Perchè il tempo è ormai cambiato: c'è un enorme lavoro da fare davanti a noi, comune a tutti, e senza nemici designati. Se vogliamo sopravvivere, e tutti, dovremo cambiare base energetica, prodotti, abitudini, stili di vita, case, urbanistica, suoli, colture, idee su noi stessi, sul valore delle cose e degli animi, e sul significato e percorso della nostra vita e dei nostri figli. Tutto è in gioco. Tutto deve cambiare. E un reset è nelle cose.
7 ottobre 2008
Gli ultimi trent'anni
25 settembre 2008
L' economia ai tempi del web
di GIORGIO RUFFOLO
Repubblica — 07 agosto 2008
Si da in genere per scontato che il vendere e il comprare su Internet, non solo sia in accordo con la natura e le regole del mercato, ma ne rappresenti una esaltazione. Questa è almeno l' opinione espressa dalla corrente di economisti americani cosiddetta «californiana», secondo cui la rete costituisce l' istituzione che incarna concretamene l' altrimenti astratta teoria della concorrenza perfetta che sta alla base del credo liberista, escludendo lo Stato da ogni possibile interferenza nel suo funzionamento.
Ora, una analisi non fortemente intrisa da motivazioni apologetiche dovrebbe portare a conclusioni opposte: che sono infatti sostenute da altri economisti (per esempio, quelli del Centro Hypermedia dell' Università di Westminster, che fa capo a Richard Barbrook). Si fa notare che l' esplosione della rete, nonché esaltare la logica del mercato, ne mina alcuni presupposti essenziali e per converso apre nuove prospettive a una economia della reciprocità, libera dai vincoli sia del mercato che dello Stato.
Nel caso di Internet si verifica una condizione ben nota agli economisti, di produzione di beni non esclusivi che possono essere utilizzati simultaneamente da più utenti: un classico bene pubblico.
Inoltre, il bene prodotto (l' informazione) a differenza di un bene fisico, non si separa dal produttore (come si dice: se ci scambiamo un dollaro, restiamo con un dollaro; se ci scambiamo un' idea restiamo con due idee). In tali condizioni, è assai difficile esigere un prezzo.
Il problema è stato risolto in questi casi con i canoni di abbonamento. Il produttore fornisce un servizio e riceve un canone standard, indifferenziato.
Ma che succede se l' utente del servizio diventa a sua volta fornitore «scaricando» l' informazione dalla rete e vendendola o regalandola in concorrenza col produttore? Nel caso Internet proprio questo succede. Ciò provoca danni ingenti ai fornitori del servizio, contraendo le entrate pubblicitarie. Per evitarli, essi non possono far altro che ricorrere alla legge: alla polizia e alla magistratura, il che rende manifesta la dipendenza del mercato dallo Stato, la falsità della sua pretesa «autoregolazione».
Ma poiché è molto difficile accertare le violazioni da parte dei «free riders» (dei parassiti di Internet) emerge la proposta di istituire un sistema di spionaggio permanente detto Panopticon (in memoria della famosa proposta di Jeremy Bentham) che permetta di controllare permanentemente tutte le operazioni degli utenti. Ecco un divertente esempio di regolazione staliniana del mercato autoregolato.
Esiste, fanno notare gli economisti di Hypermedia, un' alternativa. Lo Stato assume il compito di fornire l' infrastruttura della rete Internet che non è più finanziata dalla pubblicità (col beneficio di una diminuzione dell' inquinamento dovuto alla contrazione dei consumi «indotti» da quella); ma dalle tasse, che la collettività decide democraticamente di pagare per massimizzare il bene pubblico dell' informazione. In tal caso non esiste più un problema di free riders. La libera circolazione dell' informazione fornita dalla rete, anziché costituire un danno per i fornitori privati, soddisfa pienamente lo scopo del fornitore pubblico.
Si apre un nuovo spazio dove allo scambio valorizzato (informazione contro pubblicità) subentrano prestazioni reciproche gratuite. Economia del dono? No, non c' è nessun dono. C' è la decisione della comunità di trasformare il valore di scambio dell' informazione in valore d' uso, affidandolo alla libera gestione della comunità stessa: né allo Stato, che si limita a fornire l' infrastruttura, né al mercato.
Il lato più interessante di questa riforma non sta solo nel rendere possibile la libera fruizione dell' informazione contenuta nella rete, ma di promuovere l' aspetto più innovativo di Internet: la partecipazione attiva dell' utente allo sviluppo dell' informazione. Contribuendo alla creazione di nuova informazione, egli non è più un consumatore passivo, ma un produttore attivo di idee: un prosumatore (prosumer), come con geniale anticipazione lo definiva Alvin Toffler.
Internet sta producendo una vera e propria rivoluzione nel mondo del lavoro e della produzione generando una nuova classe di lavoratori-imprenditori che non esalta il momento dello scambio valorizzato ma quello della libera creatività.
E' bene che queste idee circolino liberamente senza essere protette da copyright. Le prestazioni effettuate sulla rete non sarebbero soggette ad alcun vincolo di proprietà riservata (copyright). I soli limiti riguarderebbero la sicurezza e la moralità. Ma in quei casi si tratta di perseguire casi concreti e manifesti, e non capacità potenziali e diffuse di violazione delle regole.
Come Richard Barbrook osserva, non si tratta affatto di sostituire il mercato e lo Stato con una economia caratterizzata dal principio della reciprocità, ma di integrare economia di mercato, economia amministrativa ed economia digitale in un sistema più ampio e articolato. Lo Stato fornirebbe l' infrastruttura, il mercato promuoverebbe le innovazioni tecnologiche, per esempio sviluppando la griglia delle fibre ottiche, la rete promuoverebbe la diffusione e lo sviluppo dell' informazione attraverso un immenso dialogo sociale.
Dunque, Internet rappresenta, non, come sostiene l' ideologia californiana, la suprema esaltazione dell' economia di mercato ma una macroscopica premessa del suo superamento, nel campo dei beni sociali.
Quanto ai beni autenticamente privati il mercato è insostituibile, come rivelatore delle preferenze individuali (ricordiamo la lezione di von Hayek). In tal senso esso costituisce uno strumento prezioso del benessere sociale. Uno strumento, però, non uno scopo. Uno strumento che affianchi l' altrettanto insostituibile presenza dello Stato e quella delle nuove istituzioni associative e volontarie, delle quali Internet è un felice esempio. -
8 settembre 2008
E ora quale blog verrà chiuso?
E ora quale blog verrà chiuso?
Di Massimo Mantellini
Fonte: Punto Informatico
Se il giudice di Modica avesse avuto una idea seppur vaga di come Internet abbia in questi ultimi anni mutato lo scenario della comunicazione in tutto il pianeta, forse il suo punto di vista sarebbe stato differente. Perché oggi, secondo la legge alla quale si è fatto riferimento nella sentenza, gran parte della comunicazione in rete potrebbe essere considerata "stampa clandestina". Tutto può a questo punto essere definito in qualche misura clandestino nella rete italiana, qualsiasi manifestazione del pensiero non correttamente bollinata lo è, qualsiasi appunto redatto su un blog, qualsiasi cosa che abiti anche solo pochi secondi dentro la grande rete.
La legge sulla stampa è nata quando ovviamente il mondo era assai differente da quello attuale, ma oggi? Oggi, dopo le "opportune" modifiche del 2001, secondo quella legge quasi ogni cosa sul web è clandestina, per lo meno se scrutata dall'osservatorio minuscolo degli ex padroni della notizia.
Ormai deserte (o quasi) le tipografie, impolverati i ciclostili, annullata dalla presenza di Internet molta della necessaria diffusione fisica delle pagine, il reato di "stampa clandestina" diviene due cose assieme: il patetico déjà-vu dei treni a vapore e la invece concreta e contemporanea minaccia per la libertà di espressione del pensiero da parte di un potere abitato dai soliti figuranti. Politici, giornalisti, grandi editori, grandi aziende in genere, gli unici soggetti che continuano a potersi concedere il lusso di leggi che tutelino i propri privilegi a dispetto di ogni sopravvenuta evidenza.
Alcuni anni fa, quando gran parte del Parlamento votò la modifica alla legge sull'editoria che ha consentito la condanna dello storico siciliano, fummo facili profeti nel sostenere che una simile definizione di "prodotto editoriale" applicata al web era una seria minaccia per la libertà di espressione in rete. Lo scrivevamo nel 2001, non oggi. Ne eravamo talmente convinti che questo quotidiano indisse allora una petizione che raccolse oltre 50mila firme. I firmatari chiedevano che un singolo demenziale articolo di legge venisse modificato, ma nessuno nelle stanze del potere ritenne di prestare attenzione a quel grido di allarme.
Così oggi sinceramente non so bene come commentare il fatto che Giuseppe Giulietti, parlamentare esperto di informazione, ex diessino attualmente all'Italia dei Valori di Antonio di Pietro, abbia presentato una interrogazione parlamentare sul caso di Carlo Ruta parlando di sentenza preoccupante dagli "effetti devastanti in spregio ad ogni regola della democrazia".
Giulietti forse soffre di una qualche grave forma di amnesia, visto che fu proprio lui il relatore della legge che ha portato alla condanna di Ruta. Furono lui e Vannino Chiti - purtroppo lo ricordiamo molto bene - che con qualche fastidio si preoccuparono allora di tranquillizzare le migliaia di persone che in Italia chiedevano a gran voce che una norma nata per finanziare l'editoria sul web non comprendesse all'interno della definizione di "prodotto editoriale" praticamente qualsiasi pagina web.
Oggi Giulietti invece di fare pubblica ammenda e ritirarsi in silenzio in un eremo sperduto, si cala con disinvoltura nei panni di paladino della libertà di espressione, chiedendo al Ministro della Giustizia se non sia vero che "secondo la logica prevalsa, la quasi totalità dei siti web italiani, per il solo fatto di esistere, potrebbero essere considerati fuorilegge, in quanto appunto "stampa clandestina", e ciò - secondo l'interrogante - in spregio a ogni regola della democrazia"
Noi purtroppo abbiamo buona memoria e ricordiamo che ad identica domanda postagli da Punto Informatico nell'aprile del 2001 in quanto relatore di quel contestato progetto di legge che oggi ha portato alla condanna di Carlo Ruta, Giulietti rispose in un piccato comunicato stampa nei seguenti termini:
"La legge sull'editoria non ha mai avuto tra i suoi obiettivi quello di imbrigliare le attività editoriali sulla rete. Sono quindi falsi gli allarmi e le preoccupazioni diffusi in tal senso."
Internet in Italia è clandestina e lo è anche per colpa di questi signori capaci di confezionare norme che nessun paese civilizzato si sogna, per poi pacificamente dimenticarsene. Ma lo è nell'ottica del potere i cui strumenti di controllo ormai hanno esclusiva valenza intimidatoria o dimostrativa. In nessun paese meno che borbonico ci si domanda se un sito web sia aggiornato più o meno regolarmente per determinarne la natura editoriale. In nessuna sperduta landa un giudice monocratico di provincia deve impiegare il proprio tempo per argomentare le differenze fra un quotidiano web e un blog. E non meraviglia che ciò che poi ne esce sia una sentenza dalle motivazioni assurde, ancorché tecnicamente plausibili, grazie, o per colpa, della vaghezza dolosa del legislatore.
Il risultato è comunque sotto i nostri occhi ed apre la strada ad altre prossime iniziative simili: questo paese ha una legge dello Stato capace di chiudere la bocca a chiunque voglia esprimere sul web punti di vista non preventivamente autorizzati. Lo dicevamo sette anni fa, lo ripetiamo oggi.
Internet in Italia è oggi tecnicamente clandestina. Lo sarà fino a quando non scompariranno dalla scena i vari Bonaiuti, Giulietti, Chiti, fino a quando Gabriella Carlucci e Luca Barbareschi non torneranno alle loro rispettabili professioni, fino al momento in cui non cambierà radicalmente la comprensione dello scenario della nuova informazione mediata da Internet, che in troppi vogliono adattare a forza ad un mondo vecchio che sta scomparendo. Si tratta di sforzi inutili ma ci vorrà altro tempo per capirlo.
Consideriamo benevolmente tutti questi signori come gli attori sul palco di una stagione di mezzo, che prima o poi terminerà. Non vediamo l'ora. Quel giorno tutti noi saremo definitivamente clandestini e così, come per magia, nessuno lo sarà più. Solo allora forse sarà possibile smetterla di vergognarci di abitare in un paese dove per poter liberamente e civilmente esprimere il proprio parere ci sia bisogno dell'avvallo di un professionista iscritto all'albo. Un po' come se per iniziare il mio prossimo respiro dovessi attendere la firma di un pneumologo.
Massimo Mantellini
Manteblog
5 settembre 2008
E-government, la strada è ancora lunga
E-government, la strada è ancora lunga
di Giuseppe Caravita
Ma meno, molto meno, per superare ostacoli burocratici, per i cosiddetti servizi pubblici online o di e-government.
Nel 1999 l'e-gov era di gran moda. Tutti i governi d'Europa, Usa e Asia lanciavano progetti: l'obbiettivo sembrava a portata di mano, una pubblica amministrazione meno costosa, servizi più accessibili, tempo e denaro risparmiato dai cittadini. Non è andata così: l'e-gov, un po' ovunque nel mondo, ha deluso tutti. Certo, con qualche eccezione (anche europea), ma questo filone di internet è rimasto il fanalino di coda della rete, agli ultimi posti nelle statistiche d'uso. Perché?
I ricercatori informatici convenuti in questi giorni a Torino alla Dexa 2008 questo problema, tra le righe, se lo stanno ponendo. Per esempio Jorg Becker e Bjorn Niehaves che, per conto del Governo tedesco, hanno sviluppato un'indagine sull'effettivo uso dei servizi pubblici in rete. Risultato: pur nella grande Germania, perno d'Europa, con il 45% di popolazione stabilmente connessa alla rete, l'uso dei servizi di e-government non supera il 20%, di cui l'11% per semplici informazioni e solo il 9% per servizi transattivi completi. Per contro, in Italia, le cifre, rilevate da Accenture, appaiono dimezzate: 30% di italiani online, di questi solo l'8% utenti abituali dei servizi pubblici informativi e solo il 3% dei pochi transattivi completi.
A confronto il 60% degli utenti internet tedeschi usa abitualmente le pagine di Wikipedia, il 30% fa e-commerce, e una percentuale analoga condivide files (legalmente o meno) sui circuiti peer-to-peer.
E' un gap che si riduce solo nei paesi scandinavi, in Olanda (dover un servizio di autenticazione nazionale, base dell'e-gov, è attivo e ampiamente usato) in Austria e in Estonia, campione europeo grazie a un'agenzia pubblica dedicata e a un massiccio programma di marketing dei servizi.
Per il resto regna la delusione. Le nuove carte digitali vengono usate, nel caso spagnolo, tedesco e anche austriaco, prevalentemente come sostituti plastificati dei vecchi documenti cartacei. E solo in piccoli numeri come sistemi di autenticazione sul Web. La firma digitale stenta a decollare, un po' ovunque.
Che fare? I punti chiave che emergono dalla quattro giorni di Dexa 2008 paiono tre: organizzazione, incentivi, apertura.
Laddove hanno potuto operare agenzie pubbliche realmente motivate e focalizzate sullo sviluppo dei servizi i risultati si sono visti. Non solo in Estonia, ma anche in Austria, Olanda e persino in Italia. Qui per esempio vale il caso del più antico operatore di servizi pubblici online italiano, il Csi Piemonte, che, unico nel Paese, è riuscito a diffondere a centinaia di piccoli comuni della regione i suoi servizi, grazie anche a finanziamenti centrali che hanno reso l'operazione a costo zero. In pratica il Csi Piemonte funziona da centro servizi anche per la Liguria e la Val d'Aosta. E dispone, già rodato da anni, di un sistema di autenticazione (cruciale per l'e-gov evoluto) che potrebbe essere rapidamente diffuso a livello nazionale.
Secondo: incentivi. Quando i piccoli comuni piemontesi si sono accorti che, con i nuovi piani governativi, l'adozione dei servizi telematici sarebbe stata di fatto gratuita li hanno adottati. E in Italia la dichiarazione dei redditi online (forse l'unica vera bandiera dell'e-government italiano) viene usata da centinaia di migliaia di commercialisti, patronati e altri intermediari per ridurre sostanzialmente i propri costi operativi.
Terzo: apertura. La comunità europea da tempo (anche qui tra le righe) si è resa conto del fallimento sostanziale dell'e-government. Servizi complicati, portali astrusi e ricalcati sulle precedenti procedure burocratiche, mai verificati con gli utenti, costruiti più per salvaguardare le amministrazioni che per risolvere i problemi della gente. Un esempio. La ricerca tedesca mostra tre gruppi di esclusi dalla rete: anziani, piccoli paesi rurali, disoccupati. I primi lamentano la complicazione della burocrazia online, i secondi la scarsità di collegamenti a larga banda, e i terzi sembrano refrattari a ogni forma di internet. Però, quando si tratta di accedere ai servizi informativi federali sui posti di lavoro disponibili, ecco che la media d'uso di questi "disconnessi" balza al 110% sulla media nazionale. Sintomo di un fenomeno già notato sulla rete: quando un servizio colpisce realmente un problema civico reale, e vitale, non c'è digital divide che tenga. «Vanno negli uffici federali a consultare internet per le offerte di lavoro – osserva Niehaves».
E così per siti civici pubblici creati spontaneamente negli ultimi mesi, come CrimeChicago (una comunità che si scambia informazione sui posti più o meno sicuri della città) oppure "Rate Your Doctor", sito australiano (e inglese) che indica, a suon di esperienze reali, i medici e gli ospedali migliori, o da evitare.
Il cosiddetto Web 2.0 (ovvero l'internet partecipata dei Blog, dei Wiki e dei web scritti a più mani) sta rapidamente approdando ai problemi civici vitali e di ogni giorno (cosa diversa dai servizi pubblici) e una ricercatore italiano, David Osimo, ne ha recentemente censiti un centinaio, per le nuove strategie di ricerca della Commissione Ue.
E poi il connubio pubblico-privato. «Negli Usa stanno nascendo startup come la Nic che offrono gratuitamente alle Amministrazioni servizi di e-government -spiega Enrico Ferro del Politecnico di Torino- salvo riservarsi piccole fees su alcuni servizi più complessi. E solo con queste si ripagano le attività e fanno profitti».
Modelli di business di questo tipo se ne possono inventare diversi. Forse con l'annunciato federalismo fiscale anche le Amministrazioni locali italiane potrebbero porsi il problema di far rendere realmente l'e-government, sia in termini di minori costi interni che di ricavi aggiuntivi. Mettendo in moto un circolo virtuoso di investimenti. Aprendosi, magari tramite reali e provati specialisti, alla cooperazione con nuovi intermediari e, soprattutto, con gli utenti. Di quelli che hanno bisogno di un cambio di residenza veloce, di sapere se c'è lavoro, di una cura di qualità per una malattia grave di un familiare.
2 agosto 2008
Privacy, tecnofobia, legislazione
Su PuntoInformatico trovate un bell'articolo di Guido Scorza, intitolato La Tecnofobia clicca sempre due volte, dove vengono valutati i curiosi comportamenti dei legislatori italiani riguardo la regolamentazione dei nuovi comportamenti sociali permessi dalle nuove tecnologie. In effetti, la tecnica "due pesi e due misure", riferita qui alle differenze con cui il Parlamento esprime giudizi e promulga decreti rispettivamente sul mondo degli atomi e su quello dei bit, oltre a lasciar intravvedere una certa ignoranza sulla Cultura Digitale rivela un atteggiamento decisamente tecnofobico. Siamo sempre lì: il nuovo e l'ignoto mettono paura, il cambiamento genera ansia e resistenze al cambiamento.Sulla nota vicenda Mediaset-YouTube, riguardante la fantasiosa pretesa della prima di essere risarcita per 500 milioni di Euro da Google per aver pubblicato migliaia di ore di trasmissione televisive, vale la pena leggere l'articolo di Massimo Mantellini intitolato "Mediaset e le occasioni perdute", nonché quello di Massimo Gramellini, "In Mediaset virtus" pubblicato su la Stampa.it.
30 luglio 2008
Progetto e21, ICT ed e-participation per lo sviluppo sostenibile
Fonte: pubblicaamministrazione.net
Progetto e21, ICT ed e-participation per lo sviluppo sostenibile
di Chiara Bolognini
Citato tra i progetti più interessanti nell'ultimo rapporto del CNIPA, il Progetto e21 vede coinvolti, oltre che la Regione Lombardia, dieci importanti Comuni e coniuga l'Agenda 21 locale con soluzioni ICT pratiche per la partecipazione dei cittadini
Coniugare uno dei più interessanti strumenti di partecipazione civica alle scelte di governo del territorio – noto come Agenda 21 locale – con un mix di soluzioni di informatica e telematica civica ad elevata usabilità ed accessibilità: è questo l'obiettivo del Progetto e-21, presentato presso la sede della Regione Lombardia il 3 giugno scorso. Progetto che, nato in seno all'Associazione Informatica e Reti Civiche (A.I.Re.C.) Lombardia, vede dieci importanti Comuni della Lombardia (Brescia, Como, Desenzano del Garda, Lecco, Mantova - che è il capofila -, Malgesso - per conto del consorzio Co.Ri., Pavia, San Donato Milanese, Vigevano e Vimercate) e la stessa Regione, impegnati a sperimentare nei percorsi di Agenda 21 locale nuove opportunità per la partecipazione via rete con l'utilizzo delle Information and Communication Technologies (ICT).
L'Agenda 21 è il programma per lo sviluppo sostenibile sottoscritto da 178 governi di tutto il mondo nel summit delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo svoltosi a Rio de Janeiro nel 1992. Viene messo a punto e sperimentato in una molteplicità di diverse situazioni - nel mondo così come nel nostro Paese – e si basa su una metodologia di partecipazione, con cui si dà una possibilità in modo organizzato e sistematico, alla Comunità locale di far emergere i problemi del territorio (quelli ambientali, ma anche quelli dell'economia, quelli sociali e della qualità della vita), analizzarne le cause, formulare proposte per migliorare lo stato attuale delle cose, seguire l'attuazione dei progetti e delle iniziative per lo sviluppo sostenibile e verificarne gli effetti.
Con il Progetto e21, co-finanziato dal Ministero per l'Innovazione e le Tecnologie nell'ambito dell'Avviso per la selezione di progetti per lo sviluppo della cittadinanza digitale (e-democracy) dell'aprile 2004, proprio il tema della partecipazione dei cittadini nel governo del territorio e nella definizione e nell'attuazione delle politiche della sostenibilità e il tema dell'Agenda 21 locale, trova uno strumento concreto e innovativo di attuazione.
La peculiarità dell'iniziativa viene illustrata da Gianpaolo Trevisani, responsabile tecnico del Progetto per il Comune di Mantova: «Rispetto agli strumenti tradizionali di comunicazione quali forum, blog, mailing list ecc., gli strumenti software sviluppati in e21 hanno la caratteristica di essere progettati specificamente per gestire processi partecipativi, cioè processi caratterizzati da un'interazione tra gli utenti finalizzata al raggiungimento di una posizione condivisa. Per questo abbiamo dotato lo strumento, che gestisce le discussioni di funzionalità che consentono di realizzare un documento di sintesi delle posizioni che hanno riscosso un maggior gradimento, di definire una data di inizio o di fine della discussione, di mettere in evidenza i documenti a supporto, ecc. A questi strumenti deliberativi, si affianca la CityMap, uno strumento finalizzato a raccogliere osservazioni, proposte, segnalazioni da parte dei cittadini localizzandole grazie all'uso di una mappa della città».
In concreto, lo scopo generale del sistema e21 è quello di supportare lo svolgimento di processi partecipativi, suddivisi in fasi, mettendo a disposizione degli utenti strumenti in grado di implementare differenti tecniche partecipative, denominati strumenti deliberativi. Tali strumenti hanno come principale caratteristica quella di consentire un'interazione tra gli utenti finalizzata al raggiungimento di un risultato condiviso. Più in generale, e21 fornisce un contesto tecnologico atto alla creazione di un ambiente politico-sociale in grado di utilizzare abitualmente le ICT per supportare la partecipazione locale, affiancando agli strumenti deliberativi suddetti, adeguati strumenti di community capaci di stimolare la partecipazione dei cittadini ai processi partecipativi della Pubblica Amministrazione locale.
Il sistema e21 è costituito da uno spazio di community, in cui è possibile un'interazione libera tra gli utenti, cioè non finalizzata al raggiungimento di un risultato specifico, e uno spazio deliberativo, in cui è possibile gestire processi partecipativi, cioè processi caratterizzati da un'interazione tra gli utenti finalizzata al raggiungimento di un risultato condiviso.
Gianpaolo Trevisani fornisce ulteriori dettagli: «Lo spazio di community è la parte del sistema, a cui è demandata la gestione delle interazioni libere tra gli utenti, cioè non finalizzate ad uno specifico obiettivo. Lo strumento presente in tale area, la CityMap, ha la funzione di consentire una discussione libera focalizzata sul territorio, stimolando l'adesione ai processi partecipativi. In pratica la City Map è un forum di discussione, in cui le discussioni sono costituite da un messaggio di avvio (il primo del thread) e da una serie di commenti (risposte). I commenti vengono comunque denominati genericamente messaggi. Il messaggio di avvio della discussione ha un oggetto (subject) che costituisce l'argomento della stessa, mentre i commenti ne sono privi. È possibile inviare una risposta sia al messaggio di avvio che ad un commento, senza alcun limite di annidamento».
La particolarità di questo strumento consiste nella possibilità di localizzare le discussioni, cioè associare ad esse (tramite il messaggio di avvio) un indirizzo geografico nella città di riferimento del sistema (definita in fase di configurazione del sistema) che ne consente la rappresentazione su una mappa gestita tramite Google Maps.
Oltre a questo, ecco altri due applicativi "chiave":
- la discussione informata: uno strumento per la discussione ed elaborazione collaborativa di proposte basate su documenti, con possibilità di assegnazione di gradimento ai messaggi, finalizzata alla realizzazione di un documento di sintesi redatto anche a più mani attraverso l'utilizzo di uno strumento di scrittura collaborativa (wiki);
- il Meeting On-line regolato: uno strumento che permette lo svolgimento ordinato di meeting e conferenze online seguendo precise regole di conduzione che permettono ad esempio di presentare proposte ed emendamenti, votare mozioni, ecc.
Partito nel 2005 e citato esplicitamente nell'ultimo rapporto di sintesi del CNIPA (marzo 2008) tra i progetti di e-democracy più interessanti, il Progetto e-21 si è articolato in diverse fasi, che può essere utile riepilogare brevemente per le Ammininistrazioni interessate al riuso.
La prima tappa è stata l'analisi dei processi di Agenda 21 locale presso gli Enti Locali aderenti, con uno studio approfondito dei processi partecipativi in atto e previsti dai rispettivi progetti di Agenda 21 locale nei 10 comuni aderenti al progetto, al fine di valutarne il livello di avanzamento ed il grado di partecipazione e rappresentatività raggiunto e stimare il fabbisogno scoperto di partecipazione.
Poi si è focalizzata l'attenzione sull'e-participation e l'uso delle ICT negli Enti Locali aderenti, prendendo in esame, per ciascuno di essi, la tipologia, l'accessibilità e l'utilizzo delle applicazioni ICT a supporto dei processi partecipativi, decisionali e comunicativi. Come terzo step si è passati alla progettazione vera e propria, alla realizzazione delle applicazioni ICT e all'implementazioni delle componenti software infrastrutturali e di servizio che costituiscono la piattaforma tecnologica e21, utili a supportare i diversi contesti partecipativi e le diverse fasi del processo di Agenda 21.
Sono stati quindi approfondite le scelte delineate nel documento di progetto, anche tramite il coinvolgimento di rappresentanti dei destinatari delle applicazioni e degli sponsor per quanto riguarda gli aspetti di portabilità delle applicazioni stesse. Per quanto riguarda l'accessibilità delle applicazioni sviluppate, queste sono state sottoposte alla verifica tecnica di accessibilità (normative AIPA e WAI) e alla verifica soggettiva della sua fruibilità. Si viene poi al capitolo "riuso" e alla personalizzazione della piattaforma tecnologica e21 per gli Enti Locali aderenti.
Le attività di costruzione, gestione e promozione degli ambienti partecipativi e21 saranno assicurate dai comuni assistiti dallo Staff di progetto e dai promoter, figure di raccordo, regolazione e promozione della e-participation che dovranno anche assicurare il coordinamento tra il dibattito e le proposte che maturano nell'ambiente online e quanto emerge dai contesti di partecipazione del territorio. Il lavoro consta di 3 fasi:
- al termine dello sviluppo della piattaforma e21: creazione di installazioni personalizzate presso il server centrale di progetto (per i Comuni che scelgono l'utilizzo in modalità ASP) ed eventuale sviluppo del software necessario all'utilizzo delle componenti messe a disposizione tramite web services da parte dei Comuni che lo richiedano; sviluppo di moduli per l'accesso di utenti già registrati presso i sistemi ICT dei Comuni e lo scambio di archivi già esistenti;
- durante le sperimentazioni locali: esecuzione degli interventi necessari per garantire l'allineamento con le esigenze emerse e messa a punto delle applicazioni;
- al termine delle sperimentazioni: studio delle modalità più efficaci e delle opportune ulteriori personalizzazioni necessarie per garantire continuità alle prassi di e-participation sperimentate in e21.
Il futuro riguarda le possibilità di riuso e trasferimento della piattaforma e21, nonché di un suo potenziamento, ampliamento ed evoluzione, che si possono correlare in particolare all'opportunità che gli enti aderenti adottino in modo sistematico gli strumenti della partecipazione telematica sperimentati nelle proprie politiche, che altri Enti locali impegnati in processi partecipativi li adottino, che si consolidi la "Comunità di Pratica" degli operatori delle politiche della sostenibilità, della partecipazione e dell'e-participation. Un'opportunità che incontra l'interesse della Regione Lombardia nonché del nascente Coordinamento delle Agende 21 lombarde, che vede tra i promotori alcuni dei Comuni aderenti al progetto e21. Serviranno anche altri due alleati fondamentali: la formazione di esperti e "facilitatori" sul territorio e la puntuale ed efficace comunicazione sulle evoluzioni e i risultati raggiunti.
Tutti gli approfondimenti sul sito dedicato al Progetto.
Antropologia dei blog
Aggiornamento del 30 luglio: Mantellini dice che tutto l'incipit dell'articolo in questione è una sua definizione di blog di qualche tempo fa. E qui purtroppo Niola fa una figura barbina, nel non citare l'autore della fonte.
Marino Niola, professore ordinario di Antropologia Culturale a Napoli (qui su Wikipedia), ha scritto per larepubblica.it un articolo sul mondo dei blog, sul loro significato sociale e sulle relazioni interumane che hanno luogo in Rete. Che poi si tratta sempre di un Luogo, appunto antropologicamente connotato.
Lungi da essere il solito sproloquio di certo giornalismo nostrano, dove i blog vengono nominati solo per aspetti scandalistici oppure con toni canzonatorii da giornalisti platealmente incompetenti riguardo le dinamiche comunicative in Rete e le Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione, l'articolo di Niola prova a tratteggiare la nascente "cartografia sociale" che emerge dal libero scambio di informazioni e di opinioni degli Abitanti digitali, dove l'aggregazione e l'interazione interpersonale sono motivate esclusivamente dalla partecipazione attiva da parte di ognuno alla condivisione di tematiche e alla frequentazione di campi di interesse comuni, ovviamente in modo indipendente dalla distanza fisica che separa gli interlocutori.La società sta evolvendo, nel suo superamento glocale delle categorie spaziali tradizionali, e certamente concetti come "confine geografico" o "prossimità relazionale" vanno profondamente rivisti, in un epoca contrassegnata da fenomeni di telepresenza (web e cellulari) , dal primato dell'Informazione e della Conoscenza in formato digitale, dall'Economia dell'immateriale.
Purtuttavia sfugge a Niola, ancora forse incantato dalla visione certo importantissima di una Rete relazionale a estensione planetaria, il concreto risvolto "local" di quella parola glocal (vedi Bauman su Wikipedia, glocalizzazione) più su accennata: esiste oggi la possibilità per chiunque, pubblico o privato, di aprire dei blog urbani o comunque dei luoghi-contenitori di partecipazione democratica delle collettività per la progettazione e la definizione collaborativa delle strategie da adottare per migliorare il proprio Ben-Stare sul territorio, da concepire ormai come tecnoterritorio, come una rete di rioni digitali che compongono paesaggi biodigitali attraversati da flussi di persone e di rappresentazioni mediatiche (vedi i concetti di Appadurai, antropologo, su Wikipedia).
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le nuove forme di dialogo
di Marino NiolaFonte: larepubblica.it
"Dovessi spiegarti che cos'è il mio blog ti direi che è un luogo, riscaldato d'inverno ed areato d'estate, con un indirizzo e una buca delle lettere, finestre per guardarci dentro se passi nei pressi ed una porta aperta per entrare se ti andrà. L'insieme dei blog che leggiamo e di quelli che ci leggono è un villaggio particolarmente salubre fatto di abitanti che si siano scelti fra loro e non paracadutati lì dal caso". Parola di blogger.
È evidente che il blog è molto più di un sistema di comunicazione. È un angolo di mondo, avrebbe detto Herder. O una forma di vita, per dirla con Wittgenstein. In entrambi i casi uno spazio di condivisione simbolica caratterizzato dai suoi usi, costumi, sensibilità, abitudini, codici sedimentati - ma prima ancora creati - e da un linguaggio comune. I blog sono a tutti gli effetti le nuove forme di vita prodotte dalla rete, degli autentici angoli di mondo virtuale.
Certo che il blog è un luogo di confronto e di scambio di idee, informazioni, pareri, servizi, ma è anche di più, molto di più. Questa forma di diario in rete - il termine è la contrazione di web e di log che significa appunto diario ma anche traccia - sta dando vita a una nuova cartografia sociale. Fatta di punti di aggregazione fondati sulla circolazione delle opinioni.
Qualcuno li considera un po' come la versione immateriale dello Speaker's Corner, letteralmente angolo dell'oratore, di Hyde Park a Londra, dove chiunque può montare su una cassetta di legno a mo' di palco e predicare sul mondo in assoluta libertà. Occupando un angolo di spazio pubblico per dire la sua. Quella minuscola cassetta garantisce una sorta di extraterritorialità che consente a ciascuno di dire fino in fondo tutto ciò che pensa. A ben vedere il blog è proprio una occupazione di immaginario pubblico, una sorta di tribuna virtuale. E contribuisce a rivelare la forma dei nuovi spazi collettivi di una società che ha profondamente mutato le sue categorie spaziali e sta passando dalle divisioni alle condivisioni, dai luoghi tradizionali - territori fisici delimitati, confinati, sul modello delle nazioni - agli iperluoghi immateriali che ridisegnano le mappe del presente.
Nuovo luogo della condivisione pubblica in un tempo caratterizzato dalla scomparsa progressiva dello spazio pubblico tradizionale: un po' circolo, un po' palcoscenico, un po' salotto, un po' sezione di partito, un po' piazza, un po' caffè. I diari in rete rappresentano modi diversi di sentirsi comunità. Non più comunità locali, e localistiche, basate sulla prossimità geografica, residenziale, cittadina, ma su forme inedite di appartenenza.
Ecco perché il blog non è solo uno strumento del comunicare, ma è una potente metafora del nostro presente in rapida trasformazione e un simbolo anticipatore del nostro futuro. A farne un mito d'oggi è proprio la sua capacità di dirci qualcosa di profondo su noi stessi, di mostrarci con estrema lungimiranza ciò che stiamo per diventare anche se ancora non lo sappiamo con precisione. Nei grandi cambiamenti epocali il mito, la metafora, il simbolo si assumono proprio il compito di lanciare dei ponti verso quelle sponde del reale che ancora non vediamo ma, appunto, intravediamo. Anche se abbiamo già cominciato a viverci dentro istintivamente. In questo senso i comportamenti del popolo dei blog ci aiutano a cogliere quanto stiano di fatto mutando le stesse categorie di identità e di appartenenza: sempre meno materiali, sostanziali, fisse e sempre più fluttuanti, mobili, convenzionali.
E come sia cambiata la stessa nozione di luogo di cui viene oggi revocato in questione il fondamento primo, ovvero l'idea di confine naturale, in favore di quella di confine digitale. Il blog anticipa una realtà che non è più quella del paese, della città, del quartiere, della classe d'età, della famiglia, della parrocchia, del circolo. I bloggers si rappresentano come una comunità di persone che si scelgono liberamente e su scala planetaria. E in questa dimensione extraterritoriale intessono un nuovo legame sociale.
Comunità senza luogo? Niente affatto. È la vecchia nozione di luogo ad essere inadeguata. E assieme a lei quella apparentemente nuova di non-luogo che della prima non è che la figlia degenere. Perché è fondata su una idea pesante, solida, ottocentesca del luogo e della persona.
Un'idea che ha l'immobile solidità del ferro e non la mutevole fluidità dei cristalli liquidi. In realtà a costituire il tessuto spaziale, ieri come oggi, sono sempre le relazioni, mai semplicemente le persone fisiche. E oggi le relazioni sono sempre meno incarnate, sempre meno materializzate, ma non per questo scompaiono.
La liquidità della rete è la vera materia sottile della trama sociale contemporanea, e perfino di quella spaziale se è vero che oggi l'iperconnessione è il principio vitale che circola come sangue nel corpo del villaggio globale. I cosiddetti non-luoghi sono in realtà più-che-luoghi, super-luoghi, sono luoghi all'ennesima potenza, acceleratori di contatti, incroci ad alta densità, moltiplicatori di collegamenti tra bande larghe di umanità. È questa la cartografia wi-fi della nuova territorialità, la cosmografia del presente di cui Internet è il dio e Google è il primo motore immobile. Una rivoluzione recente ma che sta già cambiando il vocabolario dell'essere: dal to be al to google e, sopratutto, al to blog.
Non a caso bloggare è diventato un verbo. Il terzo ausiliare per chi è in cerca di casa, di lavoro, di visibilità, di posizione insomma. È la terra promessa degli homeless digitali, la nuova frontiera dei migranti interinali in cerca di hot spots, di porte wireless, di ambienti interconnessi. Un nuovo paesaggio fatto di camere con vista sul web. Proprio così una blogger definisce il suo miniappartamento virtuale. O un villaggio di villette monofamiliari dove si lascia sempre aperta la porta di casa perché chi ne ha voglia possa entrare a prendere un caffè. Altro che fine del legame sociale. La blogosfera è la traduzione della mitologia comunitaria nella lingua del web, la declinazione immateriale della società faccia a faccia: la nostalgia del paese a misura d'uomo in un download.
Frequentare i blog serve, fra l'altro, a smontare molti dei luoghi comuni sugli effetti nefasti della digitalizzazione della realtà e sull'apocalisse culturale che essa comporterebbe. Fine della lettura, tramonto dell'italiano, declino dello spirito collettivo. In realtà questo sguardo luttuoso sul cambiamento lamenta sempre la scomparsa delle vecchie forme e proprio per questo fa fatica a riconoscere l'intelligenza del presente.
A parte quelli specializzati, espressamente attrezzati a luoghi di cultura, palestre di discussione critica, gabinetti di lettura, atelier di scrittura, i blog sono in generale delle officine stilistiche e retoriche in continua attività, dove la capacità di persuasione e l'estetizzazione della comunicazione hanno spesso un ruolo fondamentale. "Qui sul blog è tutta un'altra cosa. Scrivo in modo molto diverso da come scriverei su un diario. Le persone che mi conoscono commentano e dicono la loro, e i pensieri pubblicati sono molto più profondi".
Per quanto diversi fra loro, i blogger nascono dal linguaggio e vivono di linguaggio. Un regime democratico, dove ciascuno è opinionista nel libero mercato delle opinioni, senza gerarchie di posizione, senza ruoli, senza il peso dell'autorità. Dove ognuno è quel che scrive, dove tutti hanno pari facoltà d'interlocuzione. È la nuova utopia della libertà e dell'eguaglianza. Compensazione simbolica al malessere attuale della democrazia in carne e ossa.
24 luglio 2008
L'approccio territorialista allo sviluppo sostenibile
L'approccio territorialista allo sviluppo sostenibile (.pdf, 300kb)
(dall'introduzione)
L’approccio territorialista, sviluppato nell’ambito dell’omonima scuola, evidenzia come i problemi della sostenibilità dello sviluppo mettano in primo piano la valorizzazione del patrimonio territoriale — nelle sue componenti ambientali, urbanistiche, culturali e sociali — come elemento fondamentale per la produzione durevole di ricchezza.
Il territorio viene concepito come prodotto storico di processi coevolutivi di lunga durata tra insediamento umano e ambiente, tra natura e cultura, ad opera di successivi e stratificati cicli di civilizzazione. Questi processi producono un insieme di luoghi dotati di profondità temporale, di identità, di caratteri tipologici, di individualità: dunque sistemi viventi ad alta complessità.
Per tutta un’epoca storica della modernità, culminata con il fordismo e la produzione di massa, le teorie tradizionali dello sviluppo hanno considerato e utilizzato il territorio in termini sempre più riduttivi, negando il valore delle sue qualità intrinseche: il produttore/consumatore ha preso il posto dell’abitante, il sito del luogo, la ragione economica della ragione storica. Il territorio, da cui l’uomo si è progressivamente liberato considerandolo un insieme di vincoli negativi (ambientali, energetici, climatici, costruttivi, localizzativi, ecc.) per il compiersi della modernizzazione, è stato trattato come puro supporto tecnico di attività e funzioni economiche che sono localizzate e organizzate secondo principi sempre più indipendenti da relazioni con il luogo, con le sue qualità ambientali e culturali: qualità che derivano appunto dalla sua costruzione storica di lungo durata.
13 luglio 2008
NuoviAbitanti su Lively
Facendo un salto nel Catalogo, potrete arricchire il vostro guardaroba dei vestiti che più vi piacciono con cui abbigliare il vostro avatar, nonché scegliere il tipo di stanza che eventualmente volete creare e i mobili con cui arredarla. Tutto in punta di mouse, in maniera piuttosto agevole.
Le interazioni con gli altri avatar sono limitate, rispetto ad esempio a SecondLife, ma siamo appunto dentro un ambiente progettato essenzialmente (per ora; chissà cosa ci riserva Google in futuro, come al solito. La funzione chat vocale sarebbe una buona miglioria) per chattare in 3D, senza lasciare il browser con cui state navigando in questo stesso momento: Lively si aprirà in una nuova scheda, semplicemente.
Le stanze da voi create potranno poi essere liberamente inserite come richiamo html al vostro sito o blog, proprio come qui su NuoviAbitanti.
27 giugno 2008
Reti energetiche, reti telematiche
Sembra partire da lontano l’ultimo saggio di Nicholas Carr (The Big Switch, W.W Norton & Company, pg 278), per la precisione dalla seconda metà del diciannovesimo secolo quando Thomas Edison iniziò ad immaginare come sostituire i sistemi di illuminazione a gas, da lui definiti “barbari ed inutili”, con quelli elettrici. Eppure Carr non è uno storico della rivoluzione industriale ma un noto giornalista e blogger americano che si occupa da anni di nuove tecnologie e la ricostruzione storica di quel passaggio dal gas alla elettricità è una formidabile metafora per sostenere la tesi principale del libro, quella secondo la quale lo sviluppo della rete Internet ripropone oggi alcune delle tematiche di svolta che caratterizzarono la nascita dei primi grandi impianti elettrici nell’America della fine dell’ottocento.
Secondo Carr il contesto tecnologico odierno assomiglia in maniera significativa a quello di allora, quando nel giro di pochi decenni la produzione di energia elettrica da centralizzata e limitata (ogni grande stabilimento industriale aveva iniziato a prodursi in proprio la corrente attraverso gigantesche dinamo all’interno delle fabbriche) diventò distribuita ed ubiquitaria e la corrente elettrica, resa disponibile da grandi società comunali in città come New York e Chicago, iniziò a raggiungere capillarmente prima le aziende, poi le strade delle città e infine ogni singola abitazione privata. Questo primo “switch” fu allora in grado di generare una serie impressionante di grandi cambiamenti tecnologici, economici e sociali che sono proseguiti incessanti fino ai giorni nostri. Alla stessa maniera oggi il “computing” sta trasformandosi da pratica locale e privata (iniziata nel dopoguerra con i primi grandi calcolatori e poi proseguita con la nascita dei personal computer) in qualcosa di totalmente differente che trova nel network la sua stessa ragione di esistere. L’era dei PC, a pochi decenni dalla sua nascita, si è nel frattempo trasformata in una nuova era, dove la connessione alla rete diventa il fulcro attorno al quale gravita ogni singola attività. Esattamente come accadde all’elettricità all’inizio del XX secolo, Internet ha dato il via ad una nuova inattesa “era dell’utility”.
“Ciò che la fibra ottica fa oggi per i computer – scrive Carr – è esattamente ciò che le reti di corrente alternata fecero per l’elettricità: resero la sede dell’apparecchiatura ininfluente per l’utente”.
Ma non solo: così come avviene oggi con la rete Internet dove ogni tipo di computer e di singola informazione digitale convive con altre di tipo differente, anche allora macchine diverse e incompatibili poterono iniziare a lavorare all’interno di un unico sistema. La stessa armonia dei tempi delle prime reti elettriche si ripete oggi dentro i protocolli delle reti di computer.
I sillogismi non finiscono qui. Quando la rete elettrica iniziò a diffondersi, esattamente come avviene ogni qualvolta si iniziano a sperimentare nuove emozionanti tecnologie, la società del tempo caricò di grandi aspettative la rivoluzione in atto. Le macchine elettriche – si scrisse allora – avrebbero reso possibile il controllo degli eventi atmosferici, correnti magnetiche diffuse ad arte nelle abitazioni avrebbero “dissipato tempeste domestiche e assicurato l’armonia familiare”, nuovi sistemi di comunicazione avrebbero praticamente eliminato le distanze. Insomma se è fuori di dubbio che la disponibilità di corrente elettrica a basso costo creò grandi benefici alla popolazione (lo stesso sviluppo dei media come la radio e la TV discende da quel primo passo) si può affermare senza paura di essere considerati luddisti, che gli effetti raggiunti non furono a livello delle aspettative riposte.
Ed è forse in questa capacità di analisi l’aspetto più interessante del saggio di Carr che potremmo definire un tecnoentusiasta con i piedi per terra, capace di descrivere i grandi mutamenti indotti dalle tecnologie riuscendo lo stesso ad analizzarne i limiti e gli eccessi retorici.
Se “Dio e’ il grande elettricista” come scrisse nel 1913 Elbert Hubbard, uno dei fondatori delle prime società professionali legate al business dell’elettricità, cosa dovremmo dire della rete Internet e delle grandi aspettative che oggi in essa riponiamo?
Così se da un lato Carr spende la parte centrale del libro a descrivere il World Wide Computer, vale a dire la nuova declinazione tecnologica che prevede la migrazione in rete di gran parte delle applicazioni e della capacità di calcolo fino a ieri residenti nei nostri PC, cosi come di ogni altro servizio e informazione, non mancano alcuni importanti accenni alla necessità di osservare questi sconvolgimenti tecnologici con occhio il più possibile neutrale.
Il “computer in the cloud” come Eric Schmidt di Google definisce oggi il passaggio della intelligenza dei PC a quella della rete Internet, è oggi fonte di grandi entusiasmi e di altrettanto grandi (pur se meno sottolineate) preoccupazioni.
Se da un lato Internet viene vista da alcuni come una “interfaccia per la nostra civilizzazione” o “un apparato cognitivo e sensitivo capace di superare ogni precedente invenzione” o ancora “una nuova mente per una vecchia specie” come scriveva Kevin Kelly in un euforico articolo su Wired nel 2005, osservare le aspettative che cent’anni fa riponevamo sull’elettricità forse può farci sospettare che il nostro futuro cibernetico potrà essere qualcosa meno di un nuovo Eden.
Da un punto di vista economico per esempio il World Wide Computer fornisce un sistema assai efficiente per concentrare il valore economico creato da molti (i cosiddetti “contenuti generati dagli utenti”) nelle mani di pochissimi. Perfino la creazione di infinite nicchie di interesse legate alla “coda lunga” e l’enorme aumento delle fonti informative disponibili presentano aspetti di stress ancora da risolvere, specie nel campo editoriale dove i rapporti fra editori ed inserzionisti online condizionano sempre più la qualità dei contenuti prodotti. Il rischio concreto, secondo Carr, è che la cultura dell’abbondanza prodotta dal World Wide Computer si trasformi in una cultura della mediocrità, un ambito di conoscenza certamente assai vasto ma estremamente superficiale.
Nel 1995 Nicholas Negroponte nel suo saggio “Essere digitali” scriveva che “le tecnologie digitali possono essere una spinta naturale verso una maggiore armonia del mondo” eppure per molti versi la diffusione della rete Internet sembra aver accentuato la polarizzazione fra differenti punti di vista e segmentato in maniera cospicua le attitudini e i luoghi di residenza dei suoi abitanti.
Ad ogni cambio generazionale e tecnologico – scrive Carr nell’epilogo del suo testo – cancelliamo la memoria di ciò che è andato perduto e manteniamo solo la percezione di quanto invece abbiamo guadagnato: cosi facendo rinnoviamo l’illusione che il luogo nel quale siamo ora sia davvero il luogo nel quale avremmo voluto essere.
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http://www.roughtype.com/
http://www.nicholasgcarr.com/bigswitch/
25 giugno 2008
Intervista a Jeremy Rifkin
Il blog ha intervistato Jeremy Rifkin, autore di fama mondiale, tra i suoi libri: “Economia all’idrogeno”.
Il mondo che conosciamo sta cambiando in fretta. Il petrolio sta finendo. L’energia avrà due caratteristiche: sarà rinnovabile, come il sole e il vento, e distribuita. Ognuno di noi potrà creare la propria energia e metterla a disposizione degli altri in rete.
"Ora, al tramonto [della seconda rivoluzione industriale] ci sono alcune situazioni davvero molto critiche. Il prezzo dell’energia sta drammaticamente salendo e il mercato mondiale del petrolio si è appena avviato al suo picco di produzione. I prezzi del cibo sono raddoppiati negli ultimi anni poiché la produzione di cibo è prevalentemente basata sui combustibili fossili. Appena raggiungeremo il picco della produzione di petrolio, i prezzi saliranno, l’economia globale ristagnerà, avremo recessione e ci saranno persone che non riusciranno a mettere in tavola qualcosa da mangiare. Il “picco del petrolio” avviene si è usato metà del petrolio disponibile.
Quando questo avverrà, quando saremo all’apice di questa curva, saremo alla fine dell’era del petrolio perché il costo di estrazione non sarà più sostenibile. Quando arriveremo al picco? L’ottimista agenzia internazionale per l’energia dice che ci arriveremo probabilmente attorno al 2025-2035. D’altra parte negli ultimi anni alcuni dei più grandi geologi del mondo, utilizzando dei modelli matematici molto avanzati, rilevano che arriveremo al picco tra il 2010 e il 2020. Uno dei maggiori esperti sostiene che il picco è già stato raggiunto nel 2005.
Ora, il giacimento del Mare del Nord ha raggiunto il picco 3 anni fa. Il Messico, il quarto produttore mondiale, raggiungerà il picco nel 2010, come probabilmente la Russia. Nel mio libro, Economia all’idrogeno, ho speso molte parole su questa questione. Io non so chi ha ragione, gli ottimisti o i pessimisti. Ma questo non fa alcuna differenza, è una piccolissima finestra.
La seconda crisi legata al tramonto di questo regime energetico è l’aumento di instabilità politica nei Paesi produttori di petrolio. Dobbiamo capire che oggi un terzo delle guerre civili nel mondo è nei Paesi produttori di petrolio. Immaginate cosa accadrà nel 2009, 2010, 2011, 2012 e così via. Tutti vogliono il petrolio, il petrolio sta diventando sempre più costoso. Ci saranno più conflitti politici e militari nei Paesi produttori. Infine, c’è la questione dei cambiamenti climatici. Se prendiamo gli obiettivi dell’Unione Europea sulla riduzione della Co2, e la UE è la più aggressiva del mondo in questo senso, anche se riuscissimo a raggiungere quegli obiettivi ma non facessero lo stesso India, Cina e altri Paesi, la temperatura aumenterà di 6°C in questo secolo e sarà la fine della civilizzazione come la conosciamo.
Lasciatemi dire che quello di cui abbiamo bisogno adesso è un piano economico che sia sufficientemente ambizioso ed efficace per gestire l’enormità del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici. Lasciatemi dire che le grandi rivoluzioni economiche accadono quando l’umanità cambia il modo di produrre l’energia, primo, e quando cambia il modo di comunicare, per organizzare questa rivoluzione energetica. All’inizio del XX secolo la rivoluzione del telegrafo e del telefono convergeva con quella del petrolio e della combustione interna, dando vita alla seconda rivoluzione industriale.
Ora siamo al tramonto di quella rivoluzione industriale. La domanda è: come aprire la porta alla terza rivoluzione industriale. Oggi siamo in grado di comunicare peer to peer, uno a uno, uno a molti, molti a molti. Io sto comunicando con voi via Internet. Questa rivoluzione “distribuita” della comunicazione, questa è la parola chiave: “distribuita”, questa rivoluzione “piatta”, “equa” della comunicazione proprio ora sta cominciando a convergere con la rivoluzione della nuova energia distribuita. La convergenza di queste due tecnologie può aprire la strada alla terza rivoluzione industriale. L’energia distribuita la troviamo dietro l’angolo. Ce n’è ovunque in Italia, ovunque nel mondo. Il Sole sorge ovunque sul pianeta. Il vento soffia su tutta la Terra, se viviamo sulla costa abbiamo la forza delle onde. Sotto il terreno tutti abbiamo calore. C’è il mini idroelettrico. Queste sono energie distribuite che si trovano ovunque. L’Unione Europea ha posto il primo pilastro della terza rivoluzione industriale, che sono le energie rinnovabili e distribuite.
Primo, dobbiamo passare alle energie rinnovabili e distribuite. La UE ha fissato l’obiettivo al 20%. Secondo, dobbiamo rendere tutti gli edifici impianti di generazione di energia. Milioni di edifici che producono e raccolgono energia in un grande impianto di generazione. Questo già esiste. Terzo pilastro: come accumuliamo questa energia? Perché il Sole non splende sempre, nemmeno nella bellissima Italia. Il vento non soffia sempre e le centrali idroelettriche possono non funzionare nei periodi di siccità. Il terzo pilastro riguarda come raccogliamo questa energia e la principale forma di accumulo sarà l’idrogeno. L’idrogeno può accumulare l’energia così come i supporti digitali contengono le informazioni multimediali. Infine, il quarto pilastro, quando la comunicazione distribuita converge verso la rivoluzione energetica generando la terza rivoluzione industriale. Prendiamo la stessa tecnologia che usiamo per Internet, la stessa, e prendiamo la rete energetica italiana, europea e la rendiamo una grande rete mondiale, come Internet.
Quando io, voi e ognuno produrrà la sua propria energia come produciamo informazione grazie ai computer, la accumuliamo grazie all’idrogeno come i media con i supporti digitali, potremo condividere il surplus di produzione nella rete italiana, europea e globale nella “InterGrid”, come condividiamo le informazioni in Internet. Questa è la terza rivoluzione industriale. Io lavoro con molte tra le più grandi aziende energetiche del mondo, come consulente. Lasciatemi fare una considerazione in termini di business, non in termini ideologici. Non credo che l’energia nucleare sarà significativa in futuro e credo che sia alla fine del suo corso e qualsiasi governo sbaglierebbe a investire nell’atomo. Vi spiego le ragioni. Non produciamo Co2 con gli impianti nucleari, quindi dovrebbe essere parte della soluzione ai problemi climatici. Ma guardiamo ai numeri. Ci sono 439 impianti nucleari al mondo, oggi, che producono solo il 5% dell’energia che consumiamo. Questi impianti sono molto vecchi.
C’è qualcuno in Italia o nel mondo che davvero crede che si possano rimpiazzare i 439 impianti che abbiamo oggi nei prossimi vent’anni. Anche se lo facessimo continueremmo a produrre solo il 5% dell’energia consumata, senza alcun beneficio per i cambiamenti climatici. E’ chiaro che perché ne avesse, dovrebbero coprire almeno il 20% della produzione. Ma perché la produzione di energia sia per il 20% nucleare, dovremmo costruire 3 centrali atomiche ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Capito? Duemila centrali atomiche. Tre nuove centrali ogni mese per sessant’anni. Non sappiamo ancora cosa fare con le scorie. Siamo nell'energia atomica da 60 anni e l'industria ci aveva detto: "Costruite gli impianti e dateci tempo sufficiente per capire come trasportare e stoccare le scorie". Sessant'anni dopo questa industria ci dice "Fidatevi ancora di noi, possiamo farcela", ma ancora non sanno come fare. L'agenzia internazionale per l'energia atomica dice che potremmo avere carenza di uranio tra il 2025 e il 2035, facendo cosi' morire i 439 impianti nucleare che producono il 5% dell'energia del mondo. Potremmo prendere l'uranio che abbiamo e convertirlo in plutonio.
Ma avremmo il pericolo del terrorismo nucleare. Vogliamo davvero avere plutonio in tutto il mondo in un'epoca di potenziali attacchi terroristici? Credo sia folle. E infine, una cosa che tutti dovrebbero discutere col vicino di casa: non abbiamo acqua! Questo le aziende energetiche lo sanno ma la gente no. Prendete la Francia, la quintessenza dell'energia atomica, prodotta per il 70%. Questo e' quello che la gente non sa: il 40% di tutta l'acqua consumata in Francia lo scorso anno, e' servita a raffreddare i reattori nucleari. Il 40%. Vi ricordate tre anni fa, quando molti anziani in Francia morirono durante l'estate perche' l'aria condizionata era scarsa? Quello che non sapete e' che non ci fu abbastanza acqua per raffreddare i reattori nucleari, che dovettero diminuire la loro produzione di elettricita'. Dove pensano di trovare, l'Italia e gli altri Paesi, l'acqua per raffreddare gli impianti se non l'ha trovata la Francia?
Quello che dobbiamo fare è democratizzare l’energia. La terza rivoluzione industriale significa dare potere alle persone e per la generazione cresciuta con la Rete questo è la conclusione e il completamento di questa rivoluzione, proprio come ora parliamo in Internet, centinaia di persone sono in Internet, ed è tutto gratuito, e questi possono creare il più grande, decentralizzato, network televisivo, open source, condiviso…perché non possiamo farlo con l’energia? L’Italia è l’Arabia Saudita delle energie rinnovabili! Ci sono così tante e distribuite energie rinnovabili nel vostro Paese! Mi meraviglio quando vengo nel vostro Paese e vedo che non vi state muovendo nella direzione in cui si muove la Spagna, aggressivamente verso le energie rinnovabili. Per esempio, voi avete il Sole! Avete così tanto sole da Roma a Bari. Avete il Sole! Siete una penisola, avete il vento tutto il tempo, avete il mare che vi circonda, avete ricche zone geotermiche in Toscana, biomasse da Bolzano in su nel nord Italia, avete la neve, per l’idroelettrico, dalle Alpi. Voi avete molta più energia di quella che vi serve, in energie rinnovabili! Non la state usando…io non capisco. L’Italia potrebbe. Credo che, umilmente, quel che posso dire al governo italiano è: a che gioco volete giocare? Se il vostro piano è restare nelle vecchie energie, l’Italia non sarà competitiva e non potrà godere dell’effetto moltiplicatore sull’economia della terza rivoluzione industriale per muoversi nella nuova rivoluzione economica e si troverà a correre dietro a molti altri Paesi col passare del XXI secolo. Se invece l’Italia deciderà che è il momento di iniziare a muoversi verso la terza rivoluzione industriale, le opportunità per l’Italia e i suoi abitanti saranno enormi. Da anni seguo il tuo sito, vorrei che ci fossero voci come la tua in altri Paesi. Ha permesso a cosi' tante persone di impegnarsi insieme...credo sia istruttivo rispetto alla strada che dobbiamo intraprendere."
