22 dicembre 2008

17 dicembre 2008

Venerdì a Torviscosa, Museo del Territorio

I NuoviAbitanti partecipano al convegno promosso dall'associazione Risorse Umane Europa, dal titolo "EuroRegione: giovani, informazione e identità economica nella nuova Europa", venerdì 19 dicembre a partire dalla mattina.

Il convegno (qui il programma) tratterà di strumenti di cooperazione transfrontaliera nel campo della comunicazione, proverà a rispondere ad alcuni interrogativi sull'Educazione alla Cittadinanza anche digitale per le giovani generazioni, nonché sull'armonizzazione dei percorsi formativi scolastici in chiave euroregionale.

Il convegno avrà luogo presso il Museo del Territorio di Torviscosa, dove NuoviAbitanti promuove progettazioni ed iniziative culturali e formative strettamente legate alle peculiarità territoriali, urbanistiche e industriali, di questa cittadina progettata a tavolino e realizzata in pochi mesi, alla fine degli anni Trenta, bonificando paludi e costruendo dal nulla un'importante polo industriale nel settore chimico. Una splendida occasione per trattare di Cultura TecnoTerritoriale: qui e qui trovate la storia e materiale fotografico su Torviscosa realizzato dall'associazione "i Primi di Torviscosa", ovvero quelli che nel 1938 furono i primi abitanti di questo novello Luogo antropico.

Chiedere, proporre. Al Primo Ministro.

Da una segnalazione di gigicogo, ecco il sito web del n.10 di Downing Street, ovvero l'homepage (letteralmente) del Primo Ministro inglese. Tutto moderno, semplice, con molte "finestre" multimediali e interattive, per dare senza troppo burocratese informazioni e resoconti dell'attività governativa.
Ancora più simpatica, la pagina delle petizioni, dove tutti possono postare la propria proposta al Premier, che poi viene votata da altri cittadini e quindi "sale" in classifica.

Per lungo tempo le petizioni sono state spedite al Primo Ministro via posta, oppure recapitate personalmente al numero 10 di Downing Street. Ora è possibile creare e firmare petizioni anche su questo sito web, avendo la possibilità di raggiungere un'audince potenzialmente assai più ampia, e di consegnare le petizioni direttamente a Downing Street.


Se questo accadesse in Italia, sarei proprio curioso di leggere la pagina delle petizioni al Governo.

13 dicembre 2008

Come progetti una scuola per il futuro quando non puoi predire il domani?

Il titolo pone un problema, perché fino a ieri immaginarsi e progettare il fare scuola era piuttosto facile. Esistevano tradizioni di pensiero secolari riguardanti i valori pedagogici e la metodologia didattica e perfino l'organizzazione del tempo e dell'architettura scolastica da adottare (tutte cose che grossomodo derivano dall'impostazione delle scuole e dei collegi cattolici, poi passate nelle istituzioni statali e tuttora presenti), a cui poi il Novecento ha aggiunto degli approcci basati su una visione attiva del discente, su concezioni dell'apprendimento in grado di contemplare il ruolo del gruppo-classe nel processo di acquisizione di competenze, l'orientamento dei curricoli in direzione dapprima di una modernità fatta di industrie e di operai alla catena di montaggio e poi di impiegati del settore terziario.

Per ben progettare in ogni caso è determinante aver ben chiaro che stiamo "scommettendo" su una specifica rappresentazione del futuro (la quale orienta poi consapevolmente o meno il nostro "pensiero progettante"), e guarda caso la scuola non può che agire sul futuro, quale Luogo istituzionale deputato all'educazione delle nuove generazioni. E fino a quarant'anni fa era appunto piuttosto facile immaginarsi una società futura, nel senso che gli ambienti di crescita dei figli non sarebbero differiti poi molto (tranne nella fantascienza più onirica) da quelli dei padri: ad esempio le aule scolastiche non sarebbero state granché diverse, si sarebbe potuto pensare. I cambiamenti erano lenti.

In effetti le aule non sono poi cambiate molto nel '900, e un insegnante congelato nel 1904 avrebbe preso paura del mondo odierno (automobili e rumore, cemento dappertutto, pc, tv, radio, cinema, cellulari etc.) ma avrebbe subito riconosciuto un'aula scolastica, pressoché uguale in quanto arredata dalle stesse tecnologie di trecento 300 anni fa (banchi, cattedra, libri, lavagna, quaderni). Se la scuola assomigliasse al mondo (se non vivesse dentro una bolla in modo autoreferenziale) sarebbe piena di schermi e computer e sistemi di connettività, avrebbe così tante finestre da poter essere considerata senza muri, ma così non è, e conosciamo la problematica.

Oggi viviamo un'accelerazione tale delle innovazioni tecnosociali che ci circondano, che risulta difficile dire come sarà il mondo tra quindici anni. Pensateci: quindici anni fa cominciavano a prendere piede il web e il telefono cellulare, e quasi nessuno di noi sapeva cos'erano, e decisamente han cambiato la nostra vita.
Queste tecnologie di comunicazione rendono abitabile la distanza interpersonale, ci traghettano nell'Era digitale, hanno creato nuove forme di lavoro, rendono possibile nuove forme di didattica a scuola, interconnettono le reti interpersonali della società e al contempo rendono visibile il tessuto relazionale delle collettività, ci costringono a rinnovare e rimodellare la nostra identità e il nostro essere Abitanti, modificano i concetti di privacy e proprietà intellettuale, di pubblico e privato, di partecipazione individuale e collettiva ai meccanismi consultivi e decisionali della democrazia.

Quindi, urge chiedersi cosa significa progettare la scuola di questo nostro futuro esponenziale, quando i 10 lavori più richiesti del 2010 non esistevano nel 2004, e noi stiamo preparando studenti per lavori che ancora non esistono, che useranno tecnologie che non sono state ancora inventate, per risolvere problemi che ancora non conosciamo (dalle parole di una famosa presentazione web sui cambiamenti degli ambienti fisici, digitali e sociali degli ultimi anni).

Certo, progettare una nuova scuola è impellente, ma si tratta anche di argomento sì delicato, da far cadere i governi, e non si tratta affatto di una battuta, nella storia recente italiana.

Giusto una annotazione, corroborata da una foto: un buon punto di partenza sarebbe spostare decisamente il focus dell'organizzazione didattica dai curricoli centrati sulle discipline a quelli basati sulle competenze finali degli allievi, il che come nei buoni casi di comunicazione significa passare dal punto di vista dei fornitori di servizi (la Scuola, e quel pensiero vecchiotto del fare scuola che abita le menti di chi a scuola oggi ci lavora, insegnanti e dirigenti) al ragionare sul destinatario, quegli studenti da cui sempre bisogna ripartire quando si perde l'orientamento e ci si accorge che il proprio fare (preparare dei giovani ad essere parte attiva della società, magari in modo critico e consapevole dei propri diritti), non è più adeguato al contesto, in questo caso la società tutta profondamente modificata dalle recenti innovazioni tecnosociali.


Il discorso è chiaro: la scuola deve riorganizzare sé stessa avendo come orizzonte di riferimento le competenze (un saper-fare e un poter-fare concreto e operativo) di cui intende dotare i futuri cittadini. Le competenze possono essere descritte: ad esempio l'adeguatezza della preparazione professionale al mondo del lavoro, la consapevolezza del nostro essere consumatori, il saper riconoscere e promuovere qualità ecologica (concreto ben-stare) nel proprio abitare i territori ormai biodigitali.
Dovesse riprogettarsi secondo queste condizioni, la scuola si troverebbe a dover modificare parecchio della propria organizzazione attuale. Dall'edificio scolastico alle metodologie didattiche, tutto andrebbe rivisto secondo le nuove necessità.
Non sto parlando solo di competenze digitali; in ogni caso va da sé che alcune competenze di Cultura Tecnologica vadano assolutamente trasmesse alle giovani generazioni, visto che queste ultime crescono e abitano nativamente in ambienti differenti da quelli della nostra infanzia e adolescenza, dove troviamo quelle novità con risvolto antropologico offerte delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione.

Prendiamo un caso particolare: come re-impostare le scuole tecniche e professionali nella Regione Friuli Venezia Giulia, avendo a mente le richieste quantitative e qualitative del mercato del lavoro specifico, industriale e post-industriale. Al momento all'industria occorrono molti diplomati in materie tecniche, e qui invece tutti si iscrivono ai licei.

Ieri mattina (qui il programma) c'era il convegno "Quale riforma dell’Istruzione tecnica e professionale per il Friuli Venezia Giulia", promosso dalla scuola ISIS di Gemona, dall'Ufficio Scolastico regionale, dall'Assessorato all'Istruzione regionale, e ospitato dalla Fantoni di Osoppo, quindi in luogo connotato da visioni tipicamente industriali (ciminiere, binari, rumore), da architetture inneggianti all'innovazione tecnologica.
La platea era composta da dirigenti scolastici e insegnanti, operatori del mondo della formazione.

Apre il convegno Tullio Bratta, al posto di Giovanni Fantoni: all'inizio parla dell'importanza storica delle scuole tecniche (il riferimento classico va all'istituto tecnico industriale Malignani di Udine) nel formare i quadri dirigenziali nelle industrie, sottolineando la formazione dello studente ad essere "capo" di qualcosa. Poi parla della secondo lui ormai vecchia "società della conoscenza" e dice che bisogna andare verso la "società del fare". Mah, che dire. Un uomo apparentemente fuori dal mondo, ma è lì soprattutto a fare da anfitrione in nome dell'azienda Fantoni che ospitava l'incontro.

Giuseppe "Pino" Santoro, preside all'Istituto superiore di Gemona e moderatore dell'incontro, sottolinea l'importanza delle relazioni e delle progettazioni coordinate tra scuole superiori e tessuto industriale. Dice che abbiam forse schivato la liceizzazione delle scuole superiori, ed è necessario ragionare subito di emergenza tecnico-scientifica, per il fabbisogno espresso dal mondo del lavoro. Vengono ricordati i dati OCSE-PISA, e l'atmosfera diventa cupa: la situazione è preoccupante. Si cercano tecnici, e non ci sono. Inoltre Santoro pone giustamente l'accento sui finanziamenti alla scuola, sottolineando come sia alquanto sciocco pretendere competenze specializzate e giovani preparati mentre al contempo si tagliano le risorse per docenti e laboratori. Il discorso conseguentemente prende di petto le contraddizioni della legge 133 del 2008, ovvero i tagli della riforma Gelmini.

Poi tocca a Tonon, sostituisce Adriano Luci come rappresentante dell'Associazione Industriali di Udine; è importante continuare il dialogo tra la scuola e la confindustria; bisogna combattere contro l'idea che le scuole tecniche siano meno nobili, e in ogni caso il manifatturiero è risorsa del territorio, e industria non è una parolaccia. Puntare sull'alternanza scuola-lavoro, avere dei tutor scolastici e tutor aziendali che accompagnino i ragazzi verso la comprensione dei luoghi di lavoro, queste le indicazioni, insieme ai solleciti per rendere la scuola tecnica appetibile per i giovani, migliorando il prestigio sociale dell'istituzione.

Roberto Molinaro, assessore regionale, esordisce felicemente sottolineando il cambiamento strutturale, lento e ampio, che sta avvenendo nella cultura e nella società tutta, e ricordando che il Friuli Venezia Giulia è un luogo di eccellenza scolastica.
Conseguentemente viene ribadita la formazione in quanto asse strategico del cambiamento, e riaffermata quella qualità intrinseca delle buone prassi locali da cui prendere le mosse per la riprogettazione dell'offerta formativa anche tecnica della scuola regionale.
Si può ripartire dall'identità multiculturale della Regione, dalle connessioni forti scuola-territorio, dalle razionalizzazioni della rete scolastica esistente (questo ovviamente crea dei mugugni in sala).
Vi sono delle esigenze culturali: va rilanciata la cultura tecnica superiore. Meglio ancora, l'assessore parla di nuove competenze per il lavoro e per la cittadinanza, e accenna dei confronti con altre realtà europee.
In ogni caso, tornando a parlare di formazione tecnica, qui in Regione abbiamo tradizione e capacità innovativa, occorre mettere a sistema. Un problema può essere dato dall'integrazione tra istruzione statale (istituti tecnici) e formazione professionale: gli istituti professionali dipendono da Roma oppure dalla Regione? Questo è un nodo da risolvere, in direzione di una gestione regionale; è in piedi un dialogo con lo Stato per avere trasferimento di potere e risorse per l'organizzazione scolastica, coerentemente con l'autonomia scolastica e regionale. Occorre realismo.

Bruno Seravalli, ex dirigente scolastico ora incaricato presso l'Ufficio Scolastico regionale, espone dei dati di contesto regionale sulla riforma; parla di orientamento in entrata (mugugni), e di passerelle tra i percorsi formativi. Dal punto di vista dell'inserimento lavorativo, fa notare come il 33percento delle offerte di lavoro regionale richieda persone senza titolo di studio specifico; e come la percentuale di liceizzazione della Regione rimanga stabile nel tempo, su quote abbastanza alte di iscritti ai licei negli ultimi anni.

Arduino Salatin di Trento, consulente ministeriale per la Riforma scolastica di Fioroni, illustra molto lucidamente degli scenari di evoluzione dei sistemi di istruzione secondaria, distinguendo tra percorsi liceali e gli altri percorsi formativi, ribadendo la necessità di lifelong learning e di lavorare a stretto contatto con imprese, mostrando con grafici la realtà scolastica di altre nazioni europee.
Peculiarità italiana: solo da noi, il confronto è con l'Europa, ci sono 5 diversi percorsi scolastici post-obbligo, come pure siamo gli unici con una scuola superiore che arriva fino ai 19 anni.
Per quanto riguarda la formazione professionale, è possibile ravvisare tre modelli:
formazione professionale dentro la scuola (come in Scandinavia), formazione fuori da scuola nelle imprese (Germania), in modo misto come da noi, con molte complicazioni.
La liceizzazione è comunque fenomeno europeo, solo che da noi in più c'è il problema delle scuole professionale e apprendistato, ovvero percorsi che altrove non ci sono.
In particolare, le imprese chiedono specializzazione e soft skills (vedi wikipedia; "abilità morbide" potrebbero essere ad esempio come "disponibilitá ad assumersi responsabilitá, saper prendere decisioni, coraggio, saper essere chiaro nell'esposizione, saper risolvere conflitti e trattare, saper motivare sé e gli altri. Tutto si tramuta in una educazione formale in grado di offrire ai giovani dei percorsi flessibili, dove venga privilegiata la libera espressione di sé anche con gli strumenti TIC, percorsi da collegare con passerelle per agevolare la mobilità degli studenti alla ricerca della propria vocazione.

Proprio Salatin parla esplicitamente della crisi dei curricoli basati sulle discipline, e della necessità di andare verso curriculi basati sulle competenze (vedi sempre foto in alto).
Questo appunto significa adottare il punto di vista di chi impara, promuovendo innanzitutto sul piano istituzionale i collegamenti con il mondo dell'impresa e con la figura del tutor aziendale; in seguito bisogna rendere attrattivi, sul piano sociale, i percorsi di formazione; inoltre nel riprogettare la scuola italiana, o almeno l'istruzione tecnica e professionale, oltre alle otto competenze chiave indicate dalla Raccomandazione europea in un contesto di apprendimento continuo, risulta necessario concentrarsi su cose essenziali... non è possibile che i percorsi scolastici in Italia (e solo qui) prevedano 13/14 materie.
Sul piano metodologico, Salatin ribadisce l'importanza di percorsi flessibili, di passarelle, e di semplificazione rispetto ai bizantinismi di orari, moduli, integrazioni, corsi, diplomi e curricoli e attestati che troviamo solo in Italia... serve flessivilità istituzionale, curricolare, organizzativa.
Si prendono rapidamente in esame tre diversi modelli di offerta formativa tecnica e professionale, quelli seguiti dalla Francia, dalla Spagna, dalla Danimarca; anche solo dal semplice confronto lessicale dei documenti presentati, emergono parole chiave come "confronto tra scuole", "innovazione didattica", utilizzo omnipervasivo di tecnologie TIC.

Quali risposte dare? Salatin offre alcune suggestioni, parlando ad esempio di sistemi differenziati, della creazione di Istituti Comprensivi Superiori, di poli scolastici strutturati nella consapevolezza di una alternanza scuola-lavoro, parla di curriculi flessibili e di sistemi di valutazione adeguati al territorio, contestualizzati.

Alberto De Toni, già Presidente della Commissione per lo sviluppo dell’istruzione tecnica e professionale nello scorso governo Prodi, dice che la situazione è veramente complessa (eufemismo). Va comunque rilevato il progressivo conferimento di potere decisionale alle Regioni, il che dovrebbe fornire maggiori strumenti e risorse per una migliore programmazione delle modalità di incontro tra le offerte formative degli Istituti scolastici (almeno quelli professionali) e le richieste del mercato del lavoro. Anche De Toni parla delle opportunità offerte dalla progettazione di Poli formativi, e poi chiude il convegno con alcune interessanti considerazioni di carattere generale: mette bene in luce i cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi anni, le rivoluzioni sociali oppure relative alla moderna Società della Conoscenza, dove risultano perfettamente obsolete e anzi controproducenti le vecchie suddivisioni ad esempio di Cultura Umanistica e Scientifica-Tecnologica, dove un'impostazione scolastica ancora fortemente crociana e gentiliana impedisce di cogliere la complessità sistemica di una offerta formativa allo studente capace di agire su tutti gli aspetti della sua personalità, dalle sue abilità tecniche alle sue competenze sociali. Qui De Toni parla espressamente della necessità storica di una rifondazione culturale.

Ribadisco le mie preoccupazioni: di tutti i relatori, solo Salatin e DeToni hanno pronunciato parole moderne come "rete" (non solo telematica) oppure preso in considerazione l'importanza delle TIC quale ambiente formativo, quindi mostrando l'utilità degli strumenti di dialogo e confronto con altre realtà scolastiche e con la società tutta (basta con le scuole isolate e isolazioniste, gestite come cittadelle feudali, che non offrono piani formativi commisurati alle esigenze del territorio); un plauso anche all'Assessore regionale per le parole concrete, frutto di una visione fortunatamente poco ideologica del territorio e del fare scuola.
La domanda è semplice: chi oggi è chiamato a progettare il futuro, è una persona moderna? Dovendo ragionare di istruzione tecnica e formazione professionale, preferirei che la cultura (la visione del mondo) dei decisori fosse nutrita da considerazioni attuali sulle caratteristiche post-industriali della nostra società, da una visione ecosistemica in grado di superare la fissità e la linearità dei vecchi modi di pensare, non più in grado di descrivere le nuove forme di Abitanza e di partecipazione attiva dei singoli e dei gruppi sociali alla vita della collettività di appartenenza.

Chiedo scusa per questi rapidi appunti: la prossima volta filmo tutto e ripropongo gli interventi qui su questo blog, dove tanto mi piacerebbe vedere qualcuno di quei presidi e di quei dirigenti scolastici e di quegli insegnanti presenti tra il pubblico del convegno lasciare un commento, aggiungere precisazioni, esporre la propria visione riguardo ai passi futuri da compiere in Regione per una riforma scolastica efficace.

Il territorio è conversazione.

12 dicembre 2008

Abitare mondi

In un romanzo cyberpunk di William Gibson, a metà anni Ottanta, due protagonisti si incontravano virtualmente in un parco digitale, e la progettazione e la definizione grafica del mondo erano talmente raffinate da permettere di scoprire il cadavere di un'ape tra la ghiaia dei percorsi pedonali.
Qui di seguito, un bell'articolo su Apogeonline, dedicato ai mondi-specchio e ai relativi risvolti sociali. Guardate anche il video, e immaginate il vostro avatar, a voi somigliante o meno, a spasso per la vostra città, che incontra e chiacchiera con amici e conoscenti, che va al cinema e al bar.

Twinity, a spasso per Berlino.
di Giuseppe Granieri

Riflessione digitale del mondo atomico, questo nuovo mondo metaforico permette di socializzare e svolgere attività tra gli spazi e le architetture della città scelta (sono in arrivo anche Londra e Singapore). Parola d’ordine: powered by real life Twinity è un mondo mirror che riproduce (per ora) la città di Berlino, nei sui spazi e nelle sue archetitetture. Ma è anche una piattaforma sociale e uno spazio relazionale. Vi raccontiamo le nostre prime impressioni.

A differenza di Second Life, che con il nome e l’abuso iniziale dell’aggettivo “virtuale” ha sempre creato un’idea erronea di mondo altro rispetto a quello reale, il claim di Twinity è decisamente più efficace: powered by real life. Twinity è uno dei tanti nuovi metaversi che stanno fiorendo ovunque. È, tecnicamente, un mondo mirror perchè è basato sui dati del mondo atomico (Google Earth e Satnav) e tende ad essere una riflessione digitale della realtà materiale. La prima città riprodotta è Berlino (non a caso, data la matrice tedesca del mondo, ideato dalla startup tedesca Metaversum), ma le ambizioni sono molto più grandi: si mira a Londra e, con finanziamenti governativi, a Singapore.

Entrare in Twinity oggi, dunque, ci consente di fare una passeggiata per le strade di Berlino, di cui è stata riprodotta una buona parte con buona accuratezza. Come già con Second Life, va osservato, le architetture che replicano spazi e ambienti delle nostre città non hanno una grande capacità di emozionare o di offrire un forte “senso di essere lì”, soprattutto quando sono realizzate su piattaforme che, non essendo realtà virtuale, tendono a mantenere forte la percezione del medium che usiamo per visitarle. Si tratta, soprattutto per Second Life, della scelta più facile per raccontare un territorio: ma questi primi anni raccontano che il potenziale comunicativo di simili esperimenti è abbastanza basso se limitato alla semplice riproduzione del reale.

Nel caso di Twinity, la logica di geolocalizzione e di replica “a specchio”, può però rivelarsi interessante nel tempo. Sul piano della comunicazione territoriale (e turistica) si tratta di un esperimento ancora rudimentale, forse, ma con buone potenzialità: abbiamo la capacità di muoverci e orinetarci in una simulazione abbastanza realistica degli spazi e dei percorsi all’interno di una città e possiamo quindi cominciare a farci un’idea del posto che visiteremo e che vorremmo visitare. Il costo che si paga, ovviamente, è il basso contenuto creativo ed esperienzale, a tutto vantaggio di un contenuto informativo. Rispetto a Second Life, direi, meno creatività e contaminazione, più voglia di realismo e appeal patinato.

Ma Twinity non è solo una versione in 3D di servizi diversi come Google Earth o come i GIS: è un “mondo” (nel senso esteso di altri ambienti come Second Life o MMOG) e quindi è una piattaforma sociale. In realtà, rispetto a Second Life ci sono molte differenze di approccio: si può scegliere di usare il proprio nome e cognome (e ci sono le opzioni per decidere a chi mostrare il cognome), il sito web ha tutte le caratteristiche dei social network (profilo, messaggi) e anche “dentro” il mondo la parte sociale è gestita con logiche e interfaccia simile in tutto a quanto ci hanno abituato gli strumenti di social networking che utilizziamo ogni giorno.

In generale l’aspetto di social networking è meglio assecondato nel mondo metaforico tedesco laddove per i residenti del mondo Linden spesso ci doveva appoggiare a strumenti esterni (come i social network costruiti su Ning). Poi, naturalmente, anche su Twinity si può prendere casa o avviare attività. E la personalizzazione del proprio avatar è orientata al powered by real life: si può anche modellare il volto del proprio avatar partendo da fotografie. Il client, rispetto a quello di Second Life mi pare abbia raccolto molte esperienze dai client di gioco dei vari MMORPG. Ma è solo per sistemi Windows.

Insomma, la prima impressione è cauta ma positiva, anche se è ancora tutto in beta (pubblica solo da un mesetto) e anche se certe scelte - escludendo la logica mirror e le future finalità di comunicazione territoriale - mi pare appiattiscano Twinity più sul versante relazionale (in versione social network 3D) che su quello di insieme (contenuti, relazioni, design ecc.) che conosciamo in Second Life. Non è ancora un mondo molto popolato: si parla di poche decine di migliaia di utenti registrati (che non sono quelli attivi) e prevedibilmente si tratterà soprattutto di utenti tedeschi, per i quali il metaverso patrio può avere un senso differente. Ma, proprio come ci ha insegnato Second Life, alla fine la qualità di questi mondi è determinata dalla qualità delle idee che le persone vi portano dentro. Tanto più che non staremo mai tutti nello stesso: ognuno cercherà quello che gli è utile o in cui si trova meglio o che asseconda i suoi interessi.

Da tenere d’occhio, in ogni caso.

9 dicembre 2008

I veneziani, cittadini digitali

Molte volte su questo blog si è parlato di cittadinanza digitale, non solo come nostro abitare in Rete ma come esplicito "diritto di banda" che ogni Stato civile dovrebbe garantire alla nascita ad ogni suo cittadino.
Perché diritto di banda significa garantire libero accesso a fonti informative, permette la libera espressione di sé, incoraggia la partecipazione collettiva ai meccanismi consultivi e di qui a poco decisionali, rintracciabili su blog privati o su reti civiche pubbliche, nella promozione di una vera e-democracy.
Avere una Pubblica Amministrazione che agevola la comunicazione del/dal/sul/nel/con il territorio, quel segnalare discutere proporre criticare di noi tutti che riguarda il territorio stesso e le scelte della sua pianificazione in quanto Paesaggio tecnosociale, predispondendo da parte sua buone forme di e-government nonché al contempo capace di mettersi in gioco con gli Abitanti nel dialogo e nell'ascolto di ciò che emerge dai Luoghi conversazionali formali ed informali, rappresenta sicuramente un'ottima garanzia affinché molte voci diverse e molte idee possano contribuire collaborativamente alla progettazione sociale da attuare in futuro sul territorio di riferimento.

Bene, Venezia ha capito che il territorio non è solo quello fisico, e che i cittadini abitano la Rete, che anche la Pubblica Amministrazione deve adeguatamente (ovvero, in modo conversazionale) abitare in Rete, e che far sì che tutti possano connettersi è un arricchimento culturale importantissimo, per i singoli individui e per la collettività, e non è cosa che possa esser procrastinata ulteriormente.
Quindi essere veneziani da oggi significa avere una identità digitale riconosciuta e diritto di accesso gratuito.

Trovate la notizia sul sito del Comune di Venezia; interessante anche la pagina dedicata al web2.0, dove vengono illustrati innovativi sistemi di cartografia digitale, monitoraggio del territorio e strumenti di partecipazione civica.

Venezia si candida come capitale del diritto universale alla Rete Diritto universale all’accesso alla Rete e vera cittadinanza digitale.
Venezia si candida come prima città al mondo a fornire, per i nati nel Comune, contemporaneamente al rilascio anagrafico dell’atto di nascita anche userid e password per accedere gratuitamente a Internet e quindi, di fatto, a certificare l’identità digitale.
E’ questo l’annuncio dato oggi dal vice sindaco di Venezia e assessore all’Automazione, Michele Vianello, presentando l’iniziativa che vede la città lagunare all’avanguardia - per dirla con le parole di Vianello - “sulla nuova frontiera del diritto alla conoscenza”.
Il nuovo tassello del progetto //Venice>connected, che vedrà il completamento della rete a larga banda nell’intero territorio comunale entro la metà del prossimo anno (74 chilometri di cavo con una capacità di 144 fibre), passa ora attraverso la localizzazione di oltre 600 hot spot che consentiranno di collegarsi ad internet in modalità WiFi attraverso computer, palmari e telefonini di ultima generazione.
“Avremmo potuto decidere da soli - ha spiegato il vice sindaco - ma abbiamo invece preferito chiedere ai giovani dove preferiscono localizzare gli hot spot che forniranno l’accesso alla Rete, proprio per dare una connotazione reale alla democrazia indotta dalla Rete”. A tal proposito, Vianello ha fatto sapere che a giorni sarà spedita una lettera a ognuno dei 24.981 giovani dai 14 ai 25 anni residenti nel comune, nella quale sarà chiesto di collegarsi via internet all’indirizzo www.comune.venezia.it/cittadinanzadigitale per esprimere, in un’apposita cartografia comunale, la loro preferenza sulla collocazione dell’hot spot.
Tra quanti parteciperanno, saranno sorteggiati 10 giovani che riceveranno da Venis, la società comunale per l’informatica, uno dei premi messi in palio (1 computer subnotebook e 9 telefonini WiFi di ultima generazione).
“E’ uno sforzo organizzativo e finanziario non indifferente - ha concluso il vice sindaco - ma ritengo che sia necessario coinvolgere il mondo dei giovani in questa operazione che consentirà il libero accesso alla Rete, garantendo finalmente questa estensione di stato sociale fin dalla nascita”.

5 dicembre 2008

Perché Google ha avuto successo?

Google ha compreso prima di tutti le peculiarità degli ambienti digitali, ha inventato nuove forme di marketing, è semplicemente stata capace di "pensare" in un modo nuovo, veramente post-industriale, l'ecosistema costituito dalla rete Internet e le sue dinamiche abitative.
Da questa presentazione, in inglese, si possono ricavare alcune interessanti considerazioni; ad esempio, perché YouTube non è un portale? Perché Microsoft teme Google? Perché Google vuole decisamente muoversi verso il mondo dei cellulari? Perché Google non rende a pagamento i suoi servizi online, come fa a guadagnare? Quando la vera merce di un mondo immateriale diventa l'informazione, come i nostri profili di community e le nostre identità digitali, cosa significa che bisogna imparare a gestire consapevolmente il nostro essere Abitanti digitali?

4 dicembre 2008

Internet e territorio

Tra i NuoviAbitanti, spesso accade di parlare di rappresentazioni del territorio, vuoi perché l'utilizzo di mappe e documenti iconografici costituisce una imprescindibile risorsa nelle attività formative dellAssociazione nelle scuole sui temi della Cultura TecnoTerritoriale, vuoi perché le possibilità stesse offerte da strumenti web come le mappe di Google dànno luogo a riflessioni più teoriche, dove vengono presi in esame ad esempio i nuovi concetti di identità delle collettività territoriali, oppure le problematiche relative putacaso alla privacy, se nel caso particolare si sta trattando delle segnalazioni che i fruitori possono apporre sulle mappe satellitari.

In che modo potrebbero essere proficuamente utilizzate le mappe satellitari, magari realizzate secondo filosofia OpenCulture, per la rappresentazione sociodemografica del territorio? In che modo gli Abitanti potrebbero contribuire a quella colossale opera di "arredamento" delle cartografie regionali ufficiali (e almeno in FVG, pubbliche)?
Luca ad esempio sta indagando la possibilità di portare sulle mappe, grazie agli apporti dei singoli fruitori, le indicazioni di tipo linguistico o culturale come "luoghi della memoria collettiva", oppure le aree di diffusione geografiche delle lingue regionali, mentre a me personalmente interesserebbe molto inventare dei modi nuovi per coinvolgere le istituzioni scolastiche nella produzione di materiale originale, testuale o fotografico o audiovideo, in grado di narrare i Luoghi e i manufatti.
Si potrebbero realizzare dei percorsi culturali sul territorio, volendo a finalità anche turistica, grazie alle segnalazioni dei songoli Abitanti, si potrebbe dare visibilità alle filiere della Produzione e della Distribuzione di beni e servizi, si potrebbero progettare e promuovere sul territorio dei concorsi fotografici, per produrre materiale documentale da mettere a disposizione di tutti, affinche tutti possano partecipare alla costruzione della rappresentazione identitaria di una determinata collettività (e del suo territorio fisico di appartenenza) nei flussi digitali dei nuovi territori digitali.

C'è qualcuno a conoscenza di progetti innovativi che prevedano l'utilizzo interattivo di mappe satellitari? Qua sotto c'è il bottone "Commenti" :)

13 novembre 2008

Scelte intelligenti

Uno segnala sottolinea dimostra promuove racconta illustra proclama suggerisce e perfino implementa software OpenSource nella Pubblica Amministrazione, poi accade che il ministro Brunetta e giusto per restare in loco il Governatore del Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo (qui e qui i link per la notizia dello scorso agosto) continuino a fare affari con i colossi dell'informatica commerciale, e allora cascano le braccia.

Ma perché contravvenire a precise indicazioni di buone prassi già promosse dal ministro per l'innovazione Stanca anni fa riguardo l'uso di software libero? Perché non seguire le mosse di altre grosse realtà amministrative italiane o europee, che hanno definitivamente optato per soluzioni informatiche OpenSource su considerazioni sia etiche sia relative alla funzionalità del prodotto? Perché contrapporsi a scelte palesemente intelligenti?

Meno male che se lo chiede anche l'Associazione per il software libero, e prova ad ottenere delle risposte dal ministro Brunetta con una lettera aperta:

L'Associazione per il Software Libero cerca da 3 mesi di prendere visione dei protocolli d'intesa sottoscritti dal Ministro Brunetta con Microsoft senza successo.
Forse dei fannulloni si annidano nel Ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione ?
Pubblichiamo la lettera aperta indirizzata al Ministro con la quale richiamiamo la sua attenzione riguardo i vantaggi del software libero.



Lettera aperta all'On.le Ministro Renato Brunetta

Protocolli d'intesa sottoscritti in data 05.08.08 con Microsoft Italia S.r.l.

On.le Ministro Renato Brunetta,
il 16.08.08 Le abbiamo spedito una lettera (ricevuta il 03.09.08) con la quale domandavamo di avere accesso a due protocolli d'intesa da Lei sottoscritti con Microsoft Italia S.r.l.: quello “per lo sviluppo di soluzioni d’eccellenza tecnologiche e organizzative, in particolare nel settore della scuola” (http://www.microsoft.com/italy/stampa/Speciali/protocollo/intesa.mspx), e quello (sottoscritto anche dal Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia) “per la realizzazione di un progetto pilota di ammodernamento e dematerializzazione della gestione documentale degli uffici” (http://www.microsoft.com/italy/stampa/Speciali/protocollo/documentale.ms...).
La notizia di quegli accordi ha destato in noi viva preoccupazione: in primo luogo perché la P.A. spende ogni anno molti milioni di euro in licenze software (274 nel solo 2003), in secondo luogo perché l'azienda Microsoft è stata condannata in sede europea per abuso di posizione dominante e in terzo luogo perché in qualità di Ministro della Repubblica Lei non può ignorare che il software libero offre una valida alternativa e che la legge (art. 68 D.Lgs. 82/05) impone di realizzare una valutazione comparativa prima d'acquisire il software da utilizzare.
Abbiamo pensato che Lei, Signor Ministro, fosse stato mal consigliato e che fosse nostro dovere aiutarLa.
Ci siamo precipitati a scriverLe nel week end di ferragosto, ma, ad oggi, siamo ancora in attesa di risposta. L'inerzia del Suo Ministero ci ha infine costretti a ricorrere alla Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi.
Quanto dovremo ancora attendere per esercitare il nostro diritto di verificare che quei protocolli d'intesa non ostacolino l'impiego del software libero nella P.A., non rechino ingiusto pregiudizio agli interessi delle aziende europee che commercializzano servizi basati su software libero ed agli interessi dei cittadini ?
Per ora possiamo solo sospettare che, per esempio, l'accordo per il progetto pilota sulla dematerializzazione documentale sia del tutto inutile: in Piemonte si sta già realizzando, con soldi pubblici, un sistema di gestione documentale in software libero (doqui - http://www.doqui.it/), che anche altre regioni stanno considerando di adottare.
Infatti, il software libero può essere riutilizzato senza costi di licenza da tutta la P.A..
Ritardare l'uso del software libero da parte della P.A. danneggia la nostra economia, rende il mercato meno libero e favorisce un gruppo minoritario di aziende che privano il nostro paese di cospicui introiti fiscali. Sa che, per fare un esempio, Microsoft (ma analogo discorso vale per molti dei principali produttori di software proprietario) fattura le licenze vendute in Italia esclusivamente dalla filiale Irlandese (per un totale di 750 Milioni di Euro nel 2003) e che quindi comprando licenze di software proprietario si incide negativamente sulla bilancia dei pagamenti ?
Nel 2000 più di 2.000 cittadini italiani firmarono una lettera aperta intitolata "soggezione informatica dello stato italiano a Microsoft": da allora le cose non sono migliorate se oggi si finanziano le iniziative di quell'azienda, che non ha certo bisogno di aiuti pubblici.
Non ci riferiamo ovviamente ai protocolli d'intesa da Lei sottoscritti (che non abbiamo letto e quindi non possiamo giudicare).
Ci riferiamo invece ad altre esperienze che la nostra associazione ha avuto modo di valutare negli ultimi anni.
Come il Centro di Ricerca di Povo (Trento), inaugurato nel 2005. Un centro in cui per ogni euro investito dal socio privato (Microsoft), ne sono stati erogati quattro a fondo perduto dai soci pubblici (Provincia di Trento, Università di Trento, Università di Catanzaro e FIRB-MIUR), cioè da tutti noi cittadini. Un centro nel quale gli investimenti sono largamente pubblici: saranno pubblici anche i risultati della ricerca ?
Dopo questo "affare", anche il Governo di centro-sinistra si è affrettato a stipulare accordi per la costituzione di tre nuovi “Centri di Ricerca su tecnologie Microsoft”: non è certo una scelta sensata, in un paese che si riconosce nei valori del libero mercato e della concorrenza, destinare soldi pubblici a favore di una impresa che detiene il 95 % del mercato dei sistemi operativi.
Qualcuno potrebbe dire che non abbiamo ricevuto risposta per l'inerzia dei Suoi uffici, per una pratica dimenticata sulla scrivania di qualche dipendente fannullone perennemente in malattia o per qualche dirigente ignavo o menefreghista.
Certo che, se queste cose succedono proprio nel Suo dicastero, proprio nel periodo in cui, a quanto sembra, la “crociata contro i fannulloni” sta dando il massimo risultato, c'è ancora molto da fare.
Nella speranza di riuscire a penetrare la fitta trama di ostacoli che Le impedisce di dare la dovuta attenzione alle istanze del software libero, restiamo in attesa di una Sua gradita risposta.
Con ogni osservanza,
per l'Associazione per il software libero
Marco Ciurcina



8 novembre 2008

La tecnologia secondo Obama


Stavo per tradurre personalmente le parti del programma di Obama riguardanti la tecnologia e la necessità di una moderna abitanza digitale.

Connettere i cittadini, trasparenza governativa, consultazione e decisionalità "dal basso", proteggere la neutralità di Internet, incoraggiare il pluralismo nei media, sostenibilità energetica, banda larga per tutti, favorire la scuola e la ricerca in campo scientifico e tecnologico, parole che in Italia non sentiamo pronunciare da nessuno.

Poi Apogeonline ha pensato bene di farlo per conto suo, e mettere quelle pagine a disposizione di tutti, in italiano, qui.

La foto in alto è presa dal Flickr di Barack Obama. Il vostro sindaco ha uno spazio pubblico per le sue foto, un suo blog, partecipa a discussioni in Rete?

4 novembre 2008

OpenStreetMap: per una cartografia pubblica e open

Problema: in Italia le mappe satellitari non sono pubbliche e gratuite.
E' una questione di diritti di copyright: non possiamo usare le mappe di GoogleMaps a nostro piacimento, e inoltre le informazioni che immettiamo su queste mappe (immagini e segnalibri, testo esplicativo) non ci appartengono più, potrebbero legittimamente scomparire se putacaso sparisse Google.

In verità, il vero problema è che in Italia le cose fatte con soldi pubblici non sono pubbliche, che si tratti di brevetti universitari o di cartografie del territorio.

Il Friuli Venezia Giulia non si può lamentare, perché oltre ai dati GPS e al Catalogo regionale dei dati ambientali e territoriali da qualche giorno è possibile accedere in modo gratuito alla cartografia digitale del FVG. Ma in ogni caso non si tratta di mappe su cui gli Abitanti possono scrivere, come quelle di Google, "nutrendo" di informazioni le mappe stesse con indicazioni di pubblica utilità, o di carattere storico culturale o turistico, o luoghi della memoria, in un movimento di connotazione dinamica e collettiva delle identità, originali e uniche, di un territorio.

Ecco quindi (traggo informazioni da questo articolo sulla Stampa di Valentina Avon) che in qualche Comune italiano si vede diffondersi la pratica di "creare e fornire dati cartografici, qualsiasi mappa di strade, liberi e gratuiti a chiunque ne abbia bisogno" secondo le indicazioni del progetto OpenStreetMap, dove ciascuno di noi può appunto liberamente fruire delle mappe e soprattutto partecipare alla loro precisione, ad esempio geotaggando con le coordinate GPS i luoghi significativi affinché tutti ne traggano vantaggio.

Il Comune di Schio ha recentemente abbracciato, in quanto Piazza Telematica, il progetto OpenStreetMap: potete raccogliere qualche ulteriore informazione sulla necessità odierna di Cultura Open guardando la presentazione qui sotto illustrata da Luisanna Fiorini, in occasione del Linux Day appunto a Schio del 25 ottobre scorso.



27 ottobre 2008

Banda larga per tutti

Connettere tutte le case italiane in fibra ottica, un obiettivo coraggioso ma di estrema civiltà. L'idea è nota come Fiber To The Home FTTH, ovvero "fibra fino a casa", e permetterebbe ad ognuno di noi di beneficiare di connessioni a Internet centinaia di volte più veloci dell'ADSL attuale.

Diciamo che potrebbe essere un'opera paragonabile alla costruzione dell'Autostrada del Sole, nei primi anni Sessanta, e foriera di altrettanti cambiamenti sociali in quanto infrastruttura cruciale (i trasporti allora come le comunicazioni oggi) per l'ammodernamento del Paese.

Quintarelli sostiene che una rete FTTH nazionale costerebbe come un'autostrada lunga mille chilometri, circa 25 miliardi di Euro, ma ci darebbe una certa tranquillità nell'affrontare l'esplosione delle reti telematiche dei prossimi decenni, e la crescente richiesta di banda.

Del futuro delle scelte, anche tecnologiche, riguardanti il "diritto di banda" degli Abitanti digitali parla Alessandro Longo su Apogeonline, in occasione della pubblicazione del rapporto dell'Agcom sulla situazione della Rete italiana al giugno 2008, che potete trovare qui.
Chiaramente, l'Italia è in ritardo rispetto a molti paesi europei, dalla dotazione tecnologica all'alfabetizzazione informatica alle statistiche di utilizzo dei servizi web. Servirebbero proprio finanziamenti, che però non ci sono.

ps: cercando informazioni sulla storia delle autostrade italiane, mi sono imbattuto in questa voce di enciclopedia Encarta, dove con piglio narrativo viene ripercorsa la progettazione e la realizzazione dell'Autostrada del Sole. Interessante la parte dove indica gli errori compiuti nella progettazione del tratto strategico Bologna-Firenze, dovuti a fretta e mancata supervisione dell'opera in corso. Ragionamenti che possono tornare utili oggi, nell'affrontare il problema di trasferire efficacemente informazioni su reti adeguate, dopo le strade per le persone e le cose, e permettere di praticare dignitosamente le proprie attività di Abitante normalmente biodigitale.

26 ottobre 2008

Cogliere l'essenziale della Cultura Tecnologica

Gilbert Simondon, "Du mode d’ existence des objets techniques", 1958.

L’opposizione posta tra la cultura e la tecnica, tra l’uomo e la macchina, è falsa e senza fondamento; non copre altro che ignoranza o risentimento. Maschera dietro un facile umanismo una realtà ricca in sforzi umani e forze naturali che costituisce il mondo degli oggetti tecnici, mediatori tra la natura e l’uomo.
La cultura si rapporta all’oggetto tecnico come l’uomo allo straniero, quando si fa guidare dalla xenofobia primitiva. Il misoneismo orientato contro le macchine non è tanto odio del nuovo quanto rifiuto di una realtà estranea.
Ora, questo straniero è ancora umano, e il complesso della cultura è ciò che ci permette di riconoscere lo straniero come umano.
Allo stesso modo, la macchina è la straniera in cui si è concreto l’umano, disconosciuto, materializzato, asservito pur restando comunque umano.
La causa principale di alienazione nel mondo contemporaneo sta nel misconoscimento della macchina, che non è alienazione causata dalla macchina, ma dal non riconoscimento della sua natura e della sua essenza, dalla sua assenza dal mondo delle significazioni e dalla sua omissione dalla tavola dei valori e dei concetti che fan parte della cultura.

17 ottobre 2008

La Sardegna diventa capitale dell'Open source e dell'e-democracy

La Sardegna diventa capitale dell'Open source e dell'e-democracy

La regione, che ha appena dato il via al passaggio dalla Tv analogica al Digitale terrestre, diventa apripista anche nell'adozione del software libero

La Sardegna diventa epicentro dell'innovazione Open source in Italia. La regione, dopo aver dato il via al passaggio dalla Tv analogica al Digitale terrestre, diventa apripista anche nell'adozione del software libero: “La principale novita’ (del Ddl, n.d.r.) - spiega l’assessore agli Affari Generali Massimo Dadea - e’ rappresentata dall’inserimento nell’ordinamento regionale del software libero, considerato lo strumento piu’ idoneo per uno sviluppo della societa’ dell’informazione ispirato ai principi di contenimento della spesa pubblica e di tutela della concorrenza. Con questo Ddl la Sardegna si pone all’avanguardia anche nel settore della societa’ dell’informazione”.

La Giunta regionale sarda ha approvato il disegno di legge (Ddl) sulle “Iniziative volte alla promozione e allo sviluppo della societa’ dell’informazione e della conoscenza in Sardegna”. Il Ddl si suddivide in due parti, la prima sulle politiche e i principi che l’amministrazione regionale intende mettere in atto per lo sviluppo della societa’ dell’informazione e della conoscenza, mentre la seconda promuove la concreta attuazione, attraverso specifici strumenti a tali politiche.

Tra gli aspetti piu’ innovativi contenuti nel Ddl vi sono il diritto all’uso delle tecnologie, la partecipazione democratica, l’alfabetizzazione informatica, la ricerca per lo sviluppo delle imprese nel territorio.

Il software libero è stato scelto per il sorgente aperto, per la licenza Gnu, e per indubbi vantaggi quali il risparmio sui costi, l’indipendenza da uno specifico fornitore e le opportunità per l’industria informatica locale.

Il Ddl, che verrà presentato nei prossimi giorni in un convegno a Pisa, e’ stato realizzato con la collaborazione di Flavia Marzano, docente di Scenari e innovazioni dell’IT all’Universita’ di Bologna. Il testo del Ddl rappresenta uno dei documenti alla base di un Disegno di legge che sara’ presentato dal Pd in Parlamento.

fonte www.vnunet.it

7 ottobre 2008

Gli ultimi trent'anni

Un interessante articolo in due parti, di Giovanni Caravita, sulle magagne economico-finanziarie neoliberiste degli ultimi trent'anni e sugli scenari futuri.

Perchè il tempo è ormai cambiato: c'è un enorme lavoro da fare davanti a noi, comune a tutti, e senza nemici designati. Se vogliamo sopravvivere, e tutti, dovremo cambiare base energetica, prodotti, abitudini, stili di vita, case, urbanistica, suoli, colture, idee su noi stessi, sul valore delle cose e degli animi, e sul significato e percorso della nostra vita e dei nostri figli. Tutto è in gioco. Tutto deve cambiare. E un reset è nelle cose.


25 settembre 2008

L' economia ai tempi del web

L' economia ai tempi del web
di GIORGIO RUFFOLO
Repubblica — 07 agosto 2008

L' impatto delle tecnologie cosiddette digitali sulle relazioni sociali e in particolare lo sviluppo prodigioso del fenomeno Internet sono oggetto ormai da tempo di una intensa attenzione. Non altrettanto e stranamente, almeno nel grande dibattito pubblico, il loro carattere specificamente economico, che riguarda in particolare le implicazioni della «economia digitale» sul mercato, cioè sul sistema economico largamente dominante nelle economie capitalistiche del nostro tempo.

Si da in genere per scontato che il vendere e il comprare su Internet, non solo sia in accordo con la natura e le regole del mercato, ma ne rappresenti una esaltazione. Questa è almeno l' opinione espressa dalla corrente di economisti americani cosiddetta «californiana», secondo cui la rete costituisce l' istituzione che incarna concretamene l' altrimenti astratta teoria della concorrenza perfetta che sta alla base del credo liberista, escludendo lo Stato da ogni possibile interferenza nel suo funzionamento.
Ora, una analisi non fortemente intrisa da motivazioni apologetiche dovrebbe portare a conclusioni opposte: che sono infatti sostenute da altri economisti (per esempio, quelli del Centro Hypermedia dell' Università di Westminster, che fa capo a Richard Barbrook). Si fa notare che l' esplosione della rete, nonché esaltare la logica del mercato, ne mina alcuni presupposti essenziali e per converso apre nuove prospettive a una economia della reciprocità, libera dai vincoli sia del mercato che dello Stato.

Nel caso di Internet si verifica una condizione ben nota agli economisti, di produzione di beni non esclusivi che possono essere utilizzati simultaneamente da più utenti: un classico bene pubblico.

Inoltre, il bene prodotto (l' informazione) a differenza di un bene fisico, non si separa dal produttore (come si dice: se ci scambiamo un dollaro, restiamo con un dollaro; se ci scambiamo un' idea restiamo con due idee). In tali condizioni, è assai difficile esigere un prezzo.
Il problema è stato risolto in questi casi con i canoni di abbonamento. Il produttore fornisce un servizio e riceve un canone standard, indifferenziato.

Ma che succede se l' utente del servizio diventa a sua volta fornitore «scaricando» l' informazione dalla rete e vendendola o regalandola in concorrenza col produttore? Nel caso Internet proprio questo succede. Ciò provoca danni ingenti ai fornitori del servizio, contraendo le entrate pubblicitarie. Per evitarli, essi non possono far altro che ricorrere alla legge: alla polizia e alla magistratura, il che rende manifesta la dipendenza del mercato dallo Stato, la falsità della sua pretesa «autoregolazione».

Ma poiché è molto difficile accertare le violazioni da parte dei «free riders» (dei parassiti di Internet) emerge la proposta di istituire un sistema di spionaggio permanente detto Panopticon (in memoria della famosa proposta di Jeremy Bentham) che permetta di controllare permanentemente tutte le operazioni degli utenti. Ecco un divertente esempio di regolazione staliniana del mercato autoregolato.

Esiste, fanno notare gli economisti di Hypermedia, un' alternativa. Lo Stato assume il compito di fornire l' infrastruttura della rete Internet che non è più finanziata dalla pubblicità (col beneficio di una diminuzione dell' inquinamento dovuto alla contrazione dei consumi «indotti» da quella); ma dalle tasse, che la collettività decide democraticamente di pagare per massimizzare il bene pubblico dell' informazione. In tal caso non esiste più un problema di free riders. La libera circolazione dell' informazione fornita dalla rete, anziché costituire un danno per i fornitori privati, soddisfa pienamente lo scopo del fornitore pubblico.
Si apre un nuovo spazio dove allo scambio valorizzato (informazione contro pubblicità) subentrano prestazioni reciproche gratuite. Economia del dono? No, non c' è nessun dono. C' è la decisione della comunità di trasformare il valore di scambio dell' informazione in valore d' uso, affidandolo alla libera gestione della comunità stessa: né allo Stato, che si limita a fornire l' infrastruttura, né al mercato.

Il lato più interessante di questa riforma non sta solo nel rendere possibile la libera fruizione dell' informazione contenuta nella rete, ma di promuovere l' aspetto più innovativo di Internet: la partecipazione attiva dell' utente allo sviluppo dell' informazione. Contribuendo alla creazione di nuova informazione, egli non è più un consumatore passivo, ma un produttore attivo di idee: un prosumatore (prosumer), come con geniale anticipazione lo definiva Alvin Toffler.

Internet sta producendo una vera e propria rivoluzione nel mondo del lavoro e della produzione generando una nuova classe di lavoratori-imprenditori che non esalta il momento dello scambio valorizzato ma quello della libera creatività.

E' bene che queste idee circolino liberamente senza essere protette da copyright. Le prestazioni effettuate sulla rete non sarebbero soggette ad alcun vincolo di proprietà riservata (copyright). I soli limiti riguarderebbero la sicurezza e la moralità. Ma in quei casi si tratta di perseguire casi concreti e manifesti, e non capacità potenziali e diffuse di violazione delle regole.
Come Richard Barbrook osserva, non si tratta affatto di sostituire il mercato e lo Stato con una economia caratterizzata dal principio della reciprocità, ma di integrare economia di mercato, economia amministrativa ed economia digitale in un sistema più ampio e articolato. Lo Stato fornirebbe l' infrastruttura, il mercato promuoverebbe le innovazioni tecnologiche, per esempio sviluppando la griglia delle fibre ottiche, la rete promuoverebbe la diffusione e lo sviluppo dell' informazione attraverso un immenso dialogo sociale.
Dunque, Internet rappresenta, non, come sostiene l' ideologia californiana, la suprema esaltazione dell' economia di mercato ma una macroscopica premessa del suo superamento, nel campo dei beni sociali.
Quanto ai beni autenticamente privati il mercato è insostituibile, come rivelatore delle preferenze individuali (ricordiamo la lezione di von Hayek). In tal senso esso costituisce uno strumento prezioso del benessere sociale. Uno strumento, però, non uno scopo. Uno strumento che affianchi l' altrettanto insostituibile presenza dello Stato e quella delle nuove istituzioni associative e volontarie, delle quali Internet è un felice esempio. -

8 settembre 2008

E ora quale blog verrà chiuso?

In Italia, chi si occupa con poteri legislativi o comunque decisionali di Internet, non capisce Internet.

E ora quale blog verrà chiuso?
Di Massimo Mantellini
Fonte: Punto Informatico

Nei giorni scorsi sono state infine rese pubbliche le motivazioni della sentenza di condanna che il giudice di Modica Patricia Di Marco ha inflitto allo storico siciliano Carlo Ruta nello scorso mese di maggio. Il sito web di Ruta, Accadeinsicilia.net, nel quale venivano raccolte testimonianze, appunti e articoli sulla storia recente dell'isola, è stato prima oscurato dalla Polizia Postale di Catania e poi definitivamente chiuso, per il reato di "stampa clandestina". Senza entrare negli aspetti tecnici del dispositivo, commentati nei giorni scorsi da Guido Scorza su queste stesse pagine, vorrei dire che questa sentenza racconta in maniera chiara e puntuale la deriva ideale di questo paese.

Se il giudice di Modica avesse avuto una idea seppur vaga di come Internet abbia in questi ultimi anni mutato lo scenario della comunicazione in tutto il pianeta, forse il suo punto di vista sarebbe stato differente. Perché oggi, secondo la legge alla quale si è fatto riferimento nella sentenza, gran parte della comunicazione in rete potrebbe essere considerata "stampa clandestina". Tutto può a questo punto essere definito in qualche misura clandestino nella rete italiana, qualsiasi manifestazione del pensiero non correttamente bollinata lo è, qualsiasi appunto redatto su un blog, qualsiasi cosa che abiti anche solo pochi secondi dentro la grande rete.

La legge sulla stampa è nata quando ovviamente il mondo era assai differente da quello attuale, ma oggi? Oggi, dopo le "opportune" modifiche del 2001, secondo quella legge quasi ogni cosa sul web è clandestina, per lo meno se scrutata dall'osservatorio minuscolo degli ex padroni della notizia.

Ormai deserte (o quasi) le tipografie, impolverati i ciclostili, annullata dalla presenza di Internet molta della necessaria diffusione fisica delle pagine, il reato di "stampa clandestina" diviene due cose assieme: il patetico déjà-vu dei treni a vapore e la invece concreta e contemporanea minaccia per la libertà di espressione del pensiero da parte di un potere abitato dai soliti figuranti. Politici, giornalisti, grandi editori, grandi aziende in genere, gli unici soggetti che continuano a potersi concedere il lusso di leggi che tutelino i propri privilegi a dispetto di ogni sopravvenuta evidenza.

Alcuni anni fa, quando gran parte del Parlamento votò la modifica alla legge sull'editoria che ha consentito la condanna dello storico siciliano, fummo facili profeti nel sostenere che una simile definizione di "prodotto editoriale" applicata al web era una seria minaccia per la libertà di espressione in rete. Lo scrivevamo nel 2001, non oggi. Ne eravamo talmente convinti che questo quotidiano indisse allora una petizione che raccolse oltre 50mila firme. I firmatari chiedevano che un singolo demenziale articolo di legge venisse modificato, ma nessuno nelle stanze del potere ritenne di prestare attenzione a quel grido di allarme.

Così oggi sinceramente non so bene come commentare il fatto che Giuseppe Giulietti, parlamentare esperto di informazione, ex diessino attualmente all'Italia dei Valori di Antonio di Pietro, abbia presentato una interrogazione parlamentare sul caso di Carlo Ruta parlando di sentenza preoccupante dagli "effetti devastanti in spregio ad ogni regola della democrazia".

Giulietti forse soffre di una qualche grave forma di amnesia, visto che fu proprio lui il relatore della legge che ha portato alla condanna di Ruta. Furono lui e Vannino Chiti - purtroppo lo ricordiamo molto bene - che con qualche fastidio si preoccuparono allora di tranquillizzare le migliaia di persone che in Italia chiedevano a gran voce che una norma nata per finanziare l'editoria sul web non comprendesse all'interno della definizione di "prodotto editoriale" praticamente qualsiasi pagina web.

Oggi Giulietti invece di fare pubblica ammenda e ritirarsi in silenzio in un eremo sperduto, si cala con disinvoltura nei panni di paladino della libertà di espressione, chiedendo al Ministro della Giustizia se non sia vero che "secondo la logica prevalsa, la quasi totalità dei siti web italiani, per il solo fatto di esistere, potrebbero essere considerati fuorilegge, in quanto appunto "stampa clandestina", e ciò - secondo l'interrogante - in spregio a ogni regola della democrazia"

Noi purtroppo abbiamo buona memoria e ricordiamo che ad identica domanda postagli da Punto Informatico nell'aprile del 2001 in quanto relatore di quel contestato progetto di legge che oggi ha portato alla condanna di Carlo Ruta, Giulietti rispose in un piccato comunicato stampa nei seguenti termini:

"La legge sull'editoria non ha mai avuto tra i suoi obiettivi quello di imbrigliare le attività editoriali sulla rete. Sono quindi falsi gli allarmi e le preoccupazioni diffusi in tal senso."

Internet in Italia è clandestina e lo è anche per colpa di questi signori capaci di confezionare norme che nessun paese civilizzato si sogna, per poi pacificamente dimenticarsene. Ma lo è nell'ottica del potere i cui strumenti di controllo ormai hanno esclusiva valenza intimidatoria o dimostrativa. In nessun paese meno che borbonico ci si domanda se un sito web sia aggiornato più o meno regolarmente per determinarne la natura editoriale. In nessuna sperduta landa un giudice monocratico di provincia deve impiegare il proprio tempo per argomentare le differenze fra un quotidiano web e un blog. E non meraviglia che ciò che poi ne esce sia una sentenza dalle motivazioni assurde, ancorché tecnicamente plausibili, grazie, o per colpa, della vaghezza dolosa del legislatore.

Il risultato è comunque sotto i nostri occhi ed apre la strada ad altre prossime iniziative simili: questo paese ha una legge dello Stato capace di chiudere la bocca a chiunque voglia esprimere sul web punti di vista non preventivamente autorizzati. Lo dicevamo sette anni fa, lo ripetiamo oggi.

Internet in Italia è oggi tecnicamente clandestina. Lo sarà fino a quando non scompariranno dalla scena i vari Bonaiuti, Giulietti, Chiti, fino a quando Gabriella Carlucci e Luca Barbareschi non torneranno alle loro rispettabili professioni, fino al momento in cui non cambierà radicalmente la comprensione dello scenario della nuova informazione mediata da Internet, che in troppi vogliono adattare a forza ad un mondo vecchio che sta scomparendo. Si tratta di sforzi inutili ma ci vorrà altro tempo per capirlo.

Consideriamo benevolmente tutti questi signori come gli attori sul palco di una stagione di mezzo, che prima o poi terminerà. Non vediamo l'ora. Quel giorno tutti noi saremo definitivamente clandestini e così, come per magia, nessuno lo sarà più. Solo allora forse sarà possibile smetterla di vergognarci di abitare in un paese dove per poter liberamente e civilmente esprimere il proprio parere ci sia bisogno dell'avvallo di un professionista iscritto all'albo. Un po' come se per iniziare il mio prossimo respiro dovessi attendere la firma di un pneumologo.

Massimo Mantellini
Manteblog

5 settembre 2008

E-government, la strada è ancora lunga

Fonte: il Sole 24ore

E-government, la strada è ancora lunga
di Giuseppe Caravita

L'internet di massa ha ormai più di dieci anni. Connette più di un europeo su tre, con punte, nei paesi Scandinavi, che superano il 70%. Centinaia di milioni di persone, e di organizzazioni abitualmente la usano per comunicare, informarsi, vendere e comprare, condividere e divertirsi.
Ma meno, molto meno, per superare ostacoli burocratici, per i cosiddetti servizi pubblici online o di e-government.

Nel 1999 l'e-gov era di gran moda. Tutti i governi d'Europa, Usa e Asia lanciavano progetti: l'obbiettivo sembrava a portata di mano, una pubblica amministrazione meno costosa, servizi più accessibili, tempo e denaro risparmiato dai cittadini. Non è andata così: l'e-gov, un po' ovunque nel mondo, ha deluso tutti. Certo, con qualche eccezione (anche europea), ma questo filone di internet è rimasto il fanalino di coda della rete, agli ultimi posti nelle statistiche d'uso. Perché?
I ricercatori informatici convenuti in questi giorni a Torino alla Dexa 2008 questo problema, tra le righe, se lo stanno ponendo. Per esempio Jorg Becker e Bjorn Niehaves che, per conto del Governo tedesco, hanno sviluppato un'indagine sull'effettivo uso dei servizi pubblici in rete. Risultato: pur nella grande Germania, perno d'Europa, con il 45% di popolazione stabilmente connessa alla rete, l'uso dei servizi di e-government non supera il 20%, di cui l'11% per semplici informazioni e solo il 9% per servizi transattivi completi. Per contro, in Italia, le cifre, rilevate da Accenture, appaiono dimezzate: 30% di italiani online, di questi solo l'8% utenti abituali dei servizi pubblici informativi e solo il 3% dei pochi transattivi completi.
A confronto il 60% degli utenti internet tedeschi usa abitualmente le pagine di Wikipedia, il 30% fa e-commerce, e una percentuale analoga condivide files (legalmente o meno) sui circuiti peer-to-peer.

E' un gap che si riduce solo nei paesi scandinavi, in Olanda (dover un servizio di autenticazione nazionale, base dell'e-gov, è attivo e ampiamente usato) in Austria e in Estonia, campione europeo grazie a un'agenzia pubblica dedicata e a un massiccio programma di marketing dei servizi.
Per il resto regna la delusione. Le nuove carte digitali vengono usate, nel caso spagnolo, tedesco e anche austriaco, prevalentemente come sostituti plastificati dei vecchi documenti cartacei. E solo in piccoli numeri come sistemi di autenticazione sul Web. La firma digitale stenta a decollare, un po' ovunque.

Che fare? I punti chiave che emergono dalla quattro giorni di Dexa 2008 paiono tre: organizzazione, incentivi, apertura.
Laddove hanno potuto operare agenzie pubbliche realmente motivate e focalizzate sullo sviluppo dei servizi i risultati si sono visti. Non solo in Estonia, ma anche in Austria, Olanda e persino in Italia. Qui per esempio vale il caso del più antico operatore di servizi pubblici online italiano, il Csi Piemonte, che, unico nel Paese, è riuscito a diffondere a centinaia di piccoli comuni della regione i suoi servizi, grazie anche a finanziamenti centrali che hanno reso l'operazione a costo zero. In pratica il Csi Piemonte funziona da centro servizi anche per la Liguria e la Val d'Aosta. E dispone, già rodato da anni, di un sistema di autenticazione (cruciale per l'e-gov evoluto) che potrebbe essere rapidamente diffuso a livello nazionale.

Secondo: incentivi. Quando i piccoli comuni piemontesi si sono accorti che, con i nuovi piani governativi, l'adozione dei servizi telematici sarebbe stata di fatto gratuita li hanno adottati. E in Italia la dichiarazione dei redditi online (forse l'unica vera bandiera dell'e-government italiano) viene usata da centinaia di migliaia di commercialisti, patronati e altri intermediari per ridurre sostanzialmente i propri costi operativi.

Terzo: apertura. La comunità europea da tempo (anche qui tra le righe) si è resa conto del fallimento sostanziale dell'e-government. Servizi complicati, portali astrusi e ricalcati sulle precedenti procedure burocratiche, mai verificati con gli utenti, costruiti più per salvaguardare le amministrazioni che per risolvere i problemi della gente. Un esempio. La ricerca tedesca mostra tre gruppi di esclusi dalla rete: anziani, piccoli paesi rurali, disoccupati. I primi lamentano la complicazione della burocrazia online, i secondi la scarsità di collegamenti a larga banda, e i terzi sembrano refrattari a ogni forma di internet. Però, quando si tratta di accedere ai servizi informativi federali sui posti di lavoro disponibili, ecco che la media d'uso di questi "disconnessi" balza al 110% sulla media nazionale. Sintomo di un fenomeno già notato sulla rete: quando un servizio colpisce realmente un problema civico reale, e vitale, non c'è digital divide che tenga. «Vanno negli uffici federali a consultare internet per le offerte di lavoro – osserva Niehaves».

E così per siti civici pubblici creati spontaneamente negli ultimi mesi, come CrimeChicago (una comunità che si scambia informazione sui posti più o meno sicuri della città) oppure "Rate Your Doctor", sito australiano (e inglese) che indica, a suon di esperienze reali, i medici e gli ospedali migliori, o da evitare.
Il cosiddetto Web 2.0 (ovvero l'internet partecipata dei Blog, dei Wiki e dei web scritti a più mani) sta rapidamente approdando ai problemi civici vitali e di ogni giorno (cosa diversa dai servizi pubblici) e una ricercatore italiano, David Osimo, ne ha recentemente censiti un centinaio, per le nuove strategie di ricerca della Commissione Ue.
E poi il connubio pubblico-privato. «Negli Usa stanno nascendo startup come la Nic che offrono gratuitamente alle Amministrazioni servizi di e-government -spiega Enrico Ferro del Politecnico di Torino- salvo riservarsi piccole fees su alcuni servizi più complessi. E solo con queste si ripagano le attività e fanno profitti».

Modelli di business di questo tipo se ne possono inventare diversi. Forse con l'annunciato federalismo fiscale anche le Amministrazioni locali italiane potrebbero porsi il problema di far rendere realmente l'e-government, sia in termini di minori costi interni che di ricavi aggiuntivi. Mettendo in moto un circolo virtuoso di investimenti. Aprendosi, magari tramite reali e provati specialisti, alla cooperazione con nuovi intermediari e, soprattutto, con gli utenti. Di quelli che hanno bisogno di un cambio di residenza veloce, di sapere se c'è lavoro, di una cura di qualità per una malattia grave di un familiare.

2 agosto 2008

Privacy, tecnofobia, legislazione

Mini-rassegna stampa.

Su PuntoInformatico trovate un bell'articolo di Guido Scorza, intitolato La Tecnofobia clicca sempre due volte, dove vengono valutati i curiosi comportamenti dei legislatori italiani riguardo la regolamentazione dei nuovi comportamenti sociali permessi dalle nuove tecnologie. In effetti, la tecnica "due pesi e due misure", riferita qui alle differenze con cui il Parlamento esprime giudizi e promulga decreti rispettivamente sul mondo degli atomi e su quello dei bit, oltre a lasciar intravvedere una certa ignoranza sulla Cultura Digitale rivela un atteggiamento decisamente tecnofobico. Siamo sempre lì: il nuovo e l'ignoto mettono paura, il cambiamento genera ansia e resistenze al cambiamento.

Sulla nota vicenda Mediaset-YouTube, riguardante la fantasiosa pretesa della prima di essere risarcita per 500 milioni di Euro da Google per aver pubblicato migliaia di ore di trasmissione televisive, vale la pena leggere l'articolo di Massimo Mantellini intitolato "Mediaset e le occasioni perdute", nonché quello di Massimo Gramellini, "In Mediaset virtus" pubblicato su la Stampa.it.

30 luglio 2008

Progetto e21, ICT ed e-participation per lo sviluppo sostenibile

Riprendo qui un articolo di Chiara Bolognini tratto dal sito della PubblicaAmministrazione, dove viene trattato il tema dell'utilizzo degli strumenti partecipativi permessi dalla Rete in relazione ai meccanismi consultivi messi in atto in Lombardia dalle iniziative locali legate a Agenda 21 (qui il sito del progetto e21)

Fonte: pubblicaamministrazione.net

Progetto e21, ICT ed e-participation per lo sviluppo sostenibile
di Chiara Bolognini

Citato tra i progetti più interessanti nell'ultimo rapporto del CNIPA, il Progetto e21 vede coinvolti, oltre che la Regione Lombardia, dieci importanti Comuni e coniuga l'Agenda 21 locale con soluzioni ICT pratiche per la partecipazione dei cittadini

Coniugare uno dei più interessanti strumenti di partecipazione civica alle scelte di governo del territorio – noto come Agenda 21 locale – con un mix di soluzioni di informatica e telematica civica ad elevata usabilità ed accessibilità: è questo l'obiettivo del Progetto e-21, presentato presso la sede della Regione Lombardia il 3 giugno scorso. Progetto che, nato in seno all'Associazione Informatica e Reti Civiche (A.I.Re.C.) Lombardia, vede dieci importanti Comuni della Lombardia (Brescia, Como, Desenzano del Garda, Lecco, Mantova - che è il capofila -, Malgesso - per conto del consorzio Co.Ri., Pavia, San Donato Milanese, Vigevano e Vimercate) e la stessa Regione, impegnati a sperimentare nei percorsi di Agenda 21 locale nuove opportunità per la partecipazione via rete con l'utilizzo delle Information and Communication Technologies (ICT).

L'Agenda 21 è il programma per lo sviluppo sostenibile sottoscritto da 178 governi di tutto il mondo nel summit delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo svoltosi a Rio de Janeiro nel 1992. Viene messo a punto e sperimentato in una molteplicità di diverse situazioni - nel mondo così come nel nostro Paese – e si basa su una metodologia di partecipazione, con cui si dà una possibilità in modo organizzato e sistematico, alla Comunità locale di far emergere i problemi del territorio (quelli ambientali, ma anche quelli dell'economia, quelli sociali e della qualità della vita), analizzarne le cause, formulare proposte per migliorare lo stato attuale delle cose, seguire l'attuazione dei progetti e delle iniziative per lo sviluppo sostenibile e verificarne gli effetti.

Con il Progetto e21, co-finanziato dal Ministero per l'Innovazione e le Tecnologie nell'ambito dell'Avviso per la selezione di progetti per lo sviluppo della cittadinanza digitale (e-democracy) dell'aprile 2004, proprio il tema della partecipazione dei cittadini nel governo del territorio e nella definizione e nell'attuazione delle politiche della sostenibilità e il tema dell'Agenda 21 locale, trova uno strumento concreto e innovativo di attuazione.

La peculiarità dell'iniziativa viene illustrata da Gianpaolo Trevisani, responsabile tecnico del Progetto per il Comune di Mantova: «Rispetto agli strumenti tradizionali di comunicazione quali forum, blog, mailing list ecc., gli strumenti software sviluppati in e21 hanno la caratteristica di essere progettati specificamente per gestire processi partecipativi, cioè processi caratterizzati da un'interazione tra gli utenti finalizzata al raggiungimento di una posizione condivisa. Per questo abbiamo dotato lo strumento, che gestisce le discussioni di funzionalità che consentono di realizzare un documento di sintesi delle posizioni che hanno riscosso un maggior gradimento, di definire una data di inizio o di fine della discussione, di mettere in evidenza i documenti a supporto, ecc. A questi strumenti deliberativi, si affianca la CityMap, uno strumento finalizzato a raccogliere osservazioni, proposte, segnalazioni da parte dei cittadini localizzandole grazie all'uso di una mappa della città».

In concreto, lo scopo generale del sistema e21 è quello di supportare lo svolgimento di processi partecipativi, suddivisi in fasi, mettendo a disposizione degli utenti strumenti in grado di implementare differenti tecniche partecipative, denominati strumenti deliberativi. Tali strumenti hanno come principale caratteristica quella di consentire un'interazione tra gli utenti finalizzata al raggiungimento di un risultato condiviso. Più in generale, e21 fornisce un contesto tecnologico atto alla creazione di un ambiente politico-sociale in grado di utilizzare abitualmente le ICT per supportare la partecipazione locale, affiancando agli strumenti deliberativi suddetti, adeguati strumenti di community capaci di stimolare la partecipazione dei cittadini ai processi partecipativi della Pubblica Amministrazione locale.

Il sistema e21 è costituito da uno spazio di community, in cui è possibile un'interazione libera tra gli utenti, cioè non finalizzata al raggiungimento di un risultato specifico, e uno spazio deliberativo, in cui è possibile gestire processi partecipativi, cioè processi caratterizzati da un'interazione tra gli utenti finalizzata al raggiungimento di un risultato condiviso.

Gianpaolo Trevisani fornisce ulteriori dettagli: «Lo spazio di community è la parte del sistema, a cui è demandata la gestione delle interazioni libere tra gli utenti, cioè non finalizzate ad uno specifico obiettivo. Lo strumento presente in tale area, la CityMap, ha la funzione di consentire una discussione libera focalizzata sul territorio, stimolando l'adesione ai processi partecipativi. In pratica la City Map è un forum di discussione, in cui le discussioni sono costituite da un messaggio di avvio (il primo del thread) e da una serie di commenti (risposte). I commenti vengono comunque denominati genericamente messaggi. Il messaggio di avvio della discussione ha un oggetto (subject) che costituisce l'argomento della stessa, mentre i commenti ne sono privi. È possibile inviare una risposta sia al messaggio di avvio che ad un commento, senza alcun limite di annidamento».

La particolarità di questo strumento consiste nella possibilità di localizzare le discussioni, cioè associare ad esse (tramite il messaggio di avvio) un indirizzo geografico nella città di riferimento del sistema (definita in fase di configurazione del sistema) che ne consente la rappresentazione su una mappa gestita tramite Google Maps.

Oltre a questo, ecco altri due applicativi "chiave":

  • la discussione informata: uno strumento per la discussione ed elaborazione collaborativa di proposte basate su documenti, con possibilità di assegnazione di gradimento ai messaggi, finalizzata alla realizzazione di un documento di sintesi redatto anche a più mani attraverso l'utilizzo di uno strumento di scrittura collaborativa (wiki);
  • il Meeting On-line regolato: uno strumento che permette lo svolgimento ordinato di meeting e conferenze online seguendo precise regole di conduzione che permettono ad esempio di presentare proposte ed emendamenti, votare mozioni, ecc.

Partito nel 2005 e citato esplicitamente nell'ultimo rapporto di sintesi del CNIPA (marzo 2008) tra i progetti di e-democracy più interessanti, il Progetto e-21 si è articolato in diverse fasi, che può essere utile riepilogare brevemente per le Ammininistrazioni interessate al riuso.

La prima tappa è stata l'analisi dei processi di Agenda 21 locale presso gli Enti Locali aderenti, con uno studio approfondito dei processi partecipativi in atto e previsti dai rispettivi progetti di Agenda 21 locale nei 10 comuni aderenti al progetto, al fine di valutarne il livello di avanzamento ed il grado di partecipazione e rappresentatività raggiunto e stimare il fabbisogno scoperto di partecipazione.

Poi si è focalizzata l'attenzione sull'e-participation e l'uso delle ICT negli Enti Locali aderenti, prendendo in esame, per ciascuno di essi, la tipologia, l'accessibilità e l'utilizzo delle applicazioni ICT a supporto dei processi partecipativi, decisionali e comunicativi. Come terzo step si è passati alla progettazione vera e propria, alla realizzazione delle applicazioni ICT e all'implementazioni delle componenti software infrastrutturali e di servizio che costituiscono la piattaforma tecnologica e21, utili a supportare i diversi contesti partecipativi e le diverse fasi del processo di Agenda 21.

Sono stati quindi approfondite le scelte delineate nel documento di progetto, anche tramite il coinvolgimento di rappresentanti dei destinatari delle applicazioni e degli sponsor per quanto riguarda gli aspetti di portabilità delle applicazioni stesse. Per quanto riguarda l'accessibilità delle applicazioni sviluppate, queste sono state sottoposte alla verifica tecnica di accessibilità (normative AIPA e WAI) e alla verifica soggettiva della sua fruibilità. Si viene poi al capitolo "riuso" e alla personalizzazione della piattaforma tecnologica e21 per gli Enti Locali aderenti.

Le attività di costruzione, gestione e promozione degli ambienti partecipativi e21 saranno assicurate dai comuni assistiti dallo Staff di progetto e dai promoter, figure di raccordo, regolazione e promozione della e-participation che dovranno anche assicurare il coordinamento tra il dibattito e le proposte che maturano nell'ambiente online e quanto emerge dai contesti di partecipazione del territorio. Il lavoro consta di 3 fasi:

  1. al termine dello sviluppo della piattaforma e21: creazione di installazioni personalizzate presso il server centrale di progetto (per i Comuni che scelgono l'utilizzo in modalità ASP) ed eventuale sviluppo del software necessario all'utilizzo delle componenti messe a disposizione tramite web services da parte dei Comuni che lo richiedano; sviluppo di moduli per l'accesso di utenti già registrati presso i sistemi ICT dei Comuni e lo scambio di archivi già esistenti;
  2. durante le sperimentazioni locali: esecuzione degli interventi necessari per garantire l'allineamento con le esigenze emerse e messa a punto delle applicazioni;
  3. al termine delle sperimentazioni: studio delle modalità più efficaci e delle opportune ulteriori personalizzazioni necessarie per garantire continuità alle prassi di e-participation sperimentate in e21.

Il futuro riguarda le possibilità di riuso e trasferimento della piattaforma e21, nonché di un suo potenziamento, ampliamento ed evoluzione, che si possono correlare in particolare all'opportunità che gli enti aderenti adottino in modo sistematico gli strumenti della partecipazione telematica sperimentati nelle proprie politiche, che altri Enti locali impegnati in processi partecipativi li adottino, che si consolidi la "Comunità di Pratica" degli operatori delle politiche della sostenibilità, della partecipazione e dell'e-participation. Un'opportunità che incontra l'interesse della Regione Lombardia nonché del nascente Coordinamento delle Agende 21 lombarde, che vede tra i promotori alcuni dei Comuni aderenti al progetto e21. Serviranno anche altri due alleati fondamentali: la formazione di esperti e "facilitatori" sul territorio e la puntuale ed efficace comunicazione sulle evoluzioni e i risultati raggiunti.

Tutti gli approfondimenti sul sito dedicato al Progetto.