22 febbraio 2009

Formazione post-industriale

Evoluzione della Formazione al modificarsi dei modelli economici e organizzativi dell’industria. La riflessione è ripresa da Domenico Lipari e paragona la Formazione in tre grandi momenti storici:
  1. nell’era Fordista la logica d’azione della Formazione era l’istruzione; trasferire nozioni operative che permettano all’operatore l’utilizzo di macchinari e tecniche produttive.
  2. nell’era del Taylorismo la logica diventa l’interazione tra individuo ed organizzazione. La Formazione è organizzata nell’analisi dei bisogni, nella progettazione, la gestione didattica (aula) e la valutazione finale.
  3. Oggi, nell’era Post Industriale, la logica della formazione diventa la capacità di lavorare sulle esperienze capitalizzando la conoscenza (tacita e non formalizzata) che viene creata. La conoscenza è qualcosa cha va generata e l’apprendimento è il processo cui questo viene garantito.

Oggi, per realizzare una formazione qualitativamente elevata è necessario uscire dall’aula ed entrare nei processi informali di apprendimento.

Oggi l’apprendimento è molto più frequente quando avviene in modalità non strutturate e senza una pianificazione o una intenzione della committenza.

E’ iniziata l’era delle Community.

via Luigi Mengato


11 febbraio 2009

Quando governano i premoderni


Giampiero D'Alia "Il 5 febbraio 2009, durante la seduta n. 143 del Senato della Repubblica, promuove e ottiene l'inserimento di un emendamento (Art. 50-bis) nel ddl da presentare alla Camera, nel quale si sancisce la Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet".

Trovate la notizia e le riflessioni critiche qui sulla Stampa, su PuntoInformatico, su Apogeonline.
Prendendo le mosse dalla presenza in Rete (su Facebook, su YouTube) di pagine inneggianti alla mafia o al nazismo, il senatore arricchisce il “pacchetto sicurezza” del governo con un emendamento contro i reati di opinione commessi appunto attraverso internet, dove i fornitori di connettività provider vengono chiamati a segnalare le apologie di reato, e con molta confusione si chiede ai fornitori di servizi web (come YouTube) di rimuovere pagine o contenuti con la minaccia di oscurare la visibilità web per i navigatori italiani.
Ma il senatore non conosce le cose di cui parla, letteralmente sproloquia, sia dal punto di vista della comprensione "tecnica" del funzionamento del web, sia da quello della portata del suo dire rispetto alla libertà di espressione di ciascuno di noi.

Gilioli dell'Espresso intervista infatti D'Alia, e Elvira Berlingieri su Apogeonline mette nero su bianco tutte le imprecisioni tecniche e giuridiche del senatore, riportando tutto pragmaticamente alle precise parole del provvedimento, segnalando spesso contraddizioni e sottolineando la futilità di una nuova legiferazione per reati già previsti nel Codice italiano.

Leggete anche Granieri, che coglie la dinamica complessiva del nuovo modo di fare informazione distribuita.

Perché scrivo di questa notizia?
Perché stiamo parlando di libertà di opinione e di espressione, che troppi vorrebbero limitare. E perché lo stesso Gilioli, scrivendo a proposito del senatore D'Alia
Il problema è che lui e quelli come lui non si rendono neppure lontanamente conto delle enormità che dicono (e che fanno), della loro drammatica appartenenza culturale a un altro secolo e a reticoli concettuali premoderni
mi ha fatto pensare ai NuoviAbitanti, che provano a vivere in questo ventunesimosecolo e comprendono i reticoli concettuali moderni, o per lo meno s'interrogano su questo stesso blog.

16 gennaio 2009

Due schemi

Sostenuti da Cultura TecnoTerritoriale, comprendiamo il Territorio come intessuto di reti tecnologiche (i percorsi della materia, dell'energia e della informazione) dove tutto si tiene, e possiamo leggerlo come un ipertesto, esplorandone i collegamenti a partire dal singolo artefatto.


Immaginate di imbattervi in un contatore dell'elettricità, fuori da un capannone, lungo una statale. Lo guardate, lo esplorate (e qui c'è tutta la problematica del "saper osservare", misurare modellizzare rappresentare simulare), lo scoprite come oggetto connesso, indagate i flussi in entrata e in uscita, arrivate da una parte fino al traliccio lungo la strada, dall'altra ad un tornio industriale dentro il capannone, sede di un'attività artigianale. Ora avete già una visione mentale sufficientemente ramificata per leggere il Tecnosistema formato da quell'insediamento produttivo, l'orizzonte può alzarsi a compredere i Luoghi, tutte le porzioni via via più ampie di territorio comunque legate da reti.

Se magari siete insegnanti e vorreste raccontare questo approccio culturale alle vostre classi, qui a seguire trovate uno schema di Paolo Gallici sulla esplorazione degli Artefatti, in grado di suscitare dei percorsi orientati o dei tecnoviaggi molto fruttosi.
Scegliete un artefatto nello schema polare, organizzato intorno al mondo del bambino e delle sue necessità: un oggetto tecnologico della casa, della scuola, un indumento, un alimento, spostatevi a sinistra, per indagare l'oggetto secondo le Azioni tecnologiche necessarie per produrlo. Poi potreste considerarne il "ciclo di vita" in relazione ai Luoghi, e procedere con eventuali esplorazioni del territorio fisico e/o digitale.


10 gennaio 2009

Il futuro non è più quello di una volta

NuoviAbitanti è stata chiamata a partecipare al convegno "Il futuro non è più quello di una volta", Milano 18 e 19 gennaio 2009 (qui il programma).
L'evento è aperto alla partecipazione di tutti, e probabilmente risulterà disponibile anche qui sul blog e su facebook, sotto forma di collegamento video in streaming. Ulteriori informazioni nei prossimi giorni.

I lavori preparatori del convegno si sono tenuti su diversi luoghi online, da cui trarre indicazioni per i contenuti da affrontare nel corso del convegno stesso: su Ibrid@menti nella rubrica Mettiamoci in rete dove si discute su quali sono le competenze richieste dalla learning society agli insegnanti per la costruzione di una consapevole, critica, creativa, collaborativa cittadinanza digitale; su cittadinanzadigitale , il wiki che si è sviluppato dopo l’incontro del luglio scorso a Dobbiaco, troverai le riflessioni di esperti, non esperti, webnauti, docenti sugli strumenti necessari per promuovere la cittadinanza digitale; su LaboratorioFormazione, organizzatore del convegno di Milano, per partecipare alla discussione intorno a: “Le competenze digitali sono ancora un bisogno formativo per gli insegnanti italiani?”.

Qui di seguito, il testo introduttivo di Mario Rotta, curatore del convegno.
Il 19 e il 20 gennaio 2009, a Milano, si parlerà del futuro, che soprattutto quando ci si riferisce alla relazione tra scuola, didattica e innovazione tecnologica, non è decisamente più quello di una volta. Ma cosa accadrà esattamente in quei giorni? Come si affronterà l’oggetto del seminario? Per una volta, vorremmo provare a evitare l’impostazione abituale di questo genere di eventi e immaginare un approccio più pragmatico e allo stesso tempo decisamente programmatico. Ci piacerebbe che tutti i presenti fossero partecipanti attivi, e soprattutto che al termine delle due giornate prendesse forma una “carta” su come rendere effettiva l’innovazione nella scuola.

Dopo l’appuntamento di Dobbiaco abbiamo cercato di lavorare in rete per capire a cosa potevamo ragionevolmente riferirci, oggi, alludendo ai nuovi scenari della cultura digitale, alla scuola del futuro e al futuro della scuola. Tra le tante istanze in gioco, hanno cominciato a delinearsi alcune “direzioni” più nitide (anche se ancora in parte da esplorare) verso cui potremmo orientarci: i social networks, la scrittura collaborativa, i blog in quanto narrazione distribuita, i mondi virtuali, gli aggregatori di informazioni e gli strumenti avanzati per la ricerca di risorse in rete, gli ambienti di apprendimento e la cultura “open”, gli ambienti di comunicazione per la partecipazione attiva e il dialogo con il territorio. Non stiamo sostenendo che questi sono gli unici scenari possibili o che questi strumenti o ambienti rappresentano di per sé fattori di innovazione per la scuola: ci sembra però che capire come utilizzare questi stessi strumenti e come collocarli in una visione della didattica rappresentino oggi un potenziale di innovazione da non trascurare, oltre che un elemento essenziale della cittadinanza digitale.

Quello che ci piacerebbe fare a Milano è lasciare che dei gruppi di insegnanti si "incamminino" in queste direzioni, con l'aiuto di un animatore, per definire una sorta di "agenda" su ciascuno degli ambiti che raccoglierà un certo numero di interessati: agenda intesa come linee guida essenziali, ad esempio le 10 cose da fare e da non fare per inserire questi strumenti o questi ambienti nella scuola in modo che rappresentino un reale fattore di innovazione. Senza dimenticare un invito a discutere sulle competenze necessarie per applicare le linee guida che a poco a poco prenderanno forma. L'obiettivo è pragmatico e programmatico: poter dire, al termine del seminario, che cosa dovremmo realmente fare per costruire insieme un nuovo paradigma educativo. Una sorta di manifesto per una riforma "attiva" della scuola, fondata non sulla ristrutturazione (eufemismo che significa tagli e riduzioni) ma sull'innovazione tecnologica in quanto veicolo di innovazione metodologica. Del resto l'idea di un manifesto per una scuola innovativa è nell'aria: l’appuntamento di Milano potrebbe quindi rientrare in questa "catena di eventi ininterrotti", e auspicabilmente rappresentarne l’anello mancante.

Ma non basterà organizzare dei gruppi di lavoro (o meglio, dei focus) su ciascuna delle direzioni indicate, né animarli e moderarli. Sarebbe molto utile e importante che nei gruppi fossero presenti (materialmente o virtualmente) esperti e protagonisti di sperimentazioni, ricerche o applicazioni su quegli stessi ambiti. Non tanto, tuttavia, come portatori di risultati o testimonianze, quanto piuttosto, per una volta, come “ascoltatori” o “osservatori”: l’agenda a cui punteremo non sarà infatti soltanto un programma concreto di lavoro, ma anche un’opportunità per tutti gli stakeholders, un modo per capire verso cosa indirizzare studi, investimenti, azioni di sistema, riforme. Diamoci tutti appuntamento a Milano, quindi, anche informalmente o virtualmente, per capire su cosa si dovrà lavorare nei prossimi anni per immaginare una scuola che torni a essere innovativa, e per condividere una traccia per un futuro che non sia più quello di tutte le volte che abbiamo sentito parlare invano di tecnologie e didattica...

22 dicembre 2008

Educheremo


Ted Robinson - Do Schools Kill Creativity? from Andrea Benassi on Vimeo.

Solstizio d'inverno, torna la luce, tutto ricomincia, è da pensare ai prossimi raccolti, al benessere futuro.

17 dicembre 2008

Venerdì a Torviscosa, Museo del Territorio

I NuoviAbitanti partecipano al convegno promosso dall'associazione Risorse Umane Europa, dal titolo "EuroRegione: giovani, informazione e identità economica nella nuova Europa", venerdì 19 dicembre a partire dalla mattina.

Il convegno (qui il programma) tratterà di strumenti di cooperazione transfrontaliera nel campo della comunicazione, proverà a rispondere ad alcuni interrogativi sull'Educazione alla Cittadinanza anche digitale per le giovani generazioni, nonché sull'armonizzazione dei percorsi formativi scolastici in chiave euroregionale.

Il convegno avrà luogo presso il Museo del Territorio di Torviscosa, dove NuoviAbitanti promuove progettazioni ed iniziative culturali e formative strettamente legate alle peculiarità territoriali, urbanistiche e industriali, di questa cittadina progettata a tavolino e realizzata in pochi mesi, alla fine degli anni Trenta, bonificando paludi e costruendo dal nulla un'importante polo industriale nel settore chimico. Una splendida occasione per trattare di Cultura TecnoTerritoriale: qui e qui trovate la storia e materiale fotografico su Torviscosa realizzato dall'associazione "i Primi di Torviscosa", ovvero quelli che nel 1938 furono i primi abitanti di questo novello Luogo antropico.

Chiedere, proporre. Al Primo Ministro.

Da una segnalazione di gigicogo, ecco il sito web del n.10 di Downing Street, ovvero l'homepage (letteralmente) del Primo Ministro inglese. Tutto moderno, semplice, con molte "finestre" multimediali e interattive, per dare senza troppo burocratese informazioni e resoconti dell'attività governativa.
Ancora più simpatica, la pagina delle petizioni, dove tutti possono postare la propria proposta al Premier, che poi viene votata da altri cittadini e quindi "sale" in classifica.

Per lungo tempo le petizioni sono state spedite al Primo Ministro via posta, oppure recapitate personalmente al numero 10 di Downing Street. Ora è possibile creare e firmare petizioni anche su questo sito web, avendo la possibilità di raggiungere un'audince potenzialmente assai più ampia, e di consegnare le petizioni direttamente a Downing Street.


Se questo accadesse in Italia, sarei proprio curioso di leggere la pagina delle petizioni al Governo.

13 dicembre 2008

Come progetti una scuola per il futuro quando non puoi predire il domani?

Il titolo pone un problema, perché fino a ieri immaginarsi e progettare il fare scuola era piuttosto facile. Esistevano tradizioni di pensiero secolari riguardanti i valori pedagogici e la metodologia didattica e perfino l'organizzazione del tempo e dell'architettura scolastica da adottare (tutte cose che grossomodo derivano dall'impostazione delle scuole e dei collegi cattolici, poi passate nelle istituzioni statali e tuttora presenti), a cui poi il Novecento ha aggiunto degli approcci basati su una visione attiva del discente, su concezioni dell'apprendimento in grado di contemplare il ruolo del gruppo-classe nel processo di acquisizione di competenze, l'orientamento dei curricoli in direzione dapprima di una modernità fatta di industrie e di operai alla catena di montaggio e poi di impiegati del settore terziario.

Per ben progettare in ogni caso è determinante aver ben chiaro che stiamo "scommettendo" su una specifica rappresentazione del futuro (la quale orienta poi consapevolmente o meno il nostro "pensiero progettante"), e guarda caso la scuola non può che agire sul futuro, quale Luogo istituzionale deputato all'educazione delle nuove generazioni. E fino a quarant'anni fa era appunto piuttosto facile immaginarsi una società futura, nel senso che gli ambienti di crescita dei figli non sarebbero differiti poi molto (tranne nella fantascienza più onirica) da quelli dei padri: ad esempio le aule scolastiche non sarebbero state granché diverse, si sarebbe potuto pensare. I cambiamenti erano lenti.

In effetti le aule non sono poi cambiate molto nel '900, e un insegnante congelato nel 1904 avrebbe preso paura del mondo odierno (automobili e rumore, cemento dappertutto, pc, tv, radio, cinema, cellulari etc.) ma avrebbe subito riconosciuto un'aula scolastica, pressoché uguale in quanto arredata dalle stesse tecnologie di trecento 300 anni fa (banchi, cattedra, libri, lavagna, quaderni). Se la scuola assomigliasse al mondo (se non vivesse dentro una bolla in modo autoreferenziale) sarebbe piena di schermi e computer e sistemi di connettività, avrebbe così tante finestre da poter essere considerata senza muri, ma così non è, e conosciamo la problematica.

Oggi viviamo un'accelerazione tale delle innovazioni tecnosociali che ci circondano, che risulta difficile dire come sarà il mondo tra quindici anni. Pensateci: quindici anni fa cominciavano a prendere piede il web e il telefono cellulare, e quasi nessuno di noi sapeva cos'erano, e decisamente han cambiato la nostra vita.
Queste tecnologie di comunicazione rendono abitabile la distanza interpersonale, ci traghettano nell'Era digitale, hanno creato nuove forme di lavoro, rendono possibile nuove forme di didattica a scuola, interconnettono le reti interpersonali della società e al contempo rendono visibile il tessuto relazionale delle collettività, ci costringono a rinnovare e rimodellare la nostra identità e il nostro essere Abitanti, modificano i concetti di privacy e proprietà intellettuale, di pubblico e privato, di partecipazione individuale e collettiva ai meccanismi consultivi e decisionali della democrazia.

Quindi, urge chiedersi cosa significa progettare la scuola di questo nostro futuro esponenziale, quando i 10 lavori più richiesti del 2010 non esistevano nel 2004, e noi stiamo preparando studenti per lavori che ancora non esistono, che useranno tecnologie che non sono state ancora inventate, per risolvere problemi che ancora non conosciamo (dalle parole di una famosa presentazione web sui cambiamenti degli ambienti fisici, digitali e sociali degli ultimi anni).

Certo, progettare una nuova scuola è impellente, ma si tratta anche di argomento sì delicato, da far cadere i governi, e non si tratta affatto di una battuta, nella storia recente italiana.

Giusto una annotazione, corroborata da una foto: un buon punto di partenza sarebbe spostare decisamente il focus dell'organizzazione didattica dai curricoli centrati sulle discipline a quelli basati sulle competenze finali degli allievi, il che come nei buoni casi di comunicazione significa passare dal punto di vista dei fornitori di servizi (la Scuola, e quel pensiero vecchiotto del fare scuola che abita le menti di chi a scuola oggi ci lavora, insegnanti e dirigenti) al ragionare sul destinatario, quegli studenti da cui sempre bisogna ripartire quando si perde l'orientamento e ci si accorge che il proprio fare (preparare dei giovani ad essere parte attiva della società, magari in modo critico e consapevole dei propri diritti), non è più adeguato al contesto, in questo caso la società tutta profondamente modificata dalle recenti innovazioni tecnosociali.


Il discorso è chiaro: la scuola deve riorganizzare sé stessa avendo come orizzonte di riferimento le competenze (un saper-fare e un poter-fare concreto e operativo) di cui intende dotare i futuri cittadini. Le competenze possono essere descritte: ad esempio l'adeguatezza della preparazione professionale al mondo del lavoro, la consapevolezza del nostro essere consumatori, il saper riconoscere e promuovere qualità ecologica (concreto ben-stare) nel proprio abitare i territori ormai biodigitali.
Dovesse riprogettarsi secondo queste condizioni, la scuola si troverebbe a dover modificare parecchio della propria organizzazione attuale. Dall'edificio scolastico alle metodologie didattiche, tutto andrebbe rivisto secondo le nuove necessità.
Non sto parlando solo di competenze digitali; in ogni caso va da sé che alcune competenze di Cultura Tecnologica vadano assolutamente trasmesse alle giovani generazioni, visto che queste ultime crescono e abitano nativamente in ambienti differenti da quelli della nostra infanzia e adolescenza, dove troviamo quelle novità con risvolto antropologico offerte delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione.

Prendiamo un caso particolare: come re-impostare le scuole tecniche e professionali nella Regione Friuli Venezia Giulia, avendo a mente le richieste quantitative e qualitative del mercato del lavoro specifico, industriale e post-industriale. Al momento all'industria occorrono molti diplomati in materie tecniche, e qui invece tutti si iscrivono ai licei.

Ieri mattina (qui il programma) c'era il convegno "Quale riforma dell’Istruzione tecnica e professionale per il Friuli Venezia Giulia", promosso dalla scuola ISIS di Gemona, dall'Ufficio Scolastico regionale, dall'Assessorato all'Istruzione regionale, e ospitato dalla Fantoni di Osoppo, quindi in luogo connotato da visioni tipicamente industriali (ciminiere, binari, rumore), da architetture inneggianti all'innovazione tecnologica.
La platea era composta da dirigenti scolastici e insegnanti, operatori del mondo della formazione.

Apre il convegno Tullio Bratta, al posto di Giovanni Fantoni: all'inizio parla dell'importanza storica delle scuole tecniche (il riferimento classico va all'istituto tecnico industriale Malignani di Udine) nel formare i quadri dirigenziali nelle industrie, sottolineando la formazione dello studente ad essere "capo" di qualcosa. Poi parla della secondo lui ormai vecchia "società della conoscenza" e dice che bisogna andare verso la "società del fare". Mah, che dire. Un uomo apparentemente fuori dal mondo, ma è lì soprattutto a fare da anfitrione in nome dell'azienda Fantoni che ospitava l'incontro.

Giuseppe "Pino" Santoro, preside all'Istituto superiore di Gemona e moderatore dell'incontro, sottolinea l'importanza delle relazioni e delle progettazioni coordinate tra scuole superiori e tessuto industriale. Dice che abbiam forse schivato la liceizzazione delle scuole superiori, ed è necessario ragionare subito di emergenza tecnico-scientifica, per il fabbisogno espresso dal mondo del lavoro. Vengono ricordati i dati OCSE-PISA, e l'atmosfera diventa cupa: la situazione è preoccupante. Si cercano tecnici, e non ci sono. Inoltre Santoro pone giustamente l'accento sui finanziamenti alla scuola, sottolineando come sia alquanto sciocco pretendere competenze specializzate e giovani preparati mentre al contempo si tagliano le risorse per docenti e laboratori. Il discorso conseguentemente prende di petto le contraddizioni della legge 133 del 2008, ovvero i tagli della riforma Gelmini.

Poi tocca a Tonon, sostituisce Adriano Luci come rappresentante dell'Associazione Industriali di Udine; è importante continuare il dialogo tra la scuola e la confindustria; bisogna combattere contro l'idea che le scuole tecniche siano meno nobili, e in ogni caso il manifatturiero è risorsa del territorio, e industria non è una parolaccia. Puntare sull'alternanza scuola-lavoro, avere dei tutor scolastici e tutor aziendali che accompagnino i ragazzi verso la comprensione dei luoghi di lavoro, queste le indicazioni, insieme ai solleciti per rendere la scuola tecnica appetibile per i giovani, migliorando il prestigio sociale dell'istituzione.

Roberto Molinaro, assessore regionale, esordisce felicemente sottolineando il cambiamento strutturale, lento e ampio, che sta avvenendo nella cultura e nella società tutta, e ricordando che il Friuli Venezia Giulia è un luogo di eccellenza scolastica.
Conseguentemente viene ribadita la formazione in quanto asse strategico del cambiamento, e riaffermata quella qualità intrinseca delle buone prassi locali da cui prendere le mosse per la riprogettazione dell'offerta formativa anche tecnica della scuola regionale.
Si può ripartire dall'identità multiculturale della Regione, dalle connessioni forti scuola-territorio, dalle razionalizzazioni della rete scolastica esistente (questo ovviamente crea dei mugugni in sala).
Vi sono delle esigenze culturali: va rilanciata la cultura tecnica superiore. Meglio ancora, l'assessore parla di nuove competenze per il lavoro e per la cittadinanza, e accenna dei confronti con altre realtà europee.
In ogni caso, tornando a parlare di formazione tecnica, qui in Regione abbiamo tradizione e capacità innovativa, occorre mettere a sistema. Un problema può essere dato dall'integrazione tra istruzione statale (istituti tecnici) e formazione professionale: gli istituti professionali dipendono da Roma oppure dalla Regione? Questo è un nodo da risolvere, in direzione di una gestione regionale; è in piedi un dialogo con lo Stato per avere trasferimento di potere e risorse per l'organizzazione scolastica, coerentemente con l'autonomia scolastica e regionale. Occorre realismo.

Bruno Seravalli, ex dirigente scolastico ora incaricato presso l'Ufficio Scolastico regionale, espone dei dati di contesto regionale sulla riforma; parla di orientamento in entrata (mugugni), e di passerelle tra i percorsi formativi. Dal punto di vista dell'inserimento lavorativo, fa notare come il 33percento delle offerte di lavoro regionale richieda persone senza titolo di studio specifico; e come la percentuale di liceizzazione della Regione rimanga stabile nel tempo, su quote abbastanza alte di iscritti ai licei negli ultimi anni.

Arduino Salatin di Trento, consulente ministeriale per la Riforma scolastica di Fioroni, illustra molto lucidamente degli scenari di evoluzione dei sistemi di istruzione secondaria, distinguendo tra percorsi liceali e gli altri percorsi formativi, ribadendo la necessità di lifelong learning e di lavorare a stretto contatto con imprese, mostrando con grafici la realtà scolastica di altre nazioni europee.
Peculiarità italiana: solo da noi, il confronto è con l'Europa, ci sono 5 diversi percorsi scolastici post-obbligo, come pure siamo gli unici con una scuola superiore che arriva fino ai 19 anni.
Per quanto riguarda la formazione professionale, è possibile ravvisare tre modelli:
formazione professionale dentro la scuola (come in Scandinavia), formazione fuori da scuola nelle imprese (Germania), in modo misto come da noi, con molte complicazioni.
La liceizzazione è comunque fenomeno europeo, solo che da noi in più c'è il problema delle scuole professionale e apprendistato, ovvero percorsi che altrove non ci sono.
In particolare, le imprese chiedono specializzazione e soft skills (vedi wikipedia; "abilità morbide" potrebbero essere ad esempio come "disponibilitá ad assumersi responsabilitá, saper prendere decisioni, coraggio, saper essere chiaro nell'esposizione, saper risolvere conflitti e trattare, saper motivare sé e gli altri. Tutto si tramuta in una educazione formale in grado di offrire ai giovani dei percorsi flessibili, dove venga privilegiata la libera espressione di sé anche con gli strumenti TIC, percorsi da collegare con passerelle per agevolare la mobilità degli studenti alla ricerca della propria vocazione.

Proprio Salatin parla esplicitamente della crisi dei curricoli basati sulle discipline, e della necessità di andare verso curriculi basati sulle competenze (vedi sempre foto in alto).
Questo appunto significa adottare il punto di vista di chi impara, promuovendo innanzitutto sul piano istituzionale i collegamenti con il mondo dell'impresa e con la figura del tutor aziendale; in seguito bisogna rendere attrattivi, sul piano sociale, i percorsi di formazione; inoltre nel riprogettare la scuola italiana, o almeno l'istruzione tecnica e professionale, oltre alle otto competenze chiave indicate dalla Raccomandazione europea in un contesto di apprendimento continuo, risulta necessario concentrarsi su cose essenziali... non è possibile che i percorsi scolastici in Italia (e solo qui) prevedano 13/14 materie.
Sul piano metodologico, Salatin ribadisce l'importanza di percorsi flessibili, di passarelle, e di semplificazione rispetto ai bizantinismi di orari, moduli, integrazioni, corsi, diplomi e curricoli e attestati che troviamo solo in Italia... serve flessivilità istituzionale, curricolare, organizzativa.
Si prendono rapidamente in esame tre diversi modelli di offerta formativa tecnica e professionale, quelli seguiti dalla Francia, dalla Spagna, dalla Danimarca; anche solo dal semplice confronto lessicale dei documenti presentati, emergono parole chiave come "confronto tra scuole", "innovazione didattica", utilizzo omnipervasivo di tecnologie TIC.

Quali risposte dare? Salatin offre alcune suggestioni, parlando ad esempio di sistemi differenziati, della creazione di Istituti Comprensivi Superiori, di poli scolastici strutturati nella consapevolezza di una alternanza scuola-lavoro, parla di curriculi flessibili e di sistemi di valutazione adeguati al territorio, contestualizzati.

Alberto De Toni, già Presidente della Commissione per lo sviluppo dell’istruzione tecnica e professionale nello scorso governo Prodi, dice che la situazione è veramente complessa (eufemismo). Va comunque rilevato il progressivo conferimento di potere decisionale alle Regioni, il che dovrebbe fornire maggiori strumenti e risorse per una migliore programmazione delle modalità di incontro tra le offerte formative degli Istituti scolastici (almeno quelli professionali) e le richieste del mercato del lavoro. Anche De Toni parla delle opportunità offerte dalla progettazione di Poli formativi, e poi chiude il convegno con alcune interessanti considerazioni di carattere generale: mette bene in luce i cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi anni, le rivoluzioni sociali oppure relative alla moderna Società della Conoscenza, dove risultano perfettamente obsolete e anzi controproducenti le vecchie suddivisioni ad esempio di Cultura Umanistica e Scientifica-Tecnologica, dove un'impostazione scolastica ancora fortemente crociana e gentiliana impedisce di cogliere la complessità sistemica di una offerta formativa allo studente capace di agire su tutti gli aspetti della sua personalità, dalle sue abilità tecniche alle sue competenze sociali. Qui De Toni parla espressamente della necessità storica di una rifondazione culturale.

Ribadisco le mie preoccupazioni: di tutti i relatori, solo Salatin e DeToni hanno pronunciato parole moderne come "rete" (non solo telematica) oppure preso in considerazione l'importanza delle TIC quale ambiente formativo, quindi mostrando l'utilità degli strumenti di dialogo e confronto con altre realtà scolastiche e con la società tutta (basta con le scuole isolate e isolazioniste, gestite come cittadelle feudali, che non offrono piani formativi commisurati alle esigenze del territorio); un plauso anche all'Assessore regionale per le parole concrete, frutto di una visione fortunatamente poco ideologica del territorio e del fare scuola.
La domanda è semplice: chi oggi è chiamato a progettare il futuro, è una persona moderna? Dovendo ragionare di istruzione tecnica e formazione professionale, preferirei che la cultura (la visione del mondo) dei decisori fosse nutrita da considerazioni attuali sulle caratteristiche post-industriali della nostra società, da una visione ecosistemica in grado di superare la fissità e la linearità dei vecchi modi di pensare, non più in grado di descrivere le nuove forme di Abitanza e di partecipazione attiva dei singoli e dei gruppi sociali alla vita della collettività di appartenenza.

Chiedo scusa per questi rapidi appunti: la prossima volta filmo tutto e ripropongo gli interventi qui su questo blog, dove tanto mi piacerebbe vedere qualcuno di quei presidi e di quei dirigenti scolastici e di quegli insegnanti presenti tra il pubblico del convegno lasciare un commento, aggiungere precisazioni, esporre la propria visione riguardo ai passi futuri da compiere in Regione per una riforma scolastica efficace.

Il territorio è conversazione.

12 dicembre 2008

Abitare mondi

In un romanzo cyberpunk di William Gibson, a metà anni Ottanta, due protagonisti si incontravano virtualmente in un parco digitale, e la progettazione e la definizione grafica del mondo erano talmente raffinate da permettere di scoprire il cadavere di un'ape tra la ghiaia dei percorsi pedonali.
Qui di seguito, un bell'articolo su Apogeonline, dedicato ai mondi-specchio e ai relativi risvolti sociali. Guardate anche il video, e immaginate il vostro avatar, a voi somigliante o meno, a spasso per la vostra città, che incontra e chiacchiera con amici e conoscenti, che va al cinema e al bar.

Twinity, a spasso per Berlino.
di Giuseppe Granieri

Riflessione digitale del mondo atomico, questo nuovo mondo metaforico permette di socializzare e svolgere attività tra gli spazi e le architetture della città scelta (sono in arrivo anche Londra e Singapore). Parola d’ordine: powered by real life Twinity è un mondo mirror che riproduce (per ora) la città di Berlino, nei sui spazi e nelle sue archetitetture. Ma è anche una piattaforma sociale e uno spazio relazionale. Vi raccontiamo le nostre prime impressioni.

A differenza di Second Life, che con il nome e l’abuso iniziale dell’aggettivo “virtuale” ha sempre creato un’idea erronea di mondo altro rispetto a quello reale, il claim di Twinity è decisamente più efficace: powered by real life. Twinity è uno dei tanti nuovi metaversi che stanno fiorendo ovunque. È, tecnicamente, un mondo mirror perchè è basato sui dati del mondo atomico (Google Earth e Satnav) e tende ad essere una riflessione digitale della realtà materiale. La prima città riprodotta è Berlino (non a caso, data la matrice tedesca del mondo, ideato dalla startup tedesca Metaversum), ma le ambizioni sono molto più grandi: si mira a Londra e, con finanziamenti governativi, a Singapore.

Entrare in Twinity oggi, dunque, ci consente di fare una passeggiata per le strade di Berlino, di cui è stata riprodotta una buona parte con buona accuratezza. Come già con Second Life, va osservato, le architetture che replicano spazi e ambienti delle nostre città non hanno una grande capacità di emozionare o di offrire un forte “senso di essere lì”, soprattutto quando sono realizzate su piattaforme che, non essendo realtà virtuale, tendono a mantenere forte la percezione del medium che usiamo per visitarle. Si tratta, soprattutto per Second Life, della scelta più facile per raccontare un territorio: ma questi primi anni raccontano che il potenziale comunicativo di simili esperimenti è abbastanza basso se limitato alla semplice riproduzione del reale.

Nel caso di Twinity, la logica di geolocalizzione e di replica “a specchio”, può però rivelarsi interessante nel tempo. Sul piano della comunicazione territoriale (e turistica) si tratta di un esperimento ancora rudimentale, forse, ma con buone potenzialità: abbiamo la capacità di muoverci e orinetarci in una simulazione abbastanza realistica degli spazi e dei percorsi all’interno di una città e possiamo quindi cominciare a farci un’idea del posto che visiteremo e che vorremmo visitare. Il costo che si paga, ovviamente, è il basso contenuto creativo ed esperienzale, a tutto vantaggio di un contenuto informativo. Rispetto a Second Life, direi, meno creatività e contaminazione, più voglia di realismo e appeal patinato.

Ma Twinity non è solo una versione in 3D di servizi diversi come Google Earth o come i GIS: è un “mondo” (nel senso esteso di altri ambienti come Second Life o MMOG) e quindi è una piattaforma sociale. In realtà, rispetto a Second Life ci sono molte differenze di approccio: si può scegliere di usare il proprio nome e cognome (e ci sono le opzioni per decidere a chi mostrare il cognome), il sito web ha tutte le caratteristiche dei social network (profilo, messaggi) e anche “dentro” il mondo la parte sociale è gestita con logiche e interfaccia simile in tutto a quanto ci hanno abituato gli strumenti di social networking che utilizziamo ogni giorno.

In generale l’aspetto di social networking è meglio assecondato nel mondo metaforico tedesco laddove per i residenti del mondo Linden spesso ci doveva appoggiare a strumenti esterni (come i social network costruiti su Ning). Poi, naturalmente, anche su Twinity si può prendere casa o avviare attività. E la personalizzazione del proprio avatar è orientata al powered by real life: si può anche modellare il volto del proprio avatar partendo da fotografie. Il client, rispetto a quello di Second Life mi pare abbia raccolto molte esperienze dai client di gioco dei vari MMORPG. Ma è solo per sistemi Windows.

Insomma, la prima impressione è cauta ma positiva, anche se è ancora tutto in beta (pubblica solo da un mesetto) e anche se certe scelte - escludendo la logica mirror e le future finalità di comunicazione territoriale - mi pare appiattiscano Twinity più sul versante relazionale (in versione social network 3D) che su quello di insieme (contenuti, relazioni, design ecc.) che conosciamo in Second Life. Non è ancora un mondo molto popolato: si parla di poche decine di migliaia di utenti registrati (che non sono quelli attivi) e prevedibilmente si tratterà soprattutto di utenti tedeschi, per i quali il metaverso patrio può avere un senso differente. Ma, proprio come ci ha insegnato Second Life, alla fine la qualità di questi mondi è determinata dalla qualità delle idee che le persone vi portano dentro. Tanto più che non staremo mai tutti nello stesso: ognuno cercherà quello che gli è utile o in cui si trova meglio o che asseconda i suoi interessi.

Da tenere d’occhio, in ogni caso.

9 dicembre 2008

I veneziani, cittadini digitali

Molte volte su questo blog si è parlato di cittadinanza digitale, non solo come nostro abitare in Rete ma come esplicito "diritto di banda" che ogni Stato civile dovrebbe garantire alla nascita ad ogni suo cittadino.
Perché diritto di banda significa garantire libero accesso a fonti informative, permette la libera espressione di sé, incoraggia la partecipazione collettiva ai meccanismi consultivi e di qui a poco decisionali, rintracciabili su blog privati o su reti civiche pubbliche, nella promozione di una vera e-democracy.
Avere una Pubblica Amministrazione che agevola la comunicazione del/dal/sul/nel/con il territorio, quel segnalare discutere proporre criticare di noi tutti che riguarda il territorio stesso e le scelte della sua pianificazione in quanto Paesaggio tecnosociale, predispondendo da parte sua buone forme di e-government nonché al contempo capace di mettersi in gioco con gli Abitanti nel dialogo e nell'ascolto di ciò che emerge dai Luoghi conversazionali formali ed informali, rappresenta sicuramente un'ottima garanzia affinché molte voci diverse e molte idee possano contribuire collaborativamente alla progettazione sociale da attuare in futuro sul territorio di riferimento.

Bene, Venezia ha capito che il territorio non è solo quello fisico, e che i cittadini abitano la Rete, che anche la Pubblica Amministrazione deve adeguatamente (ovvero, in modo conversazionale) abitare in Rete, e che far sì che tutti possano connettersi è un arricchimento culturale importantissimo, per i singoli individui e per la collettività, e non è cosa che possa esser procrastinata ulteriormente.
Quindi essere veneziani da oggi significa avere una identità digitale riconosciuta e diritto di accesso gratuito.

Trovate la notizia sul sito del Comune di Venezia; interessante anche la pagina dedicata al web2.0, dove vengono illustrati innovativi sistemi di cartografia digitale, monitoraggio del territorio e strumenti di partecipazione civica.

Venezia si candida come capitale del diritto universale alla Rete Diritto universale all’accesso alla Rete e vera cittadinanza digitale.
Venezia si candida come prima città al mondo a fornire, per i nati nel Comune, contemporaneamente al rilascio anagrafico dell’atto di nascita anche userid e password per accedere gratuitamente a Internet e quindi, di fatto, a certificare l’identità digitale.
E’ questo l’annuncio dato oggi dal vice sindaco di Venezia e assessore all’Automazione, Michele Vianello, presentando l’iniziativa che vede la città lagunare all’avanguardia - per dirla con le parole di Vianello - “sulla nuova frontiera del diritto alla conoscenza”.
Il nuovo tassello del progetto //Venice>connected, che vedrà il completamento della rete a larga banda nell’intero territorio comunale entro la metà del prossimo anno (74 chilometri di cavo con una capacità di 144 fibre), passa ora attraverso la localizzazione di oltre 600 hot spot che consentiranno di collegarsi ad internet in modalità WiFi attraverso computer, palmari e telefonini di ultima generazione.
“Avremmo potuto decidere da soli - ha spiegato il vice sindaco - ma abbiamo invece preferito chiedere ai giovani dove preferiscono localizzare gli hot spot che forniranno l’accesso alla Rete, proprio per dare una connotazione reale alla democrazia indotta dalla Rete”. A tal proposito, Vianello ha fatto sapere che a giorni sarà spedita una lettera a ognuno dei 24.981 giovani dai 14 ai 25 anni residenti nel comune, nella quale sarà chiesto di collegarsi via internet all’indirizzo www.comune.venezia.it/cittadinanzadigitale per esprimere, in un’apposita cartografia comunale, la loro preferenza sulla collocazione dell’hot spot.
Tra quanti parteciperanno, saranno sorteggiati 10 giovani che riceveranno da Venis, la società comunale per l’informatica, uno dei premi messi in palio (1 computer subnotebook e 9 telefonini WiFi di ultima generazione).
“E’ uno sforzo organizzativo e finanziario non indifferente - ha concluso il vice sindaco - ma ritengo che sia necessario coinvolgere il mondo dei giovani in questa operazione che consentirà il libero accesso alla Rete, garantendo finalmente questa estensione di stato sociale fin dalla nascita”.

5 dicembre 2008

Perché Google ha avuto successo?

Google ha compreso prima di tutti le peculiarità degli ambienti digitali, ha inventato nuove forme di marketing, è semplicemente stata capace di "pensare" in un modo nuovo, veramente post-industriale, l'ecosistema costituito dalla rete Internet e le sue dinamiche abitative.
Da questa presentazione, in inglese, si possono ricavare alcune interessanti considerazioni; ad esempio, perché YouTube non è un portale? Perché Microsoft teme Google? Perché Google vuole decisamente muoversi verso il mondo dei cellulari? Perché Google non rende a pagamento i suoi servizi online, come fa a guadagnare? Quando la vera merce di un mondo immateriale diventa l'informazione, come i nostri profili di community e le nostre identità digitali, cosa significa che bisogna imparare a gestire consapevolmente il nostro essere Abitanti digitali?