno. Sarà che la scuola è il più coriaceo sistema sociale, capace di resistere a qualsiasi provocazione (a volte, intendiamoci, a fin di bene). Fatto sta che all’automatismo tecnologie-innovazione didattica non ci credono più in molti. Si può ragionare su qualsiasi medium, ma il caso delle LIM è particolarmente chiaro, come si ricava da alcuni interventi: è ovvio che questi congegni si possono usare in tanti modi diversi al servizio di altrettanti modelli della lezione in classe e, fra questi, dei modelli più antichi. Il problema è che una lavagna interattiva non garantisce una lezione interattiva. L’interattività didattica consiste nel far interagire continuamente quello che l’insegnate dice, mostra e, soprattutto, chiede, con quello che gli studenti pensano, capiscono, hanno la possibilità di rispondere e di domandare. È imbarazzante costatare che è possibile fare lezioni interattive con la lavagna tradizionale e lezioni non interattive con la lavagna interattiva.

E allora cosa se ne deve concludere: che le nuove tecnologie non servono a niente? Certamente no. Esse sono potenzialmente rivoluzionarie perché possono rafforzare enormemente i modelli più avanzati di didattica. Ma non lo fanno gratis. Non c’è bisogno di meno, ma di molto più studio e di ricerca sui metodi, sui linguaggi, sui saperi.

29 settembre 2010

La forza social dell'organizzazione

Tempo fa postavo qui un ragionamento sulle tecnologie della comunicazione a disposizione della scuola, e intendevo proprio la singola Istituzione scolastica nel suo essere organizzazione e attore sociale con una sua voce specifica e una identità nella Grande Conversazione del web, non parlavo di didattica con i nuovi strumenti.

Lo spunto allora mi era stato dato da una riflessione tratta da intranetmanagement.it, dove si analizzava la portata e le sfere di azione degli strumenti del web20 in relazione alla progettazione di una intranet aziendale, o comunque di spazi interattivi interni e esterni di una organizzazione lavorativa.
Ora Giacomo Mason ha pubblicato un'altra bella grafica, dove fotografa i cambiamenti delle intranet, il loro diverso arredamento come spazi sociali lavorativi, l'accento differente messo sugli strumenti dall'avvento del social web e dei processi emergenti.
E anche stavolta, senza modificare nulla, suggerisco a chi lavora nel mondo della Scuola di provare a immaginarsi il proprio ambiente scolastico digitale realizzato secondo queste indicazioni, e le potenzialità che potrebbero derivarne in termini di efficienza della macchina organizzativa.

20 settembre 2010

Empowering communities


L’Open Govenrment è un’opportunità concreta di ottenere, attraverso la rete, un’amministrazione più efficiente e una migliore democrazia. Quest’opportunità, però, può essere colta solo a patto di comprendere che il vero cambiamento è fuori dal Palazzo e che la vera innovazione non è nelle tecnologie.

1 settembre 2010

Scrivere storie sulle geografie

L'argomento è quello della partecipazione delle collettività alla costruzione simbolica dell'identità di un territorio, lo stile e le azioni delle comunità che lo abitano. Ma non solo di immaginario stiamo parlando: le forme di emersione di nuove dimensioni e orientamenti dell'opinione pubblica locale possono tranquillamente farsi carico di tematiche molto più concrete, a esempio l'organizzazione logistica del tessuto urbano, la viabilità o lo spostamento di cose e persone, o dell'informazione quando ragioniamo di piattaforme istituzionali per la partecipazione della cittadinanza a forme di progettazione sociale condivisa e collaborativa, la vera conversazione tra Ente locale e cittadini.

Nel primo caso il fare comunicativo della comunità locale, l'insieme dei discorsi e delle posizioni dei parlanti riguardo a descrizioni fisiche o sul funzionamento concreto di un ambiente urbano, come pure valutazioni estetiche sul paesaggio o sulle filiere di distribuzione economiche e produttive locali, contribuiscono con la loro polivocalità a dipingere l'immagine dinamica di quel territorio, per come essa emerge dall'incessante conversazione sociale oggi potenziata e resa visibile e perfino abitabile dal web moderno.
Banalmente e prendendo l'esempio con le molle, proviamo a pensare ai primi cento risultati che Google offre ricercando "Friuli Venezia Giulia", e avremo una fotografia statistica (e dinamica) di questo territorio, dove solo alcune voci saranno comunicazione istituzionale progettata e pubblicata, mentre altre occorrenze emergeranno dai ragionamenti pubblicati da qualche blog importante della zona, da forum di discussione, da conversazioni tenutesi su qualche social network, da siti commerciali che fanno del collegamento al territorio un loro punto di forza nel marketing, da testate giornalistiche che riflettono gli accadimenti locali. 
Il FVG agli occhi del mondo è questo. L'insieme delle narrazioni autoriferite di un territorio è la sua carta d'identità, è una scrittura collettiva di una storia (o meglio, storie) sopra una geografia, per dirla con parole di Carlo Infante, dove diventa possibile far interagire autopoiesi delle collettività umane (il continuo produrre senso connaturato al fare umano) con le mappe satellitari, diventa possibile concepire dei geoblog e altre diavolerie capaci di connotare gli accadimenti in modo georeferenziato. 
E' dove l'orizzontalità dei sistemi relazionali umani incontra la verticalità di uno sguardo più ampio del proprio cortile e della propria cerchia amicale, avendo come fine talvolta esplicito innanzitutto la "messa in scena" del territorio, e in seguito la sua eventuale ottimizzazione, se stiamo indagando quei Luoghi di comunicazione dove tutti insieme potremmo provare a studiare e decidere le mosse migliori da compiere per il bene della collettività.
In questo secondo caso abbiamo a che fare concretamente con la partecipazione della cittadinanza nella progettazione e nel miglioramento della qualità della vità di un dato territorio, grazie a quei Luoghi riflessivi costituiti dalle piattaforme web per la partecipazione civica, in misura consultiva e nel prossimo futuro anche in misura decisionale, secondo le indicazioni di una e-Democracy intesa in senso forte.

Qui però ci sono degli ostacoli diciamo così tecnici, perché sebbene questi Luoghi web di partecipazione esistano già da qualche anno (le reti civiche telematiche essendo i progenitori), solo recentemente e solo grazie a una impostazione nativamente 2.0 ovvero centrata sulla produzione e distribuzione di contenuti da parte degli utenti stessi si è riusciti a mettere online dei software-piattaforma che permettano di svolgere dignitosamente questa notevole attività di intercettazione, visibilità e organizzazione delle tematiche "calde" che emergono da una comunità geolocalizzata.

Gigi Cogo oggi segnala una piattaforma interessante, e condisce il tutto con altrettanto interessanti ragionamenti (anche qui e qui).