13 dicembre 2008

Come progetti una scuola per il futuro quando non puoi predire il domani?

Il titolo pone un problema, perché fino a ieri immaginarsi e progettare il fare scuola era piuttosto facile. Esistevano tradizioni di pensiero secolari riguardanti i valori pedagogici e la metodologia didattica e perfino l'organizzazione del tempo e dell'architettura scolastica da adottare (tutte cose che grossomodo derivano dall'impostazione delle scuole e dei collegi cattolici, poi passate nelle istituzioni statali e tuttora presenti), a cui poi il Novecento ha aggiunto degli approcci basati su una visione attiva del discente, su concezioni dell'apprendimento in grado di contemplare il ruolo del gruppo-classe nel processo di acquisizione di competenze, l'orientamento dei curricoli in direzione dapprima di una modernità fatta di industrie e di operai alla catena di montaggio e poi di impiegati del settore terziario.

Per ben progettare in ogni caso è determinante aver ben chiaro che stiamo "scommettendo" su una specifica rappresentazione del futuro (la quale orienta poi consapevolmente o meno il nostro "pensiero progettante"), e guarda caso la scuola non può che agire sul futuro, quale Luogo istituzionale deputato all'educazione delle nuove generazioni. E fino a quarant'anni fa era appunto piuttosto facile immaginarsi una società futura, nel senso che gli ambienti di crescita dei figli non sarebbero differiti poi molto (tranne nella fantascienza più onirica) da quelli dei padri: ad esempio le aule scolastiche non sarebbero state granché diverse, si sarebbe potuto pensare. I cambiamenti erano lenti.

In effetti le aule non sono poi cambiate molto nel '900, e un insegnante congelato nel 1904 avrebbe preso paura del mondo odierno (automobili e rumore, cemento dappertutto, pc, tv, radio, cinema, cellulari etc.) ma avrebbe subito riconosciuto un'aula scolastica, pressoché uguale in quanto arredata dalle stesse tecnologie di trecento 300 anni fa (banchi, cattedra, libri, lavagna, quaderni). Se la scuola assomigliasse al mondo (se non vivesse dentro una bolla in modo autoreferenziale) sarebbe piena di schermi e computer e sistemi di connettività, avrebbe così tante finestre da poter essere considerata senza muri, ma così non è, e conosciamo la problematica.

Oggi viviamo un'accelerazione tale delle innovazioni tecnosociali che ci circondano, che risulta difficile dire come sarà il mondo tra quindici anni. Pensateci: quindici anni fa cominciavano a prendere piede il web e il telefono cellulare, e quasi nessuno di noi sapeva cos'erano, e decisamente han cambiato la nostra vita.
Queste tecnologie di comunicazione rendono abitabile la distanza interpersonale, ci traghettano nell'Era digitale, hanno creato nuove forme di lavoro, rendono possibile nuove forme di didattica a scuola, interconnettono le reti interpersonali della società e al contempo rendono visibile il tessuto relazionale delle collettività, ci costringono a rinnovare e rimodellare la nostra identità e il nostro essere Abitanti, modificano i concetti di privacy e proprietà intellettuale, di pubblico e privato, di partecipazione individuale e collettiva ai meccanismi consultivi e decisionali della democrazia.

Quindi, urge chiedersi cosa significa progettare la scuola di questo nostro futuro esponenziale, quando i 10 lavori più richiesti del 2010 non esistevano nel 2004, e noi stiamo preparando studenti per lavori che ancora non esistono, che useranno tecnologie che non sono state ancora inventate, per risolvere problemi che ancora non conosciamo (dalle parole di una famosa presentazione web sui cambiamenti degli ambienti fisici, digitali e sociali degli ultimi anni).

Certo, progettare una nuova scuola è impellente, ma si tratta anche di argomento sì delicato, da far cadere i governi, e non si tratta affatto di una battuta, nella storia recente italiana.

Giusto una annotazione, corroborata da una foto: un buon punto di partenza sarebbe spostare decisamente il focus dell'organizzazione didattica dai curricoli centrati sulle discipline a quelli basati sulle competenze finali degli allievi, il che come nei buoni casi di comunicazione significa passare dal punto di vista dei fornitori di servizi (la Scuola, e quel pensiero vecchiotto del fare scuola che abita le menti di chi a scuola oggi ci lavora, insegnanti e dirigenti) al ragionare sul destinatario, quegli studenti da cui sempre bisogna ripartire quando si perde l'orientamento e ci si accorge che il proprio fare (preparare dei giovani ad essere parte attiva della società, magari in modo critico e consapevole dei propri diritti), non è più adeguato al contesto, in questo caso la società tutta profondamente modificata dalle recenti innovazioni tecnosociali.


Il discorso è chiaro: la scuola deve riorganizzare sé stessa avendo come orizzonte di riferimento le competenze (un saper-fare e un poter-fare concreto e operativo) di cui intende dotare i futuri cittadini. Le competenze possono essere descritte: ad esempio l'adeguatezza della preparazione professionale al mondo del lavoro, la consapevolezza del nostro essere consumatori, il saper riconoscere e promuovere qualità ecologica (concreto ben-stare) nel proprio abitare i territori ormai biodigitali.
Dovesse riprogettarsi secondo queste condizioni, la scuola si troverebbe a dover modificare parecchio della propria organizzazione attuale. Dall'edificio scolastico alle metodologie didattiche, tutto andrebbe rivisto secondo le nuove necessità.
Non sto parlando solo di competenze digitali; in ogni caso va da sé che alcune competenze di Cultura Tecnologica vadano assolutamente trasmesse alle giovani generazioni, visto che queste ultime crescono e abitano nativamente in ambienti differenti da quelli della nostra infanzia e adolescenza, dove troviamo quelle novità con risvolto antropologico offerte delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione.

Prendiamo un caso particolare: come re-impostare le scuole tecniche e professionali nella Regione Friuli Venezia Giulia, avendo a mente le richieste quantitative e qualitative del mercato del lavoro specifico, industriale e post-industriale. Al momento all'industria occorrono molti diplomati in materie tecniche, e qui invece tutti si iscrivono ai licei.

Ieri mattina (qui il programma) c'era il convegno "Quale riforma dell’Istruzione tecnica e professionale per il Friuli Venezia Giulia", promosso dalla scuola ISIS di Gemona, dall'Ufficio Scolastico regionale, dall'Assessorato all'Istruzione regionale, e ospitato dalla Fantoni di Osoppo, quindi in luogo connotato da visioni tipicamente industriali (ciminiere, binari, rumore), da architetture inneggianti all'innovazione tecnologica.
La platea era composta da dirigenti scolastici e insegnanti, operatori del mondo della formazione.

Apre il convegno Tullio Bratta, al posto di Giovanni Fantoni: all'inizio parla dell'importanza storica delle scuole tecniche (il riferimento classico va all'istituto tecnico industriale Malignani di Udine) nel formare i quadri dirigenziali nelle industrie, sottolineando la formazione dello studente ad essere "capo" di qualcosa. Poi parla della secondo lui ormai vecchia "società della conoscenza" e dice che bisogna andare verso la "società del fare". Mah, che dire. Un uomo apparentemente fuori dal mondo, ma è lì soprattutto a fare da anfitrione in nome dell'azienda Fantoni che ospitava l'incontro.

Giuseppe "Pino" Santoro, preside all'Istituto superiore di Gemona e moderatore dell'incontro, sottolinea l'importanza delle relazioni e delle progettazioni coordinate tra scuole superiori e tessuto industriale. Dice che abbiam forse schivato la liceizzazione delle scuole superiori, ed è necessario ragionare subito di emergenza tecnico-scientifica, per il fabbisogno espresso dal mondo del lavoro. Vengono ricordati i dati OCSE-PISA, e l'atmosfera diventa cupa: la situazione è preoccupante. Si cercano tecnici, e non ci sono. Inoltre Santoro pone giustamente l'accento sui finanziamenti alla scuola, sottolineando come sia alquanto sciocco pretendere competenze specializzate e giovani preparati mentre al contempo si tagliano le risorse per docenti e laboratori. Il discorso conseguentemente prende di petto le contraddizioni della legge 133 del 2008, ovvero i tagli della riforma Gelmini.

Poi tocca a Tonon, sostituisce Adriano Luci come rappresentante dell'Associazione Industriali di Udine; è importante continuare il dialogo tra la scuola e la confindustria; bisogna combattere contro l'idea che le scuole tecniche siano meno nobili, e in ogni caso il manifatturiero è risorsa del territorio, e industria non è una parolaccia. Puntare sull'alternanza scuola-lavoro, avere dei tutor scolastici e tutor aziendali che accompagnino i ragazzi verso la comprensione dei luoghi di lavoro, queste le indicazioni, insieme ai solleciti per rendere la scuola tecnica appetibile per i giovani, migliorando il prestigio sociale dell'istituzione.

Roberto Molinaro, assessore regionale, esordisce felicemente sottolineando il cambiamento strutturale, lento e ampio, che sta avvenendo nella cultura e nella società tutta, e ricordando che il Friuli Venezia Giulia è un luogo di eccellenza scolastica.
Conseguentemente viene ribadita la formazione in quanto asse strategico del cambiamento, e riaffermata quella qualità intrinseca delle buone prassi locali da cui prendere le mosse per la riprogettazione dell'offerta formativa anche tecnica della scuola regionale.
Si può ripartire dall'identità multiculturale della Regione, dalle connessioni forti scuola-territorio, dalle razionalizzazioni della rete scolastica esistente (questo ovviamente crea dei mugugni in sala).
Vi sono delle esigenze culturali: va rilanciata la cultura tecnica superiore. Meglio ancora, l'assessore parla di nuove competenze per il lavoro e per la cittadinanza, e accenna dei confronti con altre realtà europee.
In ogni caso, tornando a parlare di formazione tecnica, qui in Regione abbiamo tradizione e capacità innovativa, occorre mettere a sistema. Un problema può essere dato dall'integrazione tra istruzione statale (istituti tecnici) e formazione professionale: gli istituti professionali dipendono da Roma oppure dalla Regione? Questo è un nodo da risolvere, in direzione di una gestione regionale; è in piedi un dialogo con lo Stato per avere trasferimento di potere e risorse per l'organizzazione scolastica, coerentemente con l'autonomia scolastica e regionale. Occorre realismo.

Bruno Seravalli, ex dirigente scolastico ora incaricato presso l'Ufficio Scolastico regionale, espone dei dati di contesto regionale sulla riforma; parla di orientamento in entrata (mugugni), e di passerelle tra i percorsi formativi. Dal punto di vista dell'inserimento lavorativo, fa notare come il 33percento delle offerte di lavoro regionale richieda persone senza titolo di studio specifico; e come la percentuale di liceizzazione della Regione rimanga stabile nel tempo, su quote abbastanza alte di iscritti ai licei negli ultimi anni.

Arduino Salatin di Trento, consulente ministeriale per la Riforma scolastica di Fioroni, illustra molto lucidamente degli scenari di evoluzione dei sistemi di istruzione secondaria, distinguendo tra percorsi liceali e gli altri percorsi formativi, ribadendo la necessità di lifelong learning e di lavorare a stretto contatto con imprese, mostrando con grafici la realtà scolastica di altre nazioni europee.
Peculiarità italiana: solo da noi, il confronto è con l'Europa, ci sono 5 diversi percorsi scolastici post-obbligo, come pure siamo gli unici con una scuola superiore che arriva fino ai 19 anni.
Per quanto riguarda la formazione professionale, è possibile ravvisare tre modelli:
formazione professionale dentro la scuola (come in Scandinavia), formazione fuori da scuola nelle imprese (Germania), in modo misto come da noi, con molte complicazioni.
La liceizzazione è comunque fenomeno europeo, solo che da noi in più c'è il problema delle scuole professionale e apprendistato, ovvero percorsi che altrove non ci sono.
In particolare, le imprese chiedono specializzazione e soft skills (vedi wikipedia; "abilità morbide" potrebbero essere ad esempio come "disponibilitá ad assumersi responsabilitá, saper prendere decisioni, coraggio, saper essere chiaro nell'esposizione, saper risolvere conflitti e trattare, saper motivare sé e gli altri. Tutto si tramuta in una educazione formale in grado di offrire ai giovani dei percorsi flessibili, dove venga privilegiata la libera espressione di sé anche con gli strumenti TIC, percorsi da collegare con passerelle per agevolare la mobilità degli studenti alla ricerca della propria vocazione.

Proprio Salatin parla esplicitamente della crisi dei curricoli basati sulle discipline, e della necessità di andare verso curriculi basati sulle competenze (vedi sempre foto in alto).
Questo appunto significa adottare il punto di vista di chi impara, promuovendo innanzitutto sul piano istituzionale i collegamenti con il mondo dell'impresa e con la figura del tutor aziendale; in seguito bisogna rendere attrattivi, sul piano sociale, i percorsi di formazione; inoltre nel riprogettare la scuola italiana, o almeno l'istruzione tecnica e professionale, oltre alle otto competenze chiave indicate dalla Raccomandazione europea in un contesto di apprendimento continuo, risulta necessario concentrarsi su cose essenziali... non è possibile che i percorsi scolastici in Italia (e solo qui) prevedano 13/14 materie.
Sul piano metodologico, Salatin ribadisce l'importanza di percorsi flessibili, di passarelle, e di semplificazione rispetto ai bizantinismi di orari, moduli, integrazioni, corsi, diplomi e curricoli e attestati che troviamo solo in Italia... serve flessivilità istituzionale, curricolare, organizzativa.
Si prendono rapidamente in esame tre diversi modelli di offerta formativa tecnica e professionale, quelli seguiti dalla Francia, dalla Spagna, dalla Danimarca; anche solo dal semplice confronto lessicale dei documenti presentati, emergono parole chiave come "confronto tra scuole", "innovazione didattica", utilizzo omnipervasivo di tecnologie TIC.

Quali risposte dare? Salatin offre alcune suggestioni, parlando ad esempio di sistemi differenziati, della creazione di Istituti Comprensivi Superiori, di poli scolastici strutturati nella consapevolezza di una alternanza scuola-lavoro, parla di curriculi flessibili e di sistemi di valutazione adeguati al territorio, contestualizzati.

Alberto De Toni, già Presidente della Commissione per lo sviluppo dell’istruzione tecnica e professionale nello scorso governo Prodi, dice che la situazione è veramente complessa (eufemismo). Va comunque rilevato il progressivo conferimento di potere decisionale alle Regioni, il che dovrebbe fornire maggiori strumenti e risorse per una migliore programmazione delle modalità di incontro tra le offerte formative degli Istituti scolastici (almeno quelli professionali) e le richieste del mercato del lavoro. Anche De Toni parla delle opportunità offerte dalla progettazione di Poli formativi, e poi chiude il convegno con alcune interessanti considerazioni di carattere generale: mette bene in luce i cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi anni, le rivoluzioni sociali oppure relative alla moderna Società della Conoscenza, dove risultano perfettamente obsolete e anzi controproducenti le vecchie suddivisioni ad esempio di Cultura Umanistica e Scientifica-Tecnologica, dove un'impostazione scolastica ancora fortemente crociana e gentiliana impedisce di cogliere la complessità sistemica di una offerta formativa allo studente capace di agire su tutti gli aspetti della sua personalità, dalle sue abilità tecniche alle sue competenze sociali. Qui De Toni parla espressamente della necessità storica di una rifondazione culturale.

Ribadisco le mie preoccupazioni: di tutti i relatori, solo Salatin e DeToni hanno pronunciato parole moderne come "rete" (non solo telematica) oppure preso in considerazione l'importanza delle TIC quale ambiente formativo, quindi mostrando l'utilità degli strumenti di dialogo e confronto con altre realtà scolastiche e con la società tutta (basta con le scuole isolate e isolazioniste, gestite come cittadelle feudali, che non offrono piani formativi commisurati alle esigenze del territorio); un plauso anche all'Assessore regionale per le parole concrete, frutto di una visione fortunatamente poco ideologica del territorio e del fare scuola.
La domanda è semplice: chi oggi è chiamato a progettare il futuro, è una persona moderna? Dovendo ragionare di istruzione tecnica e formazione professionale, preferirei che la cultura (la visione del mondo) dei decisori fosse nutrita da considerazioni attuali sulle caratteristiche post-industriali della nostra società, da una visione ecosistemica in grado di superare la fissità e la linearità dei vecchi modi di pensare, non più in grado di descrivere le nuove forme di Abitanza e di partecipazione attiva dei singoli e dei gruppi sociali alla vita della collettività di appartenenza.

Chiedo scusa per questi rapidi appunti: la prossima volta filmo tutto e ripropongo gli interventi qui su questo blog, dove tanto mi piacerebbe vedere qualcuno di quei presidi e di quei dirigenti scolastici e di quegli insegnanti presenti tra il pubblico del convegno lasciare un commento, aggiungere precisazioni, esporre la propria visione riguardo ai passi futuri da compiere in Regione per una riforma scolastica efficace.

Il territorio è conversazione.

1 commento:

ugo masucci ha detto...

Condivido proprio tutto! Ho partecipato al convegno e ho avuto una sensazione di "brutta vecchiaia" senza speranza. Una domanda mi veniva forte in gola: come si può immaginare un cambiamento, parlare di competenze, assi culturali, didattica laboratoriale e non chiedersi CHI dovrebbe mettere in atto tutto questo? I docenti, sì, proprio loro; parlare finalmente del loro percorso di accesso, di reclutamento. E forse potremmo anche risolvere il problema di approccio culturale di cui tu parlavi. Non può risolversi in una mera discussione di architetture, piani orari, cattedre, conoscenze o competenze. Diciamo che si sta parlando di una buona manovra finanziaria: questo è più onesto. Non ci si azzardi a parlare di riforme.